205 – Signorina Cuorinfranti di Nathanael West

marzo 26, 2012 § Lascia un commento

Autore: Nathanael West
Titolo: Signorina Cuorinfranti
(Titolo originale: Miss Lonelyhearts)
Traduzione: Riccardo Duranti
Edizione: Minimum Fax, 2011 (1933)
Pag.: 116
ISBN: 9788875213640

Signorina Cuorinfranti

Il titolo e la copertina di questo romanzo sono decisamente ingannatori, e fanno pensare a una commedia romantica, che, unita all’ambientazione negli anni Trenta, solleticava piacevolmente la mia fantasia. Nonostante la critica lo abbia spesso definito ‘black comedy’ e ne abbia spesso lodato lo humour macabro, io non ho affatto percepito la parte comica o umoristica, anzi. Mi è sembrato un romanzo estremamente angosciante e grottesco, privato di ogni minima scintilla di speranza.

Il protagonista è un giovane di ventisei anni che scrive una rubrica di consigli ai lettori rispondendo alle lettere inviate al giornale per cui lavora. Un lavoro iniziato in modo scherzoso (soprattutto a causa del cinismo della redazione che non si preoccupa affatto di dare consigli veri alle persone ma solo di aumentare la tiratura del giornale) ma poi diventato estremamente angoscioso a causa del tenore delle lettere, che sono sempre più disperate, e inducono alla visione di un’America composta da donne e uomini sopraffatti dalla violenza e dalla tragedia della vita. Tale visione pessimistica è chiaramente indotta dal periodo in cui fu scritto il romanzo, ovvero il periodo della Depressione degli anni Trenta, e della società americana dell’epoca, nei cui confronti lo scrittore era profondamente disilluso (e di conseguenza anche il suo personaggio).

Leggendo l’entrata dedicata a questo romanzo da Wikipedia (inglese), scopro che questo romanzo è stato interpretato come una critica all’alienazione di una società ‘massificata’ in cui non è possibile trovare una soluzione personale a un problema ‘prodotto’ in catena di montaggio e a cui si dà una risposta altrettanto industriale. In alternativa Miss Lonelyhearts potrebbe essere una meditazione sulla pervasività del male, al quale il protagonista soccombe, poiché tutte le soluzioni tentate (l’amore, la religione, il ritorno alla natura e a una vita più semplice) hanno fallito.

Non sono particolarmente convinta di nessuna delle due interpretazioni. A mio avviso questo romanzo non può essere davvero letto come una critica di qualcosa (o non solo, per lo meno) in quanto questo ci porterebbe inevitabilmente a trovare una soluzione: se Miss Lonelyhearts è una critica della società industriale, un ritorno alla natura potrebbe essere una soluzione, ma il protagonista ci prova e fallisce. Si tratta di un problema più ampio. Il romanzo non è deprimente solo per la sua descrizione di un mondo in cui tutte le persone stanno male e sono vittime, ma anche – e soprattutto – per la mancanza di una possibile soluzione. Miss Lonelyhearts è sopraffatto dal male, dalla solitudine e dal dolore che percepisce intorno a sé, ma non è assolutamente in grado di intervenire per lenire questo dolore, nemmeno in un caso singolo. Al contrario, non rifugge nemmeno la possibilità di aumentare questo dolore: la percezione di questo pervasivo dolore esistenziale lo spinge alla violenza e alla depressione. L’unico personaggio che – pur non essendo sicuramente un personaggio positivo – sembra per lo meno a suo agio con sé stesso e piuttosto soddisfatto, è il suo editore, Shrike, felicemente cinico.

Nella sua interessantissima prefazione Matteo B. Bianchi spiega come Nathanael West non abbia mai avuto successo in vita, e come i suoi libri siano stati rivalutati posteriormente. Il motivo sembra risiedere nel fatto che West pubblicò i suoi romanzi nell’epoca della Depressione, un momento in cui i lettori non volevano leggere cose deprimenti. E io mi associo. Non siamo in depressione (bé, non ancora, almeno) ma sicuramente nemmeno io sento la necessità di leggere libri che sembrano ingigantire un problema senza offrire nemmeno il più piccolo stimolo a una risoluzione dello stesso. Non pretendo certo di leggere solo romanzi leggeri, che non fanno pensare, o romanzi buonisti. Non voglio evitare le emozioni forti o le vicende drammatiche e le denunce sociali (alcuni dei libri migliori letti finora nel 2012 non sono certo semplici: un esempio su tutti The Siege di Helen Dunmore). Mi basta poter ‘imparare’ qualcosa da un romanzo, sentirmi rinforzata e rincuorata pur nella prospettiva di una possibilissima avversità futura.

Giudizio: 3/5

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