Recensione 015 – Acqua di mare

febbraio 4, 2011 § Lascia un commento

Autore: Charles Simmons
Titolo: Acqua di mare
(Tit. Or.: Salt Water)
Edizione: BUR, 2007
(Ed. Or.: Chronicles Books Llc, 1998)
Traduzione: Massimo Bocchiola
Pag. 159
ISBN: 978-88-17-01487-8



Acqua di mare è uno di quei libri che mi ha sempre colpito e quando una gentilissima moocher me l’ha spedito (insieme ad altre due chicche) ne sono stata felicissima! Il romanzo è ambientato nell’isola atlantica di Bone Point (USA), nell’estate del 1963. Qui, nella casa di famiglia, passa le estati da molti anni il sedicenne Michael, insieme ai genitori. Ma quest’estate si differenzia per l’apparizione, in qualità di ospiti paganti nella foresteria, della ventenne Zina e della madre, Mrs. Mertz. Michael si innamora subito di Zina, anche capovolta (poichè la prima volta che la vede è rientrato da una nuotata ed è steso a terra la vede dal basso, capovolta). Quando Michael scopre che non è di lui che Zina è innamorata, è disperazione.

Questo romanzo è davvero deliziosamente retrò. Non mi ricordo più chi, fra i commenti di aNobii, ha scritto che mentre leggeva il libro nella mente gli scorreva perfetto un film in bianco e nero stile anni Sessanta. Si vede che l’autore sa di cosa parla, non per niente è nato nel 1924. Nell’intervista inclusa nel libro, Simmons confessa di aver scelto un’ambientazione temporalmente distante perchè non si sentiva sicuro di poter descrivere i giovani suoi contemporanei. Non per questo però il romanzo risulta stantio o superato, tutt’altro.

Acqua di mare parla di amori non corrisposti. Tutti, nel romanzo, anelano a qualcuno, un qualcuno che inevitabilmente sfugge e anela qualcun’altro, ugualmente sfuggente. Si parla di primi amori, di passaggio da adolescenza ad età adulta, di amore filiale, di tradimento e di morte. Simmons riesce a raggruppare praticamente tutti i fondamentali in un unico romanzo di meno di 200 pagine. Ispirato a Primo amore di Turgenev (di cui è, a tutti gli effetti, una riscrittura americana) Acqua di mare è un romanzo di formazione ma anche un’elegia, una ode all’innocenza perduta che è quella di Michael ma forse ancora più in generale quella di una generazione. Nell’intervista all’autore viene infatti sottolineato come, nei mesi successivi al tempo del racconto, sia avvenuto anche l’assassinio di Kennedy, l’emblema della perdita dell’innocenza di una nazione, così come la morte che chiude il romanzo è l’emblema della perdita dell’innocenza del ragazzo Michael. Simmons ammette di non aver scelto l’arco temporale coscientemente, ma apprezza il parallelo.

Sullo sfondo di una famiglia quasi Yatesiana, Simmons svolge una vicenda in cui tutti gli avvenimenti principali vengono svelati nelle prime due righe: “Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato.” Manca il come, ovviamente, ed è qui che l’autore costruisce la sua impalcatura in modo asciutto e rigoroso, severissimo. Tant’è che della sua scrittura si una dire che not a word is wasted (nessuna parola è sprecata). Preoccupato delle parole che dicono più di quello che è lecito, l’autore costruisce infatti un romanzo talmente asciutto da provocare la classica reazione odio o amore. Il lettore A si bea della profondità e della costruzione lessicale precisissima del romanzo, sottoline le tematiche importanti affrontate, e in generale ama profondamente questo breve romanzo. Il lettore B invece rimane perplesso da quella che definisce assente introspezione psicologica e da una costruzione della trama in puro stile da corso creativo, finendo con l’odiare il terribile libretto! Chi ha ragione? Ma entrambi, ovviamente! E voi che lettori siete?

Votazione: 4/5

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