Recensione 186 – The Radleys

dicembre 31, 2011 § 1 Commento

Autore: Matt Haig
Titolo: The Radleys
(Titolo italiano: La famiglia Radley)
Edizione: Canongate, 2010
Pag.: 384
ISBN: 9781847678607

The Radleys

Era da un po’ che tenevo d’occhio Matt Haig, soprattutto grazie al suo Il club dei padri estinti, senza essere però abbastanza invogliata da leggere qualcosa di suo. Almeno fino a quando non ho sentito parlare di questo The Radleys. Purtroppo è quasi impossibile aver sentito nominare questo romanzo e non sapere di cosa parla, per cui se non volete spoiler è meglio che smettiate di leggere, non riuscirò nemmeno io a circumnavigare il grande segreto della famiglia Radley.

La trama è semplice: siamo in un paesino rurale dell’Inghilterra, abbastanza rurale da non avere un suo ufficio postale, anche se non abbastanza da evitare che gli abitanti siano composti per la maggior parte da benestanti e borghesi famigliole. I Radley non fanno eccezione: Helen e Peter si sono trasferiti qui da Londra diciassette anni prima, quando la gravidanza di Helen ancora non si vedeva. Ora si sono inseriti quasi perfettamente nella piccola comunità borghese, pettegola e omologante. Certo, ci sono state delle stranezze… ma poche, e sicuramente non così importanti. Non tanto da tradire il loro grande segreto, comunque. Anche perché nemmeno i loro due figli, il diciassettenne Rowan e la quindicenne Clara, sono a conoscenza di questo segreto.

E’ davvero una fonte di comicità l’idea di prendere una famiglia di vampiri (ebbene sì, ve l’avevo detto che avrei spoilerato) e collocarla in un contesto molto British e molto middle-class. L’idea che i disagi fisici e psicologici dei due adolescenti Rowan e Clara siano semplicemente il frutto della loro (non volontaria) astinenza da sangue umano o di vampiro, è quasi esilarante (gli sfoghi di Rowan, la protezione solare 70, la scelta di Clara di diventare vegana nella speranza che gli animali la lascino avvicinare…). Il romanzo parte davvero bene, utilizza il tema del vampirismo, così abusato, come scusa per indagare nei piccoli drammi domestici di una famiglia qualsiasi.

Fino a quando i piccoli drammi domestici non si trasformano in un unico, grande dramma, e sfortunatamente di proporzioni extra-domestiche: Clara, esacerbata dalla dieta vegana e provocata dalle attenzioni indesiderate di un compagno di scuola, lo mangia. Ebbene sì, il sangue proveniente da una piccola ferita inferta al ragazzo per autodifesa scatena la vera natura di Clara, che si abbandona a una vera e propria carneficina, per fortuna in assenza di testimoni. Sfortunatamente questo episodio è il momento in cui questo romanzo diventa un gran minestrone.

Invece di concentrarsi sulle conseguenze strettamente familiari (o magari anche comunitarie) di questo evento, l’autore tira fuori dal cappello altri due filoni narrativi che si intrecciano sovrastando le altre tematiche del romanzo. Nello shock provocato dalla presenza di un cadavere di cui liberarsi, Peter chiama il fratello Will, anche lui vampiro ma ancora attivo. L’entrata in scena di Will è un grande fattore di turbamento per una storia del passato che dovrebbe rimanere segreta. Il personaggio di Will è inoltre il classico stereotipo del vampiro romantico, maledetto e megalomane (e affascinante, chiaramente) che stona parecchio in un romanzo che si supponeva avesse un intento satirico. Dall’altra parte entra in gioco una fantomatica forza di polizia speciale che si occupa dei vampiri, premurandosi anche di tenere la loro esistenza nascosta al pubblico, ovviamente. Costoro hanno ben capito che cosa è successo al ragazzo mangiato e non esitano a piazzare la tenda di fronte a casa Radley.

Il tutto si trascina fino a un finale tragico, drammatico e zuccheroso, lontano anni luce dall’esordio del romanzo, ma non in senso positivo. Nel complesso una lettura carina e sicuramente godibile, ma anche un’occasione mancata.

Giudizio: 3/5

Recensione 185 – 22/11/’63

dicembre 30, 2011 § 9 commenti

Autore: Stephen King
Titolo: 22/11/’63
(Titolo originale: 11/22/63)
Traduzione: Wu Ming
Edizione: Sperling & Kupfer, 2011
Pag.: 768
ISBN: 978-88-200-5135-8

Una premessa è doverosa: io _adoro_  indiscriminatamente zio Steve, sin da quando, molti anni fa, mio padre portò a casa dei vecchi tascabili e io scoprii alcune delle pietre miliari della mia carriera di lettrice, fra cui sicuramente Il signore degli anelli e It. E’ bizzarro, perché non sono mai stata un’amante del fantasy classico, né dell’horror, anche se ovviamente, con questi precedenti, ci ho provato. Eppure sebbene sia pronta ad ammettere che Il Silmarillion è una palla pazzesca e alcuni libri di King potrebbero non essere questo granché, nel complesso è davvero difficile per me sentirmi delusa da uno di questi tomi, che mi riporta ineluttabilmente al periodo della mia preadolescenza, quando passavo interi pomeriggi sui libri senza il minimo rimorso di coscienza.

Detto questo, la trama (anche se la saprete tutti a memoria, ormai): Jake Epping è un professore di lettere del liceo. I suoi studenti probabilmente lo considerano un ganzo, per essere un professore, ma sicuramente non è il classico eroe che salva il mondo. Quando il ristoratore e amico Al gli svela il segreto della dispensa del suo negozio, però, il mondo di Jake vacilla. Un varco spazio-temporale (o, come lo chiama il narratore, la tana del coniglio) che porta direttamente nel Maine del 1958. Al spiega a Jake di come lui volesse aspettare il 1963 e impedire l’assassinio del presidente Kennedy, e di come il suo piano fosse ora reso impossibile da un cancro incurabile, già nello stadio terminale. Ad Al serve un sostituto, e Jake è il candidato perfetto.

Leggendo i primi capitoli, mi sono chiesta perché King abbia deciso di scegliere l’assassinio di Kennedy come evento cardine da impedire. E visto come è andata a finire (chi ha letto, sa) dubito che lui volesse identificare Kennedy, o la sua opera politica, come il lato positivo della storia. Tempo fa lessi che l’omicidio di Kennedy rappresentò, per gli Stati Uniti, la perdita dell’innocenza. Nel romanzo il narratore nota spesso come la gente negli anni ’50 fosse ancora molto fiduciosa e ingenua. Secondo me King gioca con l’idea che un singolo evento abbia avuto – e possa ancora avere, nell’ipotesi di un viaggio nel tempo – così tanta importanza per una singola nazione, e anzi per tutto il mondo. Forse King vuole ricordarci come sia più importante fare piccole scelte giuste nel nostro quotidiano, operare piccoli cambiamenti, piuttosto che sognare una formula magica che ci permette di rimettere tutto a posto senza fatica. Perché chiaramente questa non è una scelta operabile, e comunque, anche se lo fosse, forse non sarebbe la soluzione giusta. In ogni caso, non credo sia questo il punto. L’idea del viaggio nel tempo è solo un mezzo per parlare di storia, di responsabilità morale, di fato e di amore. Come dice King in un’intervista , è come I viaggi di Gulliver: a nessuno importa sapere perché esistono degli uomini minuscoli, se c’è stata una mutazione genetica o cosa, importa solo che essi esistano nella mente di uno scrittore, di modo che si possano utilizzare per stimolare una riflessione sulla vita reale.

E certamente questo romanzo ci fa pensare a che cosa noi cambieremmo del passato, se solo ne avessimo la possibilità. Saremmo egoisti a voler salvare qualcuno della nostra famiglia? Oppure torneremo indietro nel tempo per fermare Hitler, o evitare la strage delle Torri Gemelle? Ma soprattutto questo romanzo ci fa riflettere sulle scelte quotidiane, sulle piccole azioni che ognuno di noi può compiere, e compie, ogni giorno. E King ci fa appassionare alla storia di un ragazzone cresciuto per essere un rude sportivo che scopre di avere un incredibile talento nella recitazione. O alla storia di una bellissima e goffa ragazza che ha avuto la sfortuna di sposare uno squilibrato. E ci appassiona così tanto da farci quasi dimenticare perché siamo qui, a leggere questo libro. E questa è magia.

Giudizio: 5/5

Recensione 184 – Se niente importa

dicembre 29, 2011 § 2 commenti

Autore: Jonathan Safran Foer
Titolo: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?
(Titolo originale: Eating Animals)
Traduzione: Irene Abigail Piccinini
Edizione: Guanda, 2010 (prima pubblicazione 2009)
Pag.: 365
ISBN: 978-88-6088-113-7

Se niente importa: Perché mangiamo gli animali?

Jonathan Safran Foer è noto per essere l’autore dei due romanzi Ogni cosa è illuminata (Everything is Illuminated) e Molto forte, incredibilmente vicino (Extremely Loud and Incredibly Close). Li ho letti entrambi, apprezzandoli molto, anche se non è mai scattato quell’innamoramento letterario che mi sarei aspettata. Quando è stato pubblicato questo suo saggio, ero interessata, ma solo fino a un certo punto: non sono vegetariana e devo ammettere di non essere nemmeno particolarmente interessata alla questione del mangiare etico o biologico. Leggendo diverse recensioni positive mi sono però incuriosita e, in occasione della mia ultima sortita in biblioteca per recuperare una graphic novel di Manuele Fior, ho portato a casa anche questo volume.

In occasione della gravidanza della moglie (Nicole Krauss, anch’essa apprezzatissima romanziera), Foer si interroga su molti aspetti della sua vita, e in particolare sulle sue scelte alimentari. Vegetariano da anni, ma in modo altalenante, Foer sente di dover prendere una decisione netta, in modo da poter spiegare al figlio, eventualmente, nel futuro, il perché di una scelta vegetariana. E decide di chiarirsi le idee effettuando un’indagine, di piglio molto giornalistico, su come gli animali vengono allevati e macellati. La sua disamina riguarda gli Stati Uniti, ma non credo che in Europa le cose possano essere molto diverse.

Le conclusioni di Foer, supportate da dati precisi (pagine e pagine di note e fonti) sono queste: l’industria alimentare americana, per poter fornire al cliente ciò che egli desidera – ovvero molta carne, e a prezzo basso -, utilizza un tipo di allevamento industriale intensivo che punta non alla qualità del cibo prodotto, quanto alla quantità e al guadagno ricavabile pur mantenendo basso il prezzo finale. Questo significa accurata selezione genetica per garantire il massimo rendimento e manipolazione delle fasi di crescita dell’animale per anticipare quanto possibile il momento della macellazione. Ma dal punto di vista etico, o comunque dal punto di vista del consumatore, queste scelte significano che:

– nell’allevamento intensivo gli animali vengono trattati con una incredibile crudeltà, tale che qualsiasi persona si sentirebbe male assistendovi; inoltre la selezione genetica implica lo sviluppo di patologie molto dolorose;
– nell’allevamento intensivo gli scarti di produzione e le feci provocano un inquinamento molte volte maggiore rispetto ad un allevamento tradizionale;
– nell’allevamento intensivo gli animali vengono imbottiti di medicinali e antibiotici per evitare le malattie tipiche degli allevamenti intensivi e degli animali selezionati geneticamente.

Foer è abbastanza onesto da dare voce anche alla parte opposta: l’allevamento intensivo è l’unico tipo di allevamento che permette di fornire il quantitativo di carne richiesta. La gente non vuole mangiare meno carne, né tanto meno vuole pagarla di più. E ammette che certi cibi di origine animale hanno un significato culturale molto forte nella società occidentale. Eppure l’allevamento intensivo, per come funziona oggi, non è un sistema eticamente accettabile (e probabilmente non è accettabile nemmeno dal punto di vista della salute). Questo si può chiaramente capire grazie a questo video, la cui visione richiede solo poco più di dieci minuti.

Devo ammettere onestamente che non credo sarò mai in grado di diventare vegetariana. E’ una scelta complicata, socialmente e a livello familiare. Inoltre sono convinta che l’uomo sia un animale onnivoro, e sia culturalmente che a livello di salute mi sentirei a disagio al pensiero di rinunciare a carne, pesce, uova, latticini. D’altra parte venire a conoscenza di come questi cibi arrivano alle nostre tavole rende necessario riflettere sulle nostre scelte, e farle in modo più consapevole, accettando se possibile di fare qualche sacrificio in più.

Nel complesso la lettura di questo saggio è sicuramente interessante e utile da un punto di vista etico e di salute, ma non la definirei indispensabile. Foer si concentra di più sull’elencazione di come funzionano gli allevamenti e i macelli, informazioni ripetute e ripetute ad nauseam nella parte centrale/finale del libro, al punto che ci si infastidisce e annoia mentre si leggono cose che dovrebbero invece riempirci di orrore. Stilisticamente, lo considero un passo falso. Inoltre mi aspettavo che ci fosse una parte più ampia di riflessione etica sulla sua scelta, sulla scelta di Foer come persona, ma questa parte in realtà non è molto sviluppata.

Giudizio: 3/5

Recensione 183 – The Joy Luck Club

dicembre 28, 2011 § Lascia un commento

Autore: Amy Tan
Titolo: The Joy Luck Club
(Titolo italiano: Il circolo della fortuna e della felicità)
Edizione: Vintage, 1991 (prima pubblicazione: 1989)
Pag.: 287
ISBN: 9780749399573

The Joy Luck Club

Nel 1949 quattro donne Cinesi recentemente immigrate a San Francisco, iniziano ad incontrarsi per giocare a mahjong, parlare e mangiare insieme, formando il circolo della fortuna e della felicità che dà il titolo a questo romanzo. La loro filosofia di vita è festeggiare quello che si possiede piuttosto che commiserarsi. Una generazione più tardi, le loro storie si intrecciano con quelle delle figlie: le madri cercano di rivelare i segreti della loro vita e di plasmare le figlie secondo i propri desideri; le figlie sono visceralmente legate alle madri anche quando le rifiutano, o rifiutano il loro modo di vivere.

Anche se questo romanzo tratta in modo specifico le problematiche del rapporto madre-figlia all’interno di un contesto di immigrazioni in un paese completamente diverso da quello di origine, i temi sono molto più generali e condivisibili di quanto non si possa credere. Le aspettative materne si scontrano con i tentativi di integrazione delle figlie, ma l’oggetto della narrazione non è tanto il rapporto tra immigrato di seconda generazione e paese di adozione, bensì lo scontro di generazioni che ha luogo in parte per motivi legati all’immigrazione, ma in buona parte anche proprio per motivi universali.

La cosa più curiosa è che in questo romanzo la maggior parte delle figlie, dopo aver rifiutato i valori imbarazzanti delle madri, scopre su di loro cose mai sapute, che risalgono alla loro vita in Cina, e che aprono una prospettiva completamente nuova e inaspettata. E le madri stesse, pur tacendo del loro passato nella maggior parte dei casi, desiderano che le figlie percepiscano le loro aspirazioni e realizzino i loro sogni, e alla fine delle storie questo scambio di visioni in qualche modo si realizza.

Giudizio: 4/5

Recensione 182 – Pyongyang

dicembre 27, 2011 § 1 Commento

Autore: Guy Delisle
Titolo: Pyongyang
(Titolo italiano: Pyongyang)
Edizione: Drawn and Quarterly, 2005 (prima pubblicazione 2002)
Pag.: 184
ISBN: 9781896597898

Pyongyang: A Journey in North Korea

Questa graphic novel è il resoconto di due mesi passati da Guy Delisle nella Corea del Nord nel 2001. Uno dei pochi occidentali ad ottenere l’accesso a questa misteriosa nazione, Delisle racconta la sua peculiare esperienza mentre lavora per una compagnia di animazione francese.

Anche se è cosa nota che la Corea del Nord è una nazione molto chiusa, in cui gli occidentali raramente riescono ad entrare, e comunque praticamente mai riescono a vedere la ‘vera’ vita coreana, devo dire che questo romanzo è stato una delusione. Bellissimi i disegni, e comunque interessante la narrazione perché, applicando un filtro ai commenti decisamente negativi di Delisle, qualcosa arriva, ma è proprio l’atteggiamento del narratore che mi ha lasciata alquanto perplessa (e mi ha portato, a distanza di giorni dalla lettura, ad abbassare il giudizio).

Può essere che Delisle stia utilizzando una qualche tecnica narrativa che io non riesco a recepire, ma in generale mi sembra che il suo giudizio sui nord coreani sia davvero impietoso, e che non tenga in considerazione la loro storia e la loro cultura. Il fatto stesso che Delisle stia lavorando per una compagnia francese di animazione che ha sede in Pyongyang per motivi economici non viene affrontato, così come non si parla di politica estera (se non per ridicolizzare l’apparente incrollabile mito dell’intromissione degli Stati Esteri che impedisce l’unione tra Corea del Nord e Corea del Sud.) Nonostante sia chiara la difficoltà di approfondire la conoscenza della vita della nazione senza filtri, è evidente che Delisle ha i suoi bei pregiudizi, di cui è inconsapevole, o di cui non si cura. Non solo non tenta di andare oltre la superficie, ma sembra agire in modo ostile e anche sovversivo, senza rendersi conto che è in un paese ‘altro’, dove comunque sarebbe buona cosa portare del rispetto nei confronti di una cultura differente dalla nostra, ma non necessariamente peggiore, nonostante il regime dittatoriale della Corea del Nord non sia certamente auspicabile né sostenibile.
Non riesco a dare un giudizio netto su questa opera, che mi riservo di valutare in occasione della lettura di altre graphic novel di Delisle.

Recensione 181 – Il settimo conte di Lucan

dicembre 26, 2011 § Lascia un commento

Autore: Muriel Spark
Titolo: Il settimo conte di Lucan
(Titolo originale: Aiding and Abetting)
Traduzione: Clauda Valeria Letizia
Edizione: Adelphi, 2002 (pubblicazione originaria: 2000)
Pag.: 148
ISBN: 9788845916779

Il settimo Conte di Lucan

Questo romanzo di Muriel Spark si basa su un fatto di cronaca vero: nel 1974 un uomo penetrò nella casa di Belgravia, Londra, dove la contessa di Lucan viveva, separata dal marito, con la figlia e la bambinaia. Quest’uomo aggredì sia la bambinaia che la contessa, e solo quest’ultima riuscì a salvarsi, ed accusò il marito, Lord Lucan, dell’aggressione. E non è un caso che Lord Lucan scomparve quella stessa notte, forse si suicidò, forse invece scappò con l’ausilio dei suoi danarosi amici, vivendo poi a lungo in esilio e sotto false spoglie.

Nel romanzo della Spark tre vicende si intrecciano: la storia della psichiatra tedesca a Parigi Hildegard Wolfe, e del suo passato nascosto come falsa martire con il nome di Beate Pappenheim, a Monaco; la storia di Lord Lucan, anzi di due persone che dichiarano di essere Lord Lucan, entrambe in cura presso Hildegard; la figlia una vecchia amica di Lord Lucan, e uno dei suoi vecchi compagni di gioco, che si imbarcano in una caccia all’uomo, certi che il famoso personaggio sia ancora vivo.

Il tema del doppio pervade tutto il romanzo, ma ancora più presente è l’elemento farsesco, che è davvero pervasivo. Il romanzo comincia come un noir, particolarmente inquietante a causa dell’elemento reale da cui prende partenza, per poi divenire quasi una commedia, una corsa in cui tutti cercano qualcuno, ma il concetto stesso di identità è gettato all’aria. E il finale è particolarmente assurdo. Un romanzo che sicuramente non mi aspettavo da Muriel Spark, ma che stranamente ho apprezzato parecchio.

Giudizio: 4/5

Buon Natale a tutti!

dicembre 25, 2011 § 4 commenti

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