210 – A Start in Life

aprile 10, 2012 § Lascia un commento

Autore: Anita Brookner
Titolo: A Start in Life
(non tradotto in italiano)
Edizione: Penguin, 1991 (1981)
Pag.: 176
ISBN: 9780140147438

Non è la copertina della mia edizione, che non ho trovato.

Anita Brookner è una scrittrice piuttosto nota, per lo meno in certi ambienti e in certi blog, soprattutto inglesi, o filo-britannici. Addirittura alcuni blogger hanno creato un International Anita Brookner Day, con tanto di blog. A Start in Life (pubblicato negli Stati Uniti con il titolo The Debut) è proprio il romanzo di debutto della Brookner, che esordì alla tenera età di 53 anni, dopo una carriera accademica e di insegnante. Il romanzo ha sicuramente molti punti di contatto con la vita della sua autrice.
La protagonista è Ruth Weiss, che all’età di quaranta anni, affermata accademica ed esperta di Balzac, e delle donne in Balzac in particolare, ritiene che la sua vita sia stata rovinata dalla letteratura: Dr. Weiss, at forty, knew that her life had been ruined by literature. Da qui parte una lunga reminiscenza della sua infanzia, adolescenza e gioventù. Afflitta da due genitori narcisi ed infantili, Ruth viene in realtà cresciuta dalla teutonica nonna, che riesce a fornirle la stabilità di cui tutti i bambini hanno evidentemente bisogno. Ruth cresce però insicura e trova rifugio, fin dalla più tenera età, nei libri e – soprattutto – nella moralità dei libri.

La letteratura ha rovinato la vita di Ruth non perché lei ha vissuto troppo nei libri e poco nel mondo reale, o perché si aspettava dal mondo reale qualcosa che eguagliasse il mondo della letteratura. Il problema principale è che Ruth ha imparato dai libri (e specialmente da Dickens) che la moralità viene premiata. Ha imparato che fare la cosa giusta, fare il proprio dovere, obbedire, portano ad una vita migliore, a un premio. E si è resa conto troppo tardi che non è così, e che la vita, fondamentalmente, premia i cattivi. Oddio, non proprio i cattivi, diciamo i furbetti, coloro che non si fanno particolari problemi a seguire la propria strada, a chiedere, ad ottenere.

E alla fine della riflessione sulla sua vita, io non ho visto in Ruth una epifania, la volontà di ricominciare davvero la propria vita. Nella frase finale Do you think anyone will notice? vedo molto di più che un interrogativo sui nuovi capitoli del suo libro. Mi sembra una domanda esistenziale, il riconoscimento di una vita ormai impostata in un certo modo. Un riconoscimento ironico, questo si, ma comunque una specie di accettazione del proprio fato. Non ho percepito una volontà di cambiamento.

Ci sono diverse caratteristiche che vanno tenute in considerazione, quando si approccia questo libro: non è un libro che ha una trama particolare. Certo, è la storia di Ruth, e la storia dei suoi genitori, e in parte anche la storia dei pochi comprimari. Eppure non ci sono grandi eventi, o eventi trattati in modo drammatico, ma semplicemente la descrizione di vite tutto sommato comuni. La grandezza del romanzo risiede proprio nella descrizione psicologica dei personaggi. La seconda caratteristica è la tristezza, di cui il romanzo è permeato (come dicevo sopra, non ho trovato il finale particolarmente allegro – nemmeno deprimente, se è per questo). Eppure io ho trovato il romanzo gradevole, godibile: la Brookner ha un senso dell’umorismo, un sarcasmo, che mi hanno impedito di di percepire solo la tristezza. Probabilmente lei non si prende sul serio, non prende sul serio i suoi personaggi, e fa in modo che nemmeno i personaggi si prendano poi così sul serio. Ovviamente non aspettatevi grasse risate, forse nemmeno sorrisetti. Diciamo più che altro la piacevolezza del riconoscere, spesso e volentieri, decisi sprazzi di arguzia. Per finire, avviso che il romanzo, pur breve, è particolarmente denso. Non solo si presta a una rilettura, ma anche a una prima lettura lenta, ponderata, e alla rilettura di qualche paragrafo per assorbire bene il tutto. Ma ne vale davvero la pena.

Giudizio: 4/5

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