211 – In sospeso

aprile 13, 2012 § Lascia un commento

Autore: Anna Maxted
Titolo: In sospeso
(Titolo originale: Gettig Over It)
Traduzione: I. Rubini
Edizione: Tea, 2005
Pag.: 342
ISBN: 9788850208388

Non è la copertina della mia edizione, che non ho trovato

Martedì scorso dovevo scegliere un nuovo libro, dopo aver terminate, nel weekend di Pasqua, sia Jane Eyre che A Start in Life. Normalmente il passaggio a un nuovo libro per me non è un problema, in quanto ho una lista, una specie di prospettino mensile che normalmente – per pigrizia fondamentalmente – seguo abbastanza fedelmente. Capita però che ogni tanto il libro previsto non mi convinca al 100%. In questo caso era Desperate Remedies di Thomas Hardy, e ha rischiato di essere sostituito da un libro qualsiasi di quelli che mi interessano all’interno della long list per l’Orange Prize 2012. Ma non ero nemmeno convinta del sostituto, così ho deciso di restare su Hardy e in pausa pranzo ho iniziato Desperate Remedies. La sera, quando sono tornata a casa, quasi come un automa mi sono diretta verso la libreria, ho estratto In sospeso di Anna Maxted, mi sono buttata sul divano e, prima di rendermene conto, avevo già letto un centinaio di pagine.

Ora, io con Anna Maxted ho un rapporto burrascoso: tempo fa mi sono appassionata ai suoi libri (ovviamente non ricordo più che cosa ha contribuito a questa passione improvvisa) e ne ho chiesto un paio su Bookmooch (a dire il vero, temo di avere addirittura comprato uno dei due). Poi siccome sono un’accumulatrice, sono passati parecchi mesi e ho letto finalmente il primo, Io ci provo, che credo sia anche il più conosciuto. E non mi è piaciuto molto. Il problema con la chick lit è questo: le trame sono altamente improbabili e le protagoniste spesso sono antipatiche, o meglio, hanno dei comportamenti assurdi, fastidiosi e spesso molto, molto moralmente eccepibili. Se la scrittrice è brava, ci permette di sospendere l’incredulità e di divertirci e basta. Ma la Maxted non è così brava.

In In sospeso la protagonista, Helen Bradshaw, è la classica ventiseienne londinese con un lavoro in un giornale, un fisico non perfetto, una storia amorosa fallimentare e una stanza in subaffitto in un appartamento che condivide con due ragazzi. All’improvviso il padre ha un infarto molto serio, viene ricoverato in ospedale e dopo qualche ora muore. Chiamata in ospedale Helen è sconvolta, ma non riesce ad impedirsi di pensare che tutto ciò valga almeno una settimana di ferie. E dopo il funerale, Helen ‘dimentica’ di rispondere o ricambiare le chiamate della madre per una settimana buona. Ma la cosa più assurda è che il messaggio del libro è che il comportamento di Helen non è quello di una figlia degenere, ma semplicemente quello di una persona che sta negando il dolore, e che deve fermarsi e cercare di accettarlo e poi gestirlo. Come già in altri romanzi chick lit, ho notato che è davvero difficile conciliare il tono leggero con le tematiche serie, se poi addirittura – come in questo caso – parliamo di un tono farsesco, la missione diventa impossibile.

Nonostante tutto ho assegnato un voto di tre su cinque perché la lettura è stata davvero coinvolgente. Non capisco che cosa, esattamente, mi abbia davvero interessato, probabilmente il fatto che non dovevo concentrarmi sulla lettura, ma seguirla passivamente e indignarmi ogni tanto. Aggiungo che il libro è davvero lungo, tant’è che a un certo punto l’autrice inserisce un’altra trama (amica maltrattata dal compagno) e un ulteriore possibile oggetto d’amore per la protagonista (amico di sempre che si innamora istantaneamente dell’amica maltrattata) aumentando la confusione e lo sconcerto.

Giudizio: 3/5

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