Recensione 027 – Telling Liddy

febbraio 28, 2011 § 3 commenti

Autore: Anne Fine
Titolo: Telling Liddy
Edizione: Black Swan, 1999
Pag.:222
ISBN: 0-552-99770-6

Telling Liddy è la storia di quattro sorelle molto vicine, tanto da suscitare le prese in giro dei loro stessi genitori. Ora i loro genitori non ci sono più, le sorelle Palmer hanno le loro famiglie, ma sono ancora in contatto, passando ore al telefono e vedendosi su base quasi quotidiana. C’è Bridie, il personaggio principale, assistente sociale, perfezionista e anche un po’ prepotente. Heather lavora in una banca ed la più distaccata emotivamente anche se partecipa alla vita di famiglia. Stella non si è mai distinta per nulla fino a quando non si è sposata, sbocciando come moglie e casalinga; inoltre è incapace di affrontare le cose spiacevoli e bravissima a evitarle. Liddy è la più giovane – e la più amata. Nonostante il suo matrimonio fallito (il marito un giorno semplicemente se n’è andato), due figli piccoli di cui prendersi cura e la costante mancanza di soldi, è svampita e viziata, anche se così affascinante da far dimenticare i suoi difetti. E ora vive con il suo ragazzo George, che sembra prendersi cura di lei con successo.
Quando Bridie scopre che le sorelle Stella e Heather sono a conoscenza da molti mesi di un brutto pettegolezzo su George, e che non hanno fatto nulla al riguardo, rimane allibita. Dopo molte conversazioni le sorelle decidono di rivelarlo a Liddy, così che possa fare la sua scelta con cognizione di causa (e anche perchè Liddy è sempre stata per la trasparenza e la verità). E’ Heather (la più razionale) a fare la telefonata, ma la reazione di Liddy è davvero forte. Sostiene che le sorelle si stiano inventando il tutto solo per gelosia. La rabbia è comprensibile ma mentre i giorni passano Bridie realizza che mentre lei è stata messa da parte, Stella sta aiutando Liddy  nei preparativi del matrimonio con George, e anche Heather è stata riammessa nella sua cerchia. Inoltre, Stella e Heather sembrano pensare che Bridie abbia una reazione esagerata e debba semplicemente aspettare che a Liddy passi.
Quando Bridie decide di non parlare più alle due sorelle a meno che non l’aiutino a risolvere il problema con Liddie prima del matrimonio, dedica il suo tempo libero, ora parecchio, alla famiglia precedentemente trascurata: passa le serate a rilassarsi con il marito davanti alla tv, e comincia ad invitare i figli Toby e Lance a cena. Il marito, beandosi delle sue attenzioni, smette di bere e si trova finalmente un lavoro. La stessa Bridie comincia a ricordare perchè l’ha sposato, e inoltre realizza che i suoi figli sono adulti davvero piacevoli. Ma anche se apparentemente è contenta della sua riscoperta vita familiare, dentro di sè continua a chiedersi perchè è lei quella messa da parte e, con l’aiuto dei suoi preoccupati colleghi, finalmente capisce qual è la verità. E dalla verità alla vendetta il passo è breve.
Telling Liddy è un vero page-turner, cosa che non mi aspettavo da un romanzo sulle relazioni familiari. Anne Fine riesce a raccontarci una brutta storia di bugie e litigi usando un tono da commedia per tutto il romanzo. La tematica principale è stimolante: c’è un vero legame tra le persone di una stessa famiglia o sono solo relazioni che collassano al primo evento spiacevole? E’ sempre meglio raccontare la verità in famiglia o le bugie possono servire ad evitare un brutto risultato? Anne Fine non ci dà una risposta in questo libro, ma sfida il lettore.
Questo romanzo è davvero avvincente, anche se devo ammettere che la trama a un certo punto diventa poco realistica (anche se, diciamocelo, a che interessano le trame realistiche?) e la vendetta di Bridie è perfetta nella sua essenza quanto macchinosa e complicata nella sua realizzazione (anche se ho adorato il finale!). Ad ogni modo la caratterizzazione dei personaggi è incredibile, così come la descrizione delle interazioni tra sorelle, sottolineate dai commenti salaci del marito di Bridie. Subito dopo aver finito il libro avrei voluto ricominciarlo solo per rileggere i dialoghi con la conoscenza intima della famiglia Palmer appena acquisita.
Votazione: 5/5
English Version:
Telling Liddy is the story of four sisters, very close sisters, so much that their own parents made fun of their attachment. Now their parents are gone, the Palmer sisters have their own families, but they’re still in touch, spending hours on the phone and meeting almost on a daily basis. There is Bridie, who is the main character of the novel, a social worker, a perfectionist and a little bossy. Heather works in a bank and is the most emotionally detached even if she is involved in the family life. Stella has never excelled in her life but discovered her true call as a wife and housewife; she is not able to cope with unpleasant things and is able to avoid them. Liddy is the youngest – and most loved. In spite of her failed marriage (her husband one day simply walked away) the care of two young children and the constant lack of money, she is always light-headed and spoiled, even if so charming nobody really cares. And now she is living with boyfriend George, who seems to successfully take care of her.

When Bridie is told that both Stella and Heather have been knowing for months an unpleasant and worrying piece of gossip about George, and been doing nothing about it, she is astonished. After several talks the three sisters agree to tell Liddy, so she can make her choice with full knowledge of the facts (even because Liddy has always been for transparency and truth). It is Heather (the most rational of them) to make the phone call, but Liddy’s reaction is incredibly strong. In rage, she maintans that her sisters are making it up out of jealousy. Rage is understandable but as days pass on, Bridie realizes that while she has been cast aside, Stella is helping Liddy with the organization of her marriage to George, and even Heather has been readmitted to her circle. Moreover, Stella and Heather seem to think Bridie is overreacting and should simply wait for Liddy to quiet down.
When Bridie decides she is no more in speaking terms with both Stella and Heather unless they help her solving the problem with Liddy before the wedding, her huge amount of free time is devoted to her previously negelected family: she spends her evenings with husband Dennis, relaxing in front of television, and starts having her grown up sons Toby and Lance over for dinner. Her husband, reveling in her attentions, stops drinking and finally finds himself a job. Bridie herself remembers why she married him in the first place, and moreover discovers her sons are very likable adults. But while apparently Bridie is perfectly happy with her new family life, inside she keeps asking herself why she is the outcast and, with the help of her worried coworkers she finally understands the truth. And from truth to revenge it’s a short step.
Telling Liddy is a real page-turner, which I didn’t expect from a novel on family relationships. Anne Fine succeeds in telling us an ugly story of lies and arguments while using a comedy tone throughtout the novel. The main consideration is though-provoking: is there a real connection between people in one’s family or it’s only superficial relationships collapsing at the first unpleasant event? Is it always the best to tell the truth within a family or lies can be sometimes privileged in order to prevent a very bad outcome? Anne Fine is not really giving an answer with this book: she challenges the reader.  
This novel is really engaging, even if I must admit the plot at a certain point becomes a little unrealistic (but really, who cares about realistic fiction?) and Bridie’s revenge on her sisters is perfect in its essence while a little overelaborated and complicated in realization (even if I loved the ending!). Anyway the characters development is awesome, such as the description of interactions between sisters, underlined by Bridie’s husband’s biting remarks. Right after having finished reading it, I wanted to start it again just to reread all the dialogues with my newly achieved intimate knowledge of the Palmer family.
Rating: 5/5

Nella mia wishlist [ week 08 ]

febbraio 28, 2011 § Lascia un commento

Anne Fine – Villa Ventosa

Villa Ventosa è una casa di campagna circondata da un incantevole parco che viene sistematicamente devastato dalla furia della padrona di casa, l’eccentrica Lilith Collett, che nella sua vita ha detestato ogni istante in cui ha dovuto essere madre. Ma per i suoi quattro figli viene il momento della rivolta, complici l’omosessualità di William e il promesso sposo di Barbara, un seducente cameriere spagnolo dall’improbabile nome di Miguel Angel Arqueso Algaron Perz de Vega. Tanto basta perchè si scateni una trascinante sequenza di eventi comici che coinvolgono tutti i membri della famiglia.

Conoscendo Anne Fine, di cui ho da poco terminato Telling Liddy (Lo diciamo a Liddy? in italiano), più che una sequenza di eventi comici prevedo una commedia imbevuta di cinismo.

Recensione 026 – Martin Eden

febbraio 25, 2011 § Lascia un commento

Autore: Jack London
Titolo: Martin Eden
(Tit. Or.: Martin Eden)
Edizione: BUR, 2000
(Ed. Or.: MacMillan Publishers, 1909)
Pag.: 458
Traduzione: Oriana Previtali
ISBN: 9788817153478

Martin Eden è un figlio del popolo, un marinaio, sgraziato e ignorante, anche se da sempre appassionato di libri, che legge voracemente anche se in modo istintivo. Siamo a San Franciso ad inizio ‘900 e Martin, dopo aver aiutato Arthur Morse, un giovanotto dell’alta borghesia, a sbrigarsela in una rissa, viene da quest’ultimo invitato a pranzo pressa la sua famiglia. Arthur vuole ringraziare Martin, ma anche mostrarlo alla sua famiglia un po’ come fosse un fenomeno da baraccone. Martin rimane affascinato dallo stile di vita dei Morse, ma soprattutto dalla bella, intellettuale e raffinata sorella di Arthur, Ruth. Per amor suo, e grazie al suo aiuto, Martin decide di istruirsi, in modo da potersi elevare al suo livello. Dalla lettura e lo studio al desiderio di cimentarsi nella scrittura il passo e breve e ben presto Martin comincia a spedire racconti e articoli a tutti i giornali della baia, alternado studio e scrittura nelle sue lunghissime giornate. Nel frattempo il rapporto con Ruth raggiunge un nuovo stadio, infatti i due si fidanzano, ma Martin chiede due anni di tempo per riuscire a sfondare nel mondo della letteratura, e dedica tutte le sue energie a questo scopo.

Martin Eden è, nelle intenzioni del suo autore, un attacco all’individualismo e alla ricerca del successo. Nonostante ciò, la maggior parte dei lettori e dei critici lo interpretano esattamente nel modo opposto. Certo, il finale non aiuta a vederlo come un elogio del self-made man, ma nel complesso la dedizione, l’ostinazione, il lavoro instancabile di Martin, nonchè la sua enorme e travolgente vitalità, non possono che farci pensare alle possibilità dell’uomo, più che alle sue manchevolezze. Questa è una storia incredibilmente affascinante, nonostante una trama tutto sommato poco densa di avvenimenti. Quando si finisce la lettura, non si può non stupirsi pensando a quante tematiche London è riuscito a trattare: la bellezza della letteratura, il mondo editoriale, l’importanza della conoscenza (e come questa possa essere un’arma a doppio taglio), la critica alla borghesia, il socialismo, la critica alle condizioni lavorative, il trattamento delle donne all’interno del matrimonio, l’etica giornalistica…E ci sono anche una storia d’amore, e una bella amicizia. E’ impossibile non tifare per Martin Eden, che non solo aspira all’autorealizzazione ma è anche un uomo buono da tutti i punti di vista. Martin Eden riuscirà alla fine a vedere riconosciuto il suo talento, ma il suo stesso successo è il motivo della sua profonda, profondissima delusione esistenziale che porta a un finale che a molti non piace, ma che, allo stesso tempo, non è così lontano anche da molte storie più moderne.

Voto: 4/5

Recensione 025 – Nell’intimità

febbraio 24, 2011 § Lascia un commento

Autore: Hanif Kureishi
Titolo: Nell’intimità
(Tit. Or.: Intimacy)
Edizione: Bompiani, 2005
(Ed. Or.: Faber and Faber, 1999)
Pag.: 107
Traduzione: Ivan Cotroneo
ISBN: 88-452-4352-4

Nell’intimità è il resoconto di una notte, passata dal protagonista, scrittore di sceneggiature, immerso nei ricordi della sua vita. Jay, un uomo di mezza età, sposato e con due figli, sta per lasciare la moglie in favore di una giovane donna. Sta cercando di convincersi che lasciarsi alle spalle la famiglia provocherà dolore ma forse non il peggio che potrebbe fare loro. Non più innamorato della moglie Susan, e piuttosto esaltato dalla relazione con la giovane Nina, Jay è però frenato dall’amore che nutre per i figli e dal desiderio di poter continuare a stare loro vicino come lo è ora. Deciso ma non del tutto convinto, nella sua mente esamina due esempi a lui vicini: il professor Asif, che cerca di convincerlo che il matrimonio richiede manutenzione, e l’impetuoso Victor, che ha lasciato la moglie per un’esistenza più libera e giovane solo per trovarsi solo in un appartamento squallido a mangiare cibi pronti e con due figli che lo odiano. Esaminando il concetto di tradimento versus rinnovamento personale, Kureishi creò scalpore con questo romanzo, che è palesemente e pesantemente autobiografico.
Mi è stato difficile capire se ho odiato il romanzo o se ho odiato il suo protagonista, ma opto per la seconda. Il romanzo in realtà è molto bello, e proprio per questo mi ha coinvolto così tanto. E’ la storia, o meglio il protagonista della storia, ad essere totalmente insopportabile. Posso ammettere che Jay ha delle qualità (il rapporto perfetto con i figli, ammesso anche dalla moglie, ne è la prova), mi hanno colpito di più i suoi difetti: il suo narcisismo, il pigolare scontento, l’uso di droghe, l’incredibilmente arido disincanto di certe osservazioni, le infedeltà, la scelta di lasciare la famiglia nel peggior modo possibile. Venire a sapere, dopo la lettura, che il romanzo è fortemente autobiografico e che questo aspetto creò molto scalpore non solo fra i critici e il pubblico ma anche e soprattutto – ovviamente – nella sua famiglia, è stato il colpo finale.
Nell’intimità si può leggere in due modi: potete pensare che Jay sia una persona che ha capito di aver sbagliato nella vita e vuole ricominciare da capo, con onestà e coraggio. Le sue difficoltà a lasciarsi alle spalle la famiglia sono dovute alla sua sensibilità. Oppure potete pensare che Jay sia una persona che ha sbagliato parecchio, che non ha mai cercato di rimediare ai suoi errori, e che ora avendo portato la situazione al peggior livello possibile, decide di lasciare la famiglia e scappare. La sua difficoltà a compiere la scelta è dovuta al fatto che Jay si rende perfettamente conto che finchè non sarà onesto con se stesso sarà impossibile ricominciare qualsiasi cosa. Io personalmente propendo per la seconda spiegazione.
Voto: 4/5

Recensione 024 – Le amiche del venerdì sera

febbraio 21, 2011 § 4 commenti

Autore: Kate Jacobs
Titolo: Le amiche del venerdì sera
(Tit. Or.: The Friday Night Knitting Club)
Edizione: Piemme Pocket, 2009
(Edizione originale: Berkley Trade, 2008)
Pag.: 430
Traduzione: Valentina Daniele
ISBN: 9788856605822

Georgia Walker è la proprietaria di “Walker & Figlia”, un negozio di filati a New York, Manhattan. Dodici anni prima, abbandonata dal compagno in preda al panico da relazione impegnata, Georgia aveva scoperto di essere incinta. Dopo una prima reazione di profondissimo sconforto Georgia riesce a reagire grazie all’aiuto di una nuova amica, Anita, che la aiuta ad iniziare la vendita di prodotti di maglieria fatti a mano e poi a mettere in piedi il negozio. Mentre in negozio prende piede un club informale del lavoro a maglia, l’ex compagno di Georgia si rifà vivo, convinto di poter instaurare un rapporto con la figlia. Sarà proprio l’appoggio di queste incredibili donne a permettere a Georgia di rimanere in piedi mentre tutta la sua vita viene mandata a gambe all’aria.

Le amiche del venerdì sera è un’ottima lettura per passare qualche ora in pieno relax e forse vi farà anche venire voglia di (ri)prendere in mano i ferri da lana. Detto questo, devo ammettere che mi aspettavo molto di più. Il romanzo della Jacobs sembra un riassunto, fino a quando a un certo punto la storia comincia prendendo però una piega inattesa e tragica. I vari personaggi, inclusi i principali, sono piuttosto abbozzati: la madre single imprenditrice di successo; la vedova ancora piacente che non accetta di “tradire” il marito ma non riesce a immaginare la sua vita senza il lavoro al negozio di filati; l’intellettuale cinoamericana incapace di relazionarsi; la quarantenne single che decide di avere un figlio da sola; etc. etc. Nonostante tutto il romanzo scorre e si fa leggere, ma dello stesso genere se ne trovano mille, e molti sono migliori. Ad esempio sul genere c’è Il negozio in Blossom Street di Debbie Macomber oppure anche Il meglio della vita di Rona Jaffe (solo senza lana).

Voto: 3/5

Recensione 023 – Una lingua sul cuore

febbraio 21, 2011 § 2 commenti

Autore: Carlotta De Melas
Titolo: Una lingua sul cuore
Edizione: Giraldi, 2007
Pag.: 182
ISBN: 9788861551190

Una lingua sul cuore è un libro che un paio di anni fa fece un gran furore su Internet, anche se poi le copie disponibili erano davvero poche e di difficile reperibilità. La mia curiosità, unita alla splendida copertina, mi ha portato ad aggiungere questo romanzo in wishlist. Poi il caso ha voluto che lo trovassi su bookmooch, quindi eccomi qua a parlarne. Come lettrice sono vorace, ma sono anche una grande accumulatrice di libri. Putroppo proprio per questo motivo spesso leggo un libro quando ormai gli impulsi che mi hanno portato a recuperarlo sono ormai dimenticati, o comunque sopiti. Nel caso de Una lingua sul cuore, però, temo che il ritardo nella lettura non abbia fatto una grande differenza. Avviso tutti i lettori che in questo post ci saranno pesanti anticipazioni sulla trama.
Morena è una ragazza di ventitre anni, trasferitasi da Como a Milano per studiare giurisprudenza. La sua famiglia è molto ricca ma entrambi i genitori sono sempre stati assenti: il padre fisicamente, la madre emotivamente, incapace di dare affetto alla figlia. Inoltre da bambina Morena ha scoperto la madre a letto con un amico di famiglia, rimanendone profondamente segnata. La sua vita a Milano più che intorno allo studio sembra girare intorno alle uscite serali e al sesso impersonale e promiscuo. Quando è a casa, Morena scrive frasi sulle pareti della sua camera usando i cosmetici. La sua esistenza è un tentativo di intorpidirsi a causa di un trauma subito nel passato, che emerge pian piano grazie ai numerosi flashback: si tratta della morte del fidanzato Carlo, di cui era perdutamente innamorata e che è morto in un incidente d’auto in cui guidava proprio Morena. Fra gli incontri sessuali e i flashback Morena escogita anche un modo di punire l’amante (o ex amante) della madre, proprio quello con cui l’aveva scoperta: diventare sua amante e girare un video da mandare alla sua famiglia. Anche se alla fine Morena non ha il coraggio di portare a termine la vendetta, il suo amante viene comunque scoperto dalla moglie e si vendica su di lei, stuprandola violentemente. Una lingua sul cuore non ha una vera e propria trama, diciamo che è il resoconto di un profondissimo disagio dovuto a un lutto, alla perdita della persona amata. Condita da flashback che spiegano sia la storia d’amore fra Morena e Marco, sia la situazione familiare di Morena, l’unica trama che si può trovare è proprio quella della vendetta nei confronti dell’amante della madre.
Leggendo le recensioni a questo romanzo mi sono resa conto che molti lettori hanno abbassato il voto a causa dei numerosissimi refusi. In termini generali, credo che tale pratica non sia corretta, ma dopo aver letto il romanzo ho condiviso questa scelta. Si tratta di errori e/o sviste che una persona non dovrebbe fare nemmeno alla prima stesura. Che poi sia arrivato scritto così alla casa editrice, e che la stessa non abbia provveduto alla correzione, sono a mio avviso segni di scarsa professionalità da entrambe le parti.
Un’altra cosa che mi ha pesantemente infastidito è la citazione pressocchè continua di marche (soprattutto nell’abbigliamento, ma non solo). E’ una farcitura talmente pesante che è impossibile pensare che questo utilizzo sia finalizzato a rendere l’ambiente della “Milano bene”. D’altra parte lo stile del romanzo non è satirico, così che dobbiamo eliminare anche l’utilizzo a scopo di dileggio di così tante descrizioni. Non mi è piaciuto nemmeno lo stile di scrittura “romantigotico”: è una scrittura evocativa, che descrive perfettamente la sofferenza chic di una ragazza dall’animo nero ma dall’aspetto bellissimo e dal guardaroba griffato. Dieci anni fa avrei probabilmente adorato questo libro. Oggi come oggi da un romanzo che parla del lutto mi aspetto ben altro. Sia chiaro che la stroncatura del romanzo è stata fatta da un punto di vista puramente soggettivo.
Voto: 1/5

Nella mia wishlist [ week 07 ]

febbraio 21, 2011 § Lascia un commento

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