207 – Le stanze illuminate

marzo 28, 2012 § Lascia un commento

Autore: Richard Mason
Titolo: Le stanze illuminate
(Titolo originale: The Lighted Rooms; anche pubblicato con il titolo Natural Elements)
Edizione: Einaudi, 2008
Pag.: 495
ISBN: 9788806190033

Le Stanze Illuminate
Perhaps being old is having lighted rooms
Inside your head, and people in them, acting.


Philip Larkin

Richard Mason è un autore che mi piace davvero molto, ed è così fin dal primo romanzo che ho letto, Noi. Anime alla deriva mi è piaciuto un pochino di meno, ma comunque molto, e Alla ricerca del piacere mi è piaciuto allo stesso modo, anche se la scelta di non rivelare che si tratta di una prima parte, to be continued, mi ha indotto ad assegnare una stellina di meno. Le stanze illuminate è bellissimo, forse anche migliore di Noi, che però, devo dire, ricordo poco dato che la lettura risale al 2008.

Devo ammettere che all’inizio la storia mi aveva preso solo fino a un certo punto. Eloise è una donna in carriera che nella vita ha fatto la scelta di essere libera dai legami, familiari o meno. Coerentemente, quando la madre Joan comincia ad avere i primi acciacchi seri, decide di metterla in casa di riposo. E poi, sentendosi in colpa per questo, per quanto la casa di riposo scelta sia estremamente di lusso e conseguentemente costosa, decide di accompagnarla in un viaggio di una settimana in Sudafrica, terra di origine della sua famiglia. La trama, per quanto interessante, mi sembrava anche poco originale. Ovviamente mi sbagliavo, perché ben presto Mason cambia traiettoria, e nella seconda parte del romanzo, soprattutto, cambia completamente stile, sfociando in quello che è stato chiamato realismo magico, e che normalmente a me non è che gusti molto, però in questo caso decisamente si.

Anche i personaggi inizialmente non mi hanno convinta del tutto: Eloise sembra proprio essere stata creata per essere il prototipo dell’egoismo: una donna di quasi cinquanta anni che non solo ha scelto di non avere figli (cosa che posso capire, dato che temeva di ridursi ad accessorio della sua stessa vita) ma addirittura ha preferito rimanere single (cosa che trovo particolarmente difficile da digerire). Quando ha potuto acquistare una casa, lo ha fatto scegliendo quella che meglio dichiarava il suo intento di non prendere la madre in casa nel futuro. Il suo lavoro consiste nell’accumulare quattrini e non ha nessuno di quegli hobby che potrebbero riscattarla umanamente: non legge, non guarda film, non ascolta musica, non lavora a maglia, non fa volontariato, addirittura tratta la sua stessa casa come una discarica, in cui non si è ancora tramutata solo grazie alle cure della donna delle pulizie.
Per quanto riguarda Joan, invece, infastidisce la sua bontà, il perdono verso la figlia egoista e il figlio ancora peggio, l’acquiescenza nonostante la sua vita non sia stata delle più semplici.

A un certo punto però i personaggi hanno cominciato a uscire dalla pagina, la trama si è complicata e io mi sono totalmente innamorata di questo romanzo, che avrei letto anche mentre guidavo tanto mi ha appassionato. Il rapporto madre-figlia è sicuramente un grande tema, ma forse il principale è quello dell’invecchiamento. Non parlo necessariamente di demenza senile, perché gli episodi di cui è protagonista Joan sono interpretabili, e a me piace la lettura più romantica. Credo che forse anche Mason preferisca il lato romantico delle avventure di Joan, dal modo coinvolto e parziale in cui le racconta. In generale però questo romanzo parla di cosa vuol dire invecchiare (anche considerando l’epigrafe di Larkin) e mi ha fatto riflettere parecchio il concetto di perdita della libertà personale. Non che Joan sia stata molto più libera durante il suo matrimonio con Frank: le ingerenze dell’orribile suocera Astrid mi hanno fatto letteralmente fumare. Mason va oltre, aggiungendo una doppia trama nel passato: da una parte la famiglia di Astrid durante la guerra anglo-boera e dall’altra una famiglia vittoriana che abitava nello stabile in cui ora è la casa di riposo di cui Joan è ospite. Forse la storia di Eloise è la meno interessante, ma comunque molto bella, con la sua trasformazione e la lotta per non perdere il lavoro e tutti i suoi soldi.

Giudizio: 5/5

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206 – Below Stairs di Margaret Powell

marzo 27, 2012 § 2 commenti

Autore: Margaret Powell
Titolo: Below Stairs
(non tradotto in italiano)
Edizione: Pan Books/Kindle, 2011 (1968)
ASIN: B004OC07QM

Below Stairs: The Classic Kitchen Maid's Memoir That Inspired "Upstairs, Downstairs" and "Downton Abbey"

Fonte di ispirazione sia per l’apprezzatissima serie tv Downton Abbey, sia per la più datata (e introvabile) Upstairs, Downstairs, questo romanzo racconta come stavano veramente le cose almeno per una rappresentante delle servitù la cui vita viene tanto romanticamente descritta (almeno in Downton Abbey). Senza nulla togliere alla serie tv, che io _adoro_ bisogna ammettere che la situazione idilliaca che descrive è storicamente poco probabile.

La prima cosa che ho pensato, una volta superati i primi capitoli che parlano in modo piuttosto piacevole della vita della famiglia Powell nella loro cittadina, Hove, è che è una vera fortuna essere nata diversi decenni più tardi. Normalmente tendiamo a romanticizzare il passato, ma Margaret Powell, dopo averlo vissuto sulla sua pelle, solo raramente cade nello ‘stavamo-meglio-quando-stavamo-peggio-pensiero’.
All’età di quattordici anni Margaret vince una borsa di studio ma, poiché questa copre solo i costi scolastici e non gli abiti e il cibo, è chiaro che la sua famiglia non può comunque permettersi di farle continuare gli studi. Margaret, che sogna di diventare una maestra, molto pragmaticamente inizia a lavorare per una lavanderia, esperienza per lei molto positiva, senonché allo scadere dell’anno di ‘apprendistato’, viene mandata via per fare posto ad un’altra quattordicenne che può essere ancora sottopagata (certe cose non cambiano mai, a quanto pare). A questo punto le possibilità si restringono e, sebbene molto a malincuore, Margaret deve cominciare ad andare a servizio.

Le sue mansioni come sguattera (lo so che è un brutto termine, ma il lavoro corrispondente è molto peggio) di cucina sono talmente tante (e spesso talmente assurde) da risultare incredibili. Un esempio: Margaret ogni mattina deve pulire tutte le scarpe di tutta la famiglia per cui lavora. Il che significa pulirle per benino, lucidarle, ma anche pulire la suola e poi stirare i lacci (Margaret ci spiega che all’epoca i lacci erano piatti e larghi – il che, personalmente, non giustifica davvero lo stiraggio, quotidiano poi!). Ma soprattutto deve occuparsi delle pulizie, in un’epoca in cui non c’erano sicuramente tutti i detersivi e gli aiuti che abbiamo oggi – anzi, non esistevano nemmeno i guanti! (stiamo parlando degli anni Venti circa). La pesantezza del lavoro spesso rendeva di fatto impossibile al personale di una casa vivere pienamente il poco (pochissimo, e strettamente regolato e deciso dai datori di lavoro) tempo libero. Dopo il suo primo incarico Margaret decide di cercare un lavoro a Londra ma dopo i primi mesi si rende conto che non riesce a visitare niente di quello che vorrebbe (grande appassionata di lettura, Margaret vorrebbe visitare i luoghi dove hanno vissuto i grandi scrittori e in cui sono ambientati i loro libri). Tutto ciò che ha la forza di fare nel suo tempo libero è chiudersi in un cinema, dove può riposare e, nel buio, dimenticare di essere vestita in modo orribile – perché il modo di vestire di una persona a servizio era regolato dai datori di lavoro, e non solo durante le ore di servizio, ma anche nel loro tempo libero. Lo status di un dipendente a servizio all’epoca era quasi quello di una non-persona.

Non meraviglia che Margaret fosse estremamente concentrata nella sua missione di trovare un marito, una caratteristica che per noi può essere fastidiosa, ma che evidentemente per le donne della sua epoca e posizione rappresentava una delle pochissime possibilità di migliorare la propria vita. Ma la ricerca di Margaret dura diversi anni, almeno quanto basta per decidere di tentare anche l’altra strada: passare da sguattera a cuoca, un deciso passaggio di qualità. Alla fine Margaret riuscì anche a sposarsi e a crearsi una famiglia. Non solo, a tempo debito concluse gli studi interrotti molti anni prima e poi, con la pubblicazione di questo libro, divenne molto famosa. Scrisse altri libri e partecipò anche alla stesura di una serie tv ispirata alla sua vita. Direi che fortunatamente alla fine è riuscita a prendersi tutte le sue soddisfazioni!

Giudizio: 4/5

205 – Signorina Cuorinfranti di Nathanael West

marzo 26, 2012 § Lascia un commento

Autore: Nathanael West
Titolo: Signorina Cuorinfranti
(Titolo originale: Miss Lonelyhearts)
Traduzione: Riccardo Duranti
Edizione: Minimum Fax, 2011 (1933)
Pag.: 116
ISBN: 9788875213640

Signorina Cuorinfranti

Il titolo e la copertina di questo romanzo sono decisamente ingannatori, e fanno pensare a una commedia romantica, che, unita all’ambientazione negli anni Trenta, solleticava piacevolmente la mia fantasia. Nonostante la critica lo abbia spesso definito ‘black comedy’ e ne abbia spesso lodato lo humour macabro, io non ho affatto percepito la parte comica o umoristica, anzi. Mi è sembrato un romanzo estremamente angosciante e grottesco, privato di ogni minima scintilla di speranza.

Il protagonista è un giovane di ventisei anni che scrive una rubrica di consigli ai lettori rispondendo alle lettere inviate al giornale per cui lavora. Un lavoro iniziato in modo scherzoso (soprattutto a causa del cinismo della redazione che non si preoccupa affatto di dare consigli veri alle persone ma solo di aumentare la tiratura del giornale) ma poi diventato estremamente angoscioso a causa del tenore delle lettere, che sono sempre più disperate, e inducono alla visione di un’America composta da donne e uomini sopraffatti dalla violenza e dalla tragedia della vita. Tale visione pessimistica è chiaramente indotta dal periodo in cui fu scritto il romanzo, ovvero il periodo della Depressione degli anni Trenta, e della società americana dell’epoca, nei cui confronti lo scrittore era profondamente disilluso (e di conseguenza anche il suo personaggio).

Leggendo l’entrata dedicata a questo romanzo da Wikipedia (inglese), scopro che questo romanzo è stato interpretato come una critica all’alienazione di una società ‘massificata’ in cui non è possibile trovare una soluzione personale a un problema ‘prodotto’ in catena di montaggio e a cui si dà una risposta altrettanto industriale. In alternativa Miss Lonelyhearts potrebbe essere una meditazione sulla pervasività del male, al quale il protagonista soccombe, poiché tutte le soluzioni tentate (l’amore, la religione, il ritorno alla natura e a una vita più semplice) hanno fallito.

Non sono particolarmente convinta di nessuna delle due interpretazioni. A mio avviso questo romanzo non può essere davvero letto come una critica di qualcosa (o non solo, per lo meno) in quanto questo ci porterebbe inevitabilmente a trovare una soluzione: se Miss Lonelyhearts è una critica della società industriale, un ritorno alla natura potrebbe essere una soluzione, ma il protagonista ci prova e fallisce. Si tratta di un problema più ampio. Il romanzo non è deprimente solo per la sua descrizione di un mondo in cui tutte le persone stanno male e sono vittime, ma anche – e soprattutto – per la mancanza di una possibile soluzione. Miss Lonelyhearts è sopraffatto dal male, dalla solitudine e dal dolore che percepisce intorno a sé, ma non è assolutamente in grado di intervenire per lenire questo dolore, nemmeno in un caso singolo. Al contrario, non rifugge nemmeno la possibilità di aumentare questo dolore: la percezione di questo pervasivo dolore esistenziale lo spinge alla violenza e alla depressione. L’unico personaggio che – pur non essendo sicuramente un personaggio positivo – sembra per lo meno a suo agio con sé stesso e piuttosto soddisfatto, è il suo editore, Shrike, felicemente cinico.

Nella sua interessantissima prefazione Matteo B. Bianchi spiega come Nathanael West non abbia mai avuto successo in vita, e come i suoi libri siano stati rivalutati posteriormente. Il motivo sembra risiedere nel fatto che West pubblicò i suoi romanzi nell’epoca della Depressione, un momento in cui i lettori non volevano leggere cose deprimenti. E io mi associo. Non siamo in depressione (bé, non ancora, almeno) ma sicuramente nemmeno io sento la necessità di leggere libri che sembrano ingigantire un problema senza offrire nemmeno il più piccolo stimolo a una risoluzione dello stesso. Non pretendo certo di leggere solo romanzi leggeri, che non fanno pensare, o romanzi buonisti. Non voglio evitare le emozioni forti o le vicende drammatiche e le denunce sociali (alcuni dei libri migliori letti finora nel 2012 non sono certo semplici: un esempio su tutti The Siege di Helen Dunmore). Mi basta poter ‘imparare’ qualcosa da un romanzo, sentirmi rinforzata e rincuorata pur nella prospettiva di una possibilissima avversità futura.

Giudizio: 3/5

204 – La lunga marcia di Stephen King

marzo 24, 2012 § Lascia un commento

Autore: Stephen King (Richard Bachman)
Titolo: La lunga marcia
(Titolo originale: The Long Walk)
Traduzione: Beata della Frattina
Edizione: Sperling & Kupfer, 1998 (1979)
Pag.: 279
ISBN: 88-200-2634-1

 

Stephen King è assolutamente uno dei miei autori preferiti, ma, vista la sua sconfinata produzione, è chiaro che nel tempo mi sono persa qualche sua pubblicazione. La lunga marcia è uno dei suoi primi romanzi, e fu inizialmente pubblicato sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, ma fu originariamente scritto da King fra il 1966 e il 1967, quando era matricola all’università. Immagino che poi sia stato rimaneggiato più volte, ma mi colpisce davvero sia il fatto sia stato scritto da un King così giovane, sia il fatto che abbia un bel po’ di anni in più di me!

Nonostante la giovane età dello scrittore quando sviluppò questa idea, La lunga marcia è un romanzo terribile e angosciante, nonché privo della minima speranza. Non sono una grande fan del concetto di giochi d’arena in letteratura. Non che ci siano moltissimi libri di questo stampo, ma recentemente la serie di The Hunger Games di Suzanne Collins ha fatto molto scalpore, e si tratta fondamentalmente di una storia molto simile, per lo meno nelle premesse, perché poi lo svolgimento porta i due autori in direzioni davvero diverse.

Considerando il periodo in cui fu scritto, il romanzo di King è particolarmente futuristico. Egli riuscì ad individuare molto bene nei giochi televisivi dell’epoca (tutti i capitoli del romanzo iniziano con un’epigrafe che quasi sempre proviene da un quiz televisivo) il trend che avrebbe portato all’attuale degenerazione, con i reality show che invadono le nostre case, nonché le vite degli incauti partecipanti.

Ma più in generale il romanzo di King può essere interpretato in molti modi, giacché la un lungo cammino durante il quale si perdono amici, speranze e finanche la vita, può essere la metafora di molte cose, inclusa la nostra stessa esistenza.

La lunga marcia è un romanzo distopico ambientato nel presente di un’America alternativa, governata (forse, non è chiarissimo in realtà) da un fantomatico Maggiore (di cui non conosceremo mai il nome, e che, grazie al suo carisma, viene quasi venerato dai suoi ‘sudditi’ sui quali esercita un controllo dispotico e totalitario tramite le sue Squadre – “il mostro più raro e pericoloso che una nazione possa produrre, un sociopate mantenuto dalla società”) Il Maggiore ricorda chiaramente molti dei dittatori storicamente esistiti, e l’America di questo romanzo sembra essere nata da un golpe militare. Le lunga marcia ricorda invece le marce a cui furono costretti molti ebrei rinchiusi nei campi di concentramente . Questa realtà oppressiva non viene descritta minuziosamente, né ci viene dato un elenco delle atrocità sofferte dai liberi pensatori di questa società. Stranamente, King in questo romanzo ha una scrittura asciutta ed essenziale, perfetta per l’argomento trattato, e lascia emergere una realtà angosciante attraverso piccoli accenni: il padre del protagonista, Ray Garraty, che contestava il governo e venne portato via dalle Squadre, una discussione fra i partecipanti alla marcia in cui si evince che alcuni di loro hanno parenti che sono stati presi dalle Squadre, e che molti di loro hanno, in qualche modo, partecipato a delle contestazioni del governo.

***avviso spoiler***

La Lunga Marcia stessa è un gioco, uno sport, annuale, organizzato dal governo, chiaramente, in cui 100 ragazzi si sfidano volontariamente in un percorso che parte dal Maine per snodarsi per moltissimi chilometri e diversi stati. Ci sono diverse regole da rispettare, ogni mancato rispetto dà luogo ad una ammonizione, che può essere cancellata da un’ora di cammino senza infrazioni. E’ possibile ricevere un massimo di tre ammonizioni, dopo le quali un’infrazione porta necessariamente al ‘congedo’. E ovviamente King lascia il dubbio fino all’ultimo sulla vera natura di questo ‘congedo’, che è di fatto un vero e proprio omicidio.

***fine spoiler***

La motivazione dei partecipanti non è molto chiara, ed è spesso oggetto di discussione durante la marcia stessa. Diventa però chiaro nel tempo che fare il test per partecipare alla gara è una cosa che fanno tutti i ragazzi dopo i dodici anni, quasi un rito di passaggio. In seguito ad un’eventuale accettazione (che non è scontata) il partecipante ha la possibilità di ritirarsi, almeno fino a una certa data. Inoltre vengono selezionati non solo cento partecipanti, ma anche cento riserve. E fino a quando il gioco non si fa dura, è evidente che i ragazzi non realizzano _davvero_ in che cosa si sono imbarcati, anche se razionalmente lo sanno, in quanto le marce sono pubbliche, anzi, uno dei loro scopi è evidentemente la propaganda mediatica, che si basa in buona parte sulla voglia di sangue della folla.

Io trovo davvero allucinante (in modo positivo, è chiaro) che uno scrittore riesca a tenere viva l’attenzione raccontando per quasi trecento pagine di un gruppo di ragazzi (che nei primi capitolo spesso si confondono fra di loro) che fondamentalmente non fanno che camminare. Eppure King ci riesce, perché è un affabulatore nato.

Giudizio: 4/5

Recensione 203 – Una lontana follia

marzo 23, 2012 § 4 commenti

Autore: Kate Morton
Titolo: Una lontana follia
(Titolo originale: The Distant Hours)
Traduzione: Alessandra Emma Giagheddu
Edizione: Sperling & Kupfer, 2011 (2010)
Pag.: 566
ISBN: 9788820050443

Una lontana follia 

Ho iniziato il 2012 finendo Il giardino dei segreti di Kate Morton, ed avendo già letto tempo prima Ritorno a Riverton Manor, sapevo che anche questo mi sarebbe piaciuto, e avrei preferito aspettare un po’ di più a leggerlo, ma ovviamente non ho resistito. Costruito su due piani temporali (il presente, negli anni Novanta, e il passato della Seconda Guerra Mondiale), Una lontana follia ha tutte le migliori caratteristiche del gotico moderno: un castello diroccato (o quasi) che ospita una famiglia blasonata, oscuri segreti, misteri letterari, amore per i libri e la letteratura e qualche personaggio eccentrico (addirittura una pazza in soffitta!).

Grazie all’arrivo di una lettera persa da molti, molti anni, Edie Burchill scopre che ci sono cose che non conosce nel passato della madre Meredith, e che sono legate alla sua esperienza di sfollata in un castello del Kent durante la Seconda Guerra Mondiale. Un passato legato a quello delle tre sorelle Blythe e del loro padre, Raymond Blythe, autore di un famosissimo romanzo per ragazzi. Edie cerca così di scoprire qualcosa di più sul castello dove la madre ha abitato e dove è stato concepito il suo libro preferito, quello che ha deciso del suo destino di lettrice e amante dei libri.

Ultimamente mi sono molto appassionata ai resoconti di guerra nei romanzi, che è anche uno dei motivi per cui ho riletto Atonement, con la sua descrizione della guerra sul campo di battaglia (più o meno, non è che ci siano effettivamente descrizioni di combattimenti) da parte di Robbie e soprattutto con la vita di Briony a Londra come infermiera volontaria.

Anche in Una lontana follia ritrovo gli stessi elementi: lo sfollamento dei bambini verso la campagna per paura dei bombardamenti, le maschere antigas, l’oscuramente, il rinforzamento delle finestre, le associazioni nate per aiutare lo sforzo bellico in ogni modo. Mi rendo conto per le persone dell’epoca tutti questi particolari erano simbolici di una orribile situazione (e ben poco simbolica) ma per me rappresentano invece la rinfrescante ingenuità di un’epoca in cui un governo (e il governo inglese, poi) credeva di poter disorientare il nemico oscurando i nomi delle vie di Londra o le indicazioni del capolinea sugli autobus. O che suggeriva di individuare il nemico grazie alla parlata eccessivamente corretta e poi smascherarlo chiedendo la recitazione a memoria di nursery rhymes.

Su questo sfondo, si svolge una storia davvero avvincente. Devo ammettere che sono rimasta molto stupita leggendo varie recensioni in cui si lamentava un’eccessiva lungaggine! Probabilmente io mi godo non solo la trama vera e propria, ma anche tutti i più piccoli particolari di questa magnifica ambientazione, che è il mio ideale per una lettura di conforto. Anche la parte ambientata nel presente è molto affascinante, grazie al carattere di Edie e alla sua passione per il libri (graziosissima la casa editrice per cui lavora). Inoltre la scena in cui Edi legge un libro sul castello prima di poterlo visitare mi hanno ricordato moltissimo – non so nemmeno io perché, l’ambientazione è _totalmente_ diversa) il romanzo Che fine ha fatto Mr Y?. Sarà l’esperienza un po’ straniante ma estremamente soddisfacente di leggere di qualcuno che sta leggendo, come una specie di doppia goduria insomma (forse un’esperienza simile potrebbe essere dormire sognando di dormire).

Posso ammettere che questi romanzi non sono capolavori della letteratura, che sono un po’ ingenui e peccano di un melodramma un pochino eccessivo (per tutta la scena della prima visita al castello mi sono sentita letteralmente ‘spintonata’ dallo stile enfatico dell’autrice) eppure sono perfetti nel loro genere, godibilissimi e assolutamente raccomandati.

Edit 24/03/2012

Riporto una citazione dal libro che ho trovato curiosa. Si tratta di un riferimento letterario, così come ne <i>Il giardino dei segreti</i> Frances Hodgson Burnett faceva un’apparizione.

“Notò un libro che era rimasto aperto su una pila di altri volumi e Saffy, patologicamente amante della letteratura, sbirciò il titolo: <i>Il libro dei gatti tuttofare</i>, dedicato a Juniper da Thomas Eliot dopo una visita a Milderhurst, durante la quale Raymond Blythe gli aveva mostrato una delle poesie della figlia. Saffy non aveva le idee chiare su Eliot: ovviamente lo ammirava in quanto scrittore, ma sentiva che il suo pessimismo, il suo sguardo così cupo lo spingevano a cogliere solo i lati più duri dell’esistenza. Non tanto con i suoi gatti, che erano bizzosi di per sé, quanto con le sue poesie. E poi quella sua ossessione per gli orologi e per il tempo che passa secondo lei incoraggiavano la depressione, cosa di cui faceva volentieri a meno.” (130)

Giudizio: 5/5

Recensione 202 – Atonement

marzo 20, 2012 § Lascia un commento

Autore: Ian McEwan
Titolo: Atonement
(Titolo italiano: Espiazione)
Edizione: Vintage Digital (Kindle Edition), 2010 (prima pubblicazione 2001)
ASIN: B00354YA4A

Atonement 

Nonostante la mole impressionante di libri accumulati ancora da leggere (per non parlare degli ebook gratuiti che scarico da Gutenberg e che non inserisco quasi mai su Goodreads o aNobii, per evitare di spaventarmi) ogni tanto (spesso) sento il desiderio di rileggere qualcuno di quei libri che hanno fatto la mia storia di lettrice. Espiazione è senza dubbio uno di questi, e ho deciso di rileggerlo, ma in lingua originale, così da dare un po’ più di senso alla mia impresa!

La trama di Atonement è, credo, nota: Briony è una ragazzina di buona famiglia, aspirante scrittrice che vive perennemente immersa nelle sue fantasie. Nel 1935 assiste ad un episodio che fraintende, e legge una lettera non indirizzata a lei: due atti banali che però la convincono che Robbie, il figlio della donna delle pulizie, sia un vero e proprio maniaco sessuale. E lo accusa dello stupro della cugina Lola, assalita di spalle di notte, durante la ricerca dei sui due fratelli, gemelli, che sono scappati di casa.

L’accusa di Briony, che nel corso degli interrogatori si convince davvero di aver visto Robbie quella notte, cambia il corso della vita di tutte le persone coinvolte: Robbie finisce in prigione, e qualche anno più tardi gli viene offerta la possibilità di scambiare la prigione con l’arruolamento nella Seconda Guerra Mondiale. Cecilia, la sorella maggiore di Briony, innamorata di Robbie, rompe i rapporti non solo con la sorella ma anche con tutta la famiglia, rea di non aver creduto in lui. Diventa un’infermiera volontaria e poi professionista. Briony invece di andare al college decide di seguire i suoi passi e cinque anni dopo il misfatto cerca di riallacciare i rapporti con la sorella e di espiare ciò che ha fatto.

Il romanzo di McEwan non è solo una bellissima storia, un meraviglioso romanzo ambientato in un passato tanto orribile quanto affascinante (la descrizione della vita durante le due guerre mondiali riveste sempre un grande fascino per me). E’ anche il romanzo scritto da Briony, e una riflessione stessa sul romanzo, nonché una forma letteraria che evolve dalla prima all’ultima parte, iniziando con un ritmo lento alla Virginia Woolf, per poi prendere in prestito escamotage e atmosfere sia da Lawrence che Forster, per poi modernizzarsi nelle due parti centrali, in cui viene descritta prima l’esperienza della guerra di Robbie, durante la ritirata in Francia, poi l’esperienza della guerra di Briony, che come infermiera assiste proprio la grande ondata di feriti proveniente dalla Francia. Un’evoluzione che è la somma e il superamento della forma del romanzo del ventesimo secolo, e una riflessione sul ruolo del romanzo e sul ruolo dello scrittore. Ma il romanzo di McEwan è soprattutto molto umano, commovente, coinvolgente, fino all’ultima pagina.

Giudizio: 4/5

Recensione 201 – The Children’s Book

marzo 13, 2012 § Lascia un commento

Autore: A. S. Byatt
Titolo: The Children’s Book
(Titolo italiano: Il libro dei bambini)
Edizione: Kindle, 2009
Pag.: —
ASIN: B002PMVY2Y

The Children's Book 

Questo libro è stato una vera e propria epopea. Un’epopea fantastica, ma non per questo meno faticosa. Il fatto che una copia usata di questo libro, ordinata a inizio febbraio, non sia mai arrivata a destinazione e che io sia stata costretta ad acquistare una copia per il mio Kindle, avrebbe già dovuto mettermi sull’avviso! Poi ci sono stati problemi sul lavoro, che hanno prosciugato la mia capacità di concentrarmi su un libro che richiede, direi, parecchia concentrazione. Infine, la scoperta di Pinterest ha riempito le mie serate per una buona settimana, distogliendomi ulteriormente dalla lettura. Eppure il libro della Byatt è davvero bello.

Intendiamoci: è un vero e proprio capolavoro. Fa rabbrividire la consapevolezza del livello infinito di conoscenze di cui deve essere in possesso questa autrice per scrivere un libro del genere. Però dire che è un capolavoro non basta. Bisogna anche dire che, sebbene la prima parte sia un po’ faticosa, poi il romanzo diventa davvero piacevole, una lettura avvincente anche se decisamente impegnativa.

The Children’s Book è un libro immerso nella cultura della sua epoca. Dedicato soprattutto ai personaggi bambini (il libro sembra nascere da una riflessione su quanto la scrittura di romanzi per bambini non sia mai stata una buona cosa per i figli degli stessi scrittori – pensando, fra gli altri, agli sfortunati Llewelyn che ispirarono il Peter Pan di Barrie), è però un romanzo farcito di informazioni: sulla ceramica, i burattini, l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, il Fabianesimo e le suffragette, solo per citare alcuni degli argomenti. Ed è un romanzo pieno di personaggi, veri, fittizi, o ispirati a personaggi realmente esistiti, sono così tanti che sembra che perfino l’autrice sia stata costretta a gestirli per mezzo di un file excel.

E’ quindi comprensibile che The Children’s Book non sia un romanzo semplice, di facile o rapida lettura. Anzi forse si presta più che mai a una rilettura, che sembra un’ancora di salvezza in quei momenti in cui si finisce con il leggere più pagine di Wikipedia che del romanzo stesso. Ma al di là dell’erudizione e degli intrecci di personaggi, il romanzo ha un cuore vivo che avvince il lettore: si tratta in fin dei conti di alcune famiglie le cui storie si intrecciano e si dipana su uno sfondo storico chiaramente meraviglioso. Si tratta di bambini che crescono nel bel mezzo di rivoluzioni di mentalità, pensiero e costumi e prendono strade diversissime, sentendosi peraltro sempre piuttosto smarriti o fuori posto. E si tratta poi soprattutto di segreti di famiglia: ebbene sì, pian piano i segreti dei nostri protagonisti emergono dal passato tracciando un quadro molto più complesso di quello che si poteva pensare.

Giudizio: 4/5

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