245 – Inquietudine

luglio 31, 2012 § Lascia un commento

Autore: William Boyd
Titolo: Inquietudine
(Titolo originale: Restless)
Edizione: Neri Pozza, 2006
Pag.: 352
ISBN: 9788854501362

Inquietudine racconta la storia di una giovane donna che scopre che la madre durante la Seconda Guerra Mondiale era una spia. Il libro passa continuamente da un periodo all’altro e dalla prima alla terza persona. La prima persona è quella di Eva Delectorskaya (ora Sally Gilmartin), giovane russa immigrata in Francia, a Parigi, dopo la Rivoluzione Russa, e che qui viene reclutata dai Servizi Segreti inglesi, dopo la morte del fratello Kolja, nel 1939. La terza persona è quella di Ruth Gilmartin, figlia di Sally/Eva, che negli anni Settanta lavora come insegnante di inglese per stranieri a Oxford, dove vive sola con il figlio di cinque anni e tenta senza troppo entusiasmo di completare la sua tesi.

Questo romanzo è un vero e proprio thriller: se inizialmente Ruth teme che la madre stia dando di matto, ben presto la lettura dei faldoni che le consegna la convince che il tutto non è possibilmente solo il frutto di una mente malata. E insieme a Ruth anche noi leggiamo la storia di Eva, che viene reclutata dall’insistente Lucas Romer, che supervisionerà tutto il suo addestramento (a Edimburgo, in una specie di scuole per spie) e diverrà il suo capo nel primo incarico in Belgio.

La storia dedicata ad Eva funziona molto bene come thriller: il primo incarico sul campo di Eva permette alla squadra di Romer di trasferisi negli Stati Uniti, e qui un secondo incarico sul campo andrà così male da convincere Eva che qualcuno l’ha tradita. Ma questa storia è anche interessante perché affronta un capitolo poco noto della Seconda Guerra Mondiale: lo spionaggio britannico sotto copertura negli Stati Uniti. Quando Winston Churchill divenne Primo Ministro Inglese nel 1940, si rese conto che la sconfitta da parte della Germania di Hitler era praticamente inevitabile, ed era pertanto necessario convincere gli Stati Uniti ad entrare in guerra. Roosevelt era apparentemente incline ad aiutare l’Inghilterra, ma la popolazione americana non era d’accordo: non solo non capivano perché fosse necessario immischiarsi in una guerra ben lontana, ma era anche anglofobi: l’ottanta per cento della popolazione all’epoca era contro la guerra.

La soluzione di Churchill fu di utilizzare i servizi segreti per creare e diffondere negli Stati Uniti notizie a favore dell’Inghilterra e contro la Germania per influenzare l’opinione pubblica, ma soprattutto per creare false notizie che potessero convincere gli Stati Uniti che Hitler aveva delle mire su di loro e che quindi era una minaccia ben concreta non solo per l’Europa. Questi obiettivi venivano perseguiti dal BSC (British Security Coordination), situato nel Rockefeller Centre di New York. Secondo l’autore questi fatti sono pochissimo noti dal grande pubblico, e Inquietudine è il primo romanzo che ne parla.

Inquietudine non è però un romanzo solo storico, nasce infatti dalla curiosità da parte dell’autore di capire qual è la psicologia della spia, qual è l’effetto che essere una spia (o esserlo stata) provoca sul resto della vita, che ombre getta. Una profonda inquietudine, come quella che affligge Sally/Eva e che spiega il titolo: un’ansia, un’incapacità di rilassarsi, una costante sfiducia nei confronti del prossimo, una tendenza a manipolare le persone, una certa rilassatezza morale richiesta da circostanze eccezionali.

L’espediente del memoriale, scritto direttamente da Eva per rivelare alla figlia il suo passato (e la scelta del momento non è una coincidenza: è evidente che Eva vuole manipolare la figlia per farsi aiutare in un momento in cui si sente minacciata dal suo passato) rende però necessario dedicare una parte del romanzo anche a Ruth. Boyd non approfondisce gli effetti di questa rivelazione su Ruth, o sul rapporto madre/figli, o in generale gli effetti di un tale segreto sul senso di identità di chi lo mantiene. Piuttosto ci offre la vita di Ruth come una specie di controcanto: nonostante la sua sia una quotidianità molto casalinga, il suo lavoro di insegnante la porta a contatto con molti stranieri (fra cui anche contestatori dello scià iraniano) al punto da spingere la polizia a contattarla, chiedendole di tenerli al corrente di eventuali voci di dissenso. E lo stesso passato di Ruth la colloca all’interno degli anarchici tedeschi, periodo del quale le rimane il figlio di cinque anni ma anche qualche contatto alla lontana con la banda Baader-Meinhof. Madre e figlia, insomma, condividono un certo gusto per il dissenso, una certa indipendenza morale.

Certo c’è la sensazione che parecchie sottotrame nella vita di Ruth siano eccessive: il semi-romanzo con lo studente Hamid, lo ‘zio’ tedesco che si ritrova improvvisamente ospite in casa, ecc. C’è la sensazione che distolgano l’attenzione dalla trama principale (che da sola starebbe perfettamente in piedi) senza poi condurre a nulla. E sicuramente il finale è un po’ forzato, insoddisfacente, esageratamente didascalico. Nel complesso però un romanzo interessante, ben scritto e sicuramente coinvolgente.

Giudizio: 3/5

244 – Il malinteso

luglio 29, 2012 § Lascia un commento

Autore: Irène Némirovsky
Titolo: Il malinteso
(Titolo originale: Le malentendu)
Edizione: Adelphi, 2010 (1923)
Pag.: 190
ISBN: 9788845925269

Il malinteso

Difficilmente si sbaglia con la Némirovsky, anche se questo è il suo romanzo d’esordio, scritto quando lei aveva solo ventitré anni (sbalorditivo). Yves è un giovane cresciuto per vivere spensierato e ricco, ma rovinato (sia finanziariamente, sia psicologicamente) dalla guerra. Ora deve vivere per lavorare, e il suo impiego, per quanto buono e ambito dai suoi colleghi, gli risulta un peso insopportabile seppur inevitabile. Yves infatti non tollera di rinunciare al superfluo per il necessario, non tollera di lavorare come dipendente, legato a orari e ordini. Eppure non concepisce nemmeno di poter tentare di liberarsi dal gioco, lottare per una vita migliore: egli vegeta, apatico, risparmiando tutto l’anno per poter trascorrere le settimane di ferie estive altrove, rinascendo.

Quest’anno Yves si reca a Hendaye, località balneare al confine con la Spagna, dove villeggiava da bambino. Mentre pian piano recupera le forze, altrettanto lentamente si lega alla giovane e bella Denise, sposata con una bimba piccola. Seppur madre Denise in qualche modo è ancora una bambina, perché non ha mai vissuta una vera passione: non è veramente innamorata del marito Charles, ma gli è affezionata e vive con lui una vita sicura, tranquilla, ma monotona e noiosa. Yves e Denise si innamorano, e passano a Hendaye l’estate del loro amore. Ma ben presto giunge l’autunno e il ritorno a Parigi, dove a Yves torna la piega amara alla bocca, dovendosi piegare al lavoro e a una vita in economia.

Mentre Denise non comprende il mutamento nell’umore e nel comportamento di Yves, lui cerca di gestire il rapporto con l’amante senza rovinarsi economicamente. Yves non concepisce di confidare i suoi crucci a Denise, che digiuna di problemi economici fatica a realizzare i suoi e a concepire lo scoramento che provano. La Némirovsky descrive lucidamente, nelle poche pagine di cui si compone questo romanzo, la nascita, lo sviluppo e la fine di un amore, di una relazione, le meschinità e le ipocrisie e gli entusiasmi degli amanti, le incomprensioni, il malinteso. Una comprensione dell’animo umano incredibile – soprattutto considerando la giovane età – e un’analisi precisissima del mal di vivere di un uomo nato per il bel mondo e incapace, dopo essere stato triturato dalla guerra, di ritrovare una raison d’être, uno slancio, una motivazione.

Giudizio: 4/5

243 – Henrietta’s War

luglio 28, 2012 § 2 commenti

Autore: Joyce Dennys
Titolo: Henrietta’s War: News From the Home Front 1939-1942
(non tradotto in italiano)
Edizione: Bloomsbury Publishing (Kindle) 2009 (1985)
Pag.: 158
ASIN: B004G5YX1C

Henrietta's War: News from the Home Front, 1939-1942Henrietta's War
Joyce Dennys non era una scrittrice, bensì un’artista (pittrice) convertitasi in moglie e madre. Nonostante una vita soddisfacente, sotto certi aspetti Joyce è una donna frustrata nelle sue ambizioni e quando scoppia la guerra decide di fare qualcosa per sollevare lo spirito degli inglesi e creando un alter ego, Henrietta: una donna di mezza età appartenente alla middle class inglese, che vive in provincia con il marito dottore e due figli. Henrietta vive in un paese costiero del Devon, una zona abbastanza sicura: sebbene sempre a rischio di bombardamenti e/o invasione, nel complesso la vita scorre – più o meno – come al solito. Non ci sono avvenimenti drammatici ma cambiamenti più o meno grandi che gradualmente si inseriscono nella quotidianità dei protagonisti, diventandone parte: il razionamento, gli evacuati da Londra, il blackout, le sirene e le esercitazioni.
Ed è proprio questa vita che Joyce Dennys descrive nelle sue lettere a un immaginario amico d’infanzia di nome Robert, che sta combattendo in Francia. Le lettere, accompagnate da deliziosi disegni, sempre della Dennys, vennero inizialmente pubblicate nel giornale The Sketch (durante tutta la guerra), e solo negli anni Ottanta vennero raccolte e pubblicate in due volumi (questo e il seguito: Henrietta Sees It Through). La casa editrice Bloomsbury li ha poi recentemente ripubblicati all’interno di una brillante collana.  Si tratta di una narratizione molto simile a quella di Diario di una lady di provincia, piccoli avvenimenti in una piccola cittadina osservati dal punto di vista di una donna provvista di un sottile senso dell’umorismo e di un’abbondante dose di autoironia. 

Dato l’intento di mantenere alto il morale dei connazionali, è piuttosto ovvio il taglio umoristico e ‘leggero’ di queste lettere, che a volte potrebbero sembrare poco realistiche o addirittura frivole, visto il contesto. Ovvero: è facile fare ironia sul blackout o il razionamento quando si vive in una zona non bombardata e fondamentalmente periferica alla guerra. Inoltre non dimentichiamo che Henrietta fa parte di una classe sociale molto privilegiata: nella sua famiglia con lo stipendio del marito mantengono uno stile di vita davvero alto, con tanto di due cameriere/cuoche e giardiniere (questo anche durante la guerra). Eppure l’autrice riesce a far risultare Henrietta simpatica: è istintivo provare empatia per questa casalinga che aspira a fare qualcosa in più ma è costantemente ostacolata dalla propria inconcludenza, che è patriottica ma non si atteggia ad eroina e ammette tranquillamente le proprie irragionevoli (e meno irragionevoli) paure. Insomma la protagonista esercita la sua ironia su tutti, ma soprattutto su sé stessa ed è per questo che i lettori la amano.

Non è solo la protagonista e voce narrante a deliziare: nelle sue cronache Henrietta ci presenta tutti i suoi eccentrici vicini, personaggi vividissimi e al contempo macchiette (impossibile, lo so, ma la Dennys ci è riuscita). La signora B. robusta e sempre di buon umore, Fanny sofisticata e rubacuori, Charles marito pragmatico e dedito al lavoro sono solo alcuni tra i personaggi che popolano le pagine di Henrietta’s War e rimangono indelebilmente impressi nella memoria, impegnati in una routine sociale che ha inglobato le novità portate dalla guerra e che rimane quella di tipica dei paesini di provincia, completa di tutti i pettegolezzi e le piccole rivalità del caso. Aggiungo che, sotto la sua leggerezza e ironia, la Dennys ci presenta un vero e proprio studio di provincia, delineando (se non analizzando) con piccoli tocchi le reazioni delle persone alla guerra, nel bene e nel male, nell’onestà e nell’ipocrisia. Lettura consigliatissima.

Giudizio: 5/5

242 – Il valzer lento delle tartarughe

luglio 25, 2012 § Lascia un commento

Autrice: Katherine Pancol
Titolo: Il valzer lento delle tartarughe
(Titolo originale: La valse lente des tortues
Edizione: Dalai, 2011 (2008)
Pag.: 602
ISBN: 9788866200604

A inizio anno avevo scoperto in libreria la deliziosa trilogia della Pancol, così composta:

1. Gli occhi gialli dei coccodrilli
2. Il valzer lento delle tartarughe
3. Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì

Attratta dalle copertine (meravigliose) di questi romanzi avevo acquistato il primo, e ora eccomi qua con il seguito, che è stato decisamente una manna in questa prima metà settimana così apatica, che prometteva un bel frescolino mentre il caldo e l’umido ci hanno già riagguantato, e che al lavoro è stata a dir poco ferma (e sì, lo so che mi sto portando sfortuna da sola e sicuramente domani e venerdì succederà qualcosa di catastrofico, è matematico.) Il valzer lento delle tartarughe parte un po’ in sordina, si riannodano un po’ di fili, si riprende la storia e si riparte pian piano. E poi d’improvviso il romanzo mi diventa un thriller!

La trama è presto detta: mentre Josephine cerca di abituarsi alla sua nuova vita, con tanto di bell’appartamento e nuovo fidanzato, viene aggredita nel parco sotto casa. E miracolosamente (o meglio, grazie a una scarpa da tennis appartenente al defunto marito) sopravvive. Il problema è che pochi giorni dopo un’altra donna viene aggredita e uccisa, esattamente nello stesso punto. E indossa un cappello uguale a quello di Josephine. E poi le uccisioni si moltiplicano, e tutti gli abitanti del palazzo di Josephine sono sospettati. Nel frattempo ovviamente la saga famigliare prosegue, con i soliti incredibili colpi di scena, e l’aggiunta di un tocco sovrannaturale che mi ha convinta assai poco (intendo il malocchio che Henriette lancia su Josiane e il piccolo Junior, che è in realtà Einsten reincarnato).

Sappiamo che non sono questi i libri che cambieranno il mondo, eppure ci accompagnano, fedeli, nel nostro tran tran quotidiano fornendoci una via di fuga, un appoggio, un pensiero positivo, intrattenimento, un obiettivo in più a cui aspirare a fine giornata. Le avventure di Josephine e famiglia (allargata) sono inverosimili e spesso poco coerenti, eppure mi hanno rapita, pagina dopo pagina, e ora che ho chiuso il libro c’è sicuramente il desiderio di acquistare il terzo volume e tuffarmi nella lettura, ovviamente con una pausa nel mezzo, per godermelo al meglio.

Giudizio: 4/5

241 – At Mrs. Lippincote’s

luglio 22, 2012 § 9 commenti

Autore: Elizabeth Taylor
Titolo: At Mrs. Lippincote’s
(Titolo italiano: A casa di Mrs Lippincote)
Edizione: Virago (Kindle Edition), 2011 (1945)
Pag.: 220
ASIN: B005LWR8AM

Elizabeth Taylor è nota, nel mondo letterario, come l’altra Elizabeth Taylor: si tratta infatti non della famosissima attrice inglese, ma di una omonima (ma il suo cognome da nubile era Coles) connazionale, una scrittrice che condusse una vita ritirata e tranquilla, godendo della sua quotidianità e delle sua poche amicizie letterarie, e rifuggendo la notorietà e la vita pubblica, scelta che sicuramente ha influito sulla scarsa notorietà del suo lavoro, che pure viene tenuto in altissima considerazione dai colleghi scrittori.

Elizabeth Taylor era molto gelosa della sua vita personale, al punto da distruggere, negli ultimi mesi della sua morte – avvenuta per cancro a 63 anni – quasi tutta la sua corrispondenza e le sue carte private. Chiese ai suoi amici e corrispondenti di fare altrettanto e fu accontentata. La Taylor non gradiva l’idea che i suoi commenti privati potessero ferire terze persone, o che la sua reputazione fosse diversa da quella della moglie e madre a cui non succede mai nulla. Paradossalmente però a un certo punto sono spuntate dal nulla delle lettere scritte all’amante, e che gettano sicuramente una luce importantissima sullo sviluppo personale e professionale di questa autrice (le lettere furono scritte in un arco di tempo di dodici anni). Eppure non posso che chiedermi se è davvero lecito utilizzare dei documenti così personali, e che sappiamo già che la persona interessata, se fosse viva, vorrebbe assolutamente rimanessero tali. Forse è un interrogativo paradossale in un’epoca come l’attuale, in cui siamo tutti ansiosi di condividere i nostri pensieri e la nostra quotidianità (o di metterci in mostra, volendo essere più cinici) e soprattutto ansiosi di leggere succosi pettegolezzi riguardanti praticamente chiunque. Comunque sia, la decisione è stata presa per noi da Nicola Beauman, scrittrice e fondatrice della casa editrice Persephone, con la pubblicazione della sua biografia. Devo anche aggiungere che, sebbene Elizabeth Taylor fosse genuinamente poco amante della pubblicità (come confermato dallo scrittore Kingsley Amis), è invece discutibile il suo amore per una vita tranquilla e priva di eventi. E’ discutibile sulla base delle lettere scritte al suo amante, ma anche e soprattutto sulla base dei suoi romanzi, che sembrano essere solo in apparenza così domestici, quotidiani, di ordinaria amministrazione, dato che vengono percorsi da vene di contestazione e di insoddisfazione, anche se privi di grandi avvenimenti.

Descrivere la trama di questo romanzo sarebbe molto riduttivo: At Mrs. Lippincote’s è – fondamentalmente – un romanzo sul disfacimento di un matrimonio. Eppure è anche molto di più. Julia Davenant si trasferisce nella casa della signora Lippincote (a sua volta trasferita in un hotel per la durata della guerra) per avvicinarsi alla base RAF a cui il marito Roddy è da tempo assegnato. Assieme a lei si trasferiscono il figlio Oliver, settenne malaticcio e vorace lettore,

Oliver Davenant did non merely read books. He snuffed them up, took breaths of them into his lungs, filled his eyes with the sight of the print and his head with the sound of words. Some emanation from the book itself poured into his bones, as if he were absorbing steady sunshine. The pages had personality. (26)

e la cugina di Roddy, Eleanor, quarantenne zitella segretamente innamorata del cugino e certa di poter essere per lui una moglie migliore della anticonformista Julia. Vivere in una casa ammobiliata e completa di tutte gli avanzi di varie generazioni  di Lippincote è opprimente, anche se a volte interessante. E Julia ha sempre l’impressione che la signora Lippincote possa apparire alla porta di punto in bianco, pronta a criticare la sua – non impeccabile – tenuta della casa. E una stanza, secondo gli accordi, è chiusa a chiave e a disposizione dei proprietari, cosa che sollecita curiosità (la pazza in soffitta) ma al tempo stesso attira la presenza dell’enigmatica ed inquietante nipote della proprietaria.

Roddy vorrebbe che la moglie Julia fosse una perfetta padrona di casa ed ha un’idea molto precisa del contegno che dovrebbe tenere, ma il suo perbenismo e la sua attenzione per le apparenze (e la sua ipocrisia, scopriremo) non vengono soddisfatti da Julia, che non crede ai preconcetti e affronta ogni situazione con una freschezza invidiabile.

‘In the mirror,’ she (Julia) thought, ‘he sees something unreal-he sees the opinion of the world, is driven by the fear of the world ad judges me by the world’s standards. But the world isn’t real. It has no existence. (199)

Julia had a strange gift of coming to a situation freely, peculiarly untarnished by preconceived ideas, whether of her own preconception or the world’s. Could she have taken for granted a few of those generalisations invented by men and largely acquiesced in by women (that women live by her hearts, men by their heads, that love is woman’s whole existence, and especially that sons should respect their fathers) she would have eased her own life and other people’s. (95)

Nei rapporti con il mondo della RAF sviluppa in particolare un’amicizia con il Tenente Colonnello del marito, un eccentrico che lei prende bonariamente in giro per il suo contegno alla Rochester e con cui intrattiene conversazioni letterarie (basate principalmente sulle sorelle Bronte) che allarmano Roddy. E’ evidente che i due non si capiscono molto, e nessuno dei due è soddisfatto della situazione che condividono. E le differenze vengono esasperate dalla giudicante presenza di Eleanor, che a sua volta cerca di soddisfare il suo desiderio di sentirsi necessaria legandosi a un gruppo di comunisti. L’unico rapporto soddisfacente è quello tra Julia e il figlio Oliver: per il resto, ognuno in questa casa ha una vita segreta, anche se per motivi diversi.

She (Julia) lit a cigarette and leaned back, feeling curiously at peace, idle, independent. ‘I am doing something for myself alone, that’s the reason,’ she thought. ‘No one else has the tiniest part in it.’ (96)

Il punto di vista onnisciente scelto dall’autrice le permette di allargare la prospettiva e includere la tematica della guerra, che anche non intrusiva, è decisamente pervasiva: Eleanor vive con il cugino e la moglie a causa di esaurimento nervoso dovuto alla notizia della morte (poi in realtà imprigionamento) di un suo amico, con il quale tuttora corrisponde religiosamente; i Davenant incontrano in città un conoscente della loro vita precedente a Londra, ora in disgrazia, ammalato, e traumatizzato dai bombardamenti subiti. Anche se l’autrice non indulge in particolari orrori, ci sono degli squarci che lasciano intravvedere una preoccupazione reale non solo per le conseguenze fisiche della guerra, ma anche e soprattutto per quelle morali:

” […] Contemplating brutality makes you used to it. It’s a way of saving our reason-of putting armour over one’s nerves. […] This morning I read in the paper about something vile the Nazis did, and I thought: ‘It’s all right. It’s not as bad as the atrocity I read about last week.’ I was very much shocked at myself.”
“War does that for one.”
“Yes. That’s what I said. The contemplation of brutality brutalises.” (174)

Giudizio: 4/5




240 – A Wrinkle in Time

luglio 16, 2012 § Lascia un commento

Autore: Madeleine L’Engle
Titolo: A Wrinkle in Time
(Titolo italiano: Nelle pieghe del tempo)
Serie: Time, #1
Edizione: Farrar, Straus and Giroux, Kindle, 2010 (1962)
Pag.: 228
ASIN: B004OA64H0

A Wrinkle in Time (Time Series, #1)

Più di un anno fa lessi When You Reach Me, incuriosita da un articolo sui romanzi vincitori del premio Newbery Medal (per il 2010 – nel 2009 vinse The Graveyard Book di Neil Gaiman, nel 2011 Moon Over Manifest, che ho intenzione di leggere, e quest’anno Dead End in Norvelt, che sembra davvero interessante). When You Reach Me è un romanzo per ragazzi (il premio Newbery Medal è infatti dedicato alla letteratura per ragazzi) che ha come protagonista la dodicenne Miranda e include un viaggio nel tempo. L’autrice, Rebecca Stead, si è ispirata al famosissimo (negli Stati Uniti, qui in Italia non credo molto, anche se è stato tradotto negli anni Novanta da Bompiani e più recentemente dalla Giunti) A Wrinke in Time (in italiano Nelle pieghe del tempo, anch’esso vincitore del Newbery Medal), un romanzo di fantascienza per ragazzi pubblicato per la prima volta nel 1962. Anche la protagonista di When You Reach Me, Miranda, è molto appassionata al romanzo e continua a rileggerlo. All’epoca l’aneddoto mi incuriosì ma non abbastanza da recuperare e leggere il romanzo di L’Engle, evidentemente. Sabato però in libreria sono incappata proprio nella nuova edizione della Giunti e dall’incipit mi è sembrato il libro perfetto per accompagnare un week end di beata nullafacenza.

Meg Murry si sveglia nel cuore della notte a causa del vento che infuria fuori dalla finestra della sua camera, e non appena sveglia viene assalita dalle sue molteplici preoccupazioni: Meg è una ragazza qualsiasi, un po’ bruttina, con l’apparecchio ai denti, gli occhiali e dei capelli color topo che non stanno in nessun modo. Inoltre, viene costantemente rimproverata dagli insegnanti per la scarsa applicazione, dalle compagne di classe per il suo infantilismo e derisa dai compagni di scuola per il fratellino di cinque anni, Charles Wallace, che tutti considerano tonto. Se questo non bastasse, tutti gli adulti fingono partecipazione nei suoi confronti solo per estorcerle l’ultima novità riguardo a suo padre, uno scienziato impegnato in una missione per il governo, lontano da casa ormai da qualche anno. E che non sta dando notizie di sé da diversi mesi.
Nonostante l’ambientazione iniziale molto ‘cosy’ la storia si sposta ben presto in mondi sconosciuti grazie appunto a un viaggio (nello spazio e nel tempo) il cui obiettivo è quello di sconfiggere il Male che sta minacciando la Terra e, incidentalmente, ritrovare e riportare a casa papà Murry.

A Wrinkle in Time è soprattutto un romanzo distopico per ragazzi (e non mi stupisce che la Giunti lo abbia ripubblicato visto il trend inaugurato con The Hunger Games), in cui il tema del viaggio nel tempo secondo me è davvero secondario rispetto alla visita presso il pianeta Camazotz, governato dal dittatore e ipnotizzante cervello chiamato IT. Un altro tema molto importante è quello cristiano, anche se devo dire che io (forse perché sono cresciuta come cattolica?) non ho notato molto. Certo, si fa riferimento a Gesù come a una delle persone che hanno combattuto contro il Male (personificato nel romanzo da una Dark Shadow che incombe sul pianeta Terra) però insieme ad altre famose personalità non religiose (grandi artisti e scienziati di tutti i tempi). Ed è vero che le tre ‘streghe’ vengono definite, ad un certo punto, angeli custodi, ma non mi sembra abbastanza per affermare che il romanzo è indottrinante. Personalmente ho trovato più forti i rimandi a Shakespeare. Ed esilarante l’incipit “It was a dark and stormy night”, che io conoscevo per via di Snoopy scrittore, nelle strisce a fumetti di Schultz. In realtà ho scoperto che si tratta di un famoso incipit di un romanzo vittoriano. Divenne famoso come esempio di cattiva scrittura, di una scrittura così ornata e fiorita da  distogliere l’attenzione del lettore dal flusso della narrazione, e dal significato della narrazione stessa, ottenendo così il risultato opposto a quello voluto. E’ proprio in questa accezione ovviamente che viene poi riutilizzata nei Peanuts.

Devo ammettere che i libri di fantascienza non sono proprio il mio genere, ho provato When You Reach Me, Il mago di Ursula Le Guin* che è davvero un caposaldo di questo genere, e ora l’amatissimo A Wrinkle in Time e nessuno dei tre mi ha convinto. Forse sono romanzi che possono davvero affascinare in tenera età, e al libro della L’Engle sicuramente bisogna riconoscere che negli anni Sessanta scrisse (o meglio pubblicò, lei il romanzo lo scrisse molto prima) un romanzo di fantascienza con una protagonista femminile, e che protagonista! Meg è una scienziata in erba, un genietto della matematica, non particolarmente bella né particolarmente simpatica, insomma una classica signorina qualunque, in cui sicuramente ci si può identificare, e che però diventa la protagonista attiva di un’avventura tutta sua. Al di là di questi meriti però io non ho trovato il romanzo abbastanza accattivante da convincermi a provare il secondo della serie (questo è auto-conclusivo, badate bene).

*Edit: è vero che Ursula Le Guin è una scrittrice nota nel campo della fantascienza, però per amor di correttezza devo ammettere che Il mago è un romanzo fantasy.

Giudizio: 3/5

239 – The Red House

luglio 15, 2012 § Lascia un commento

Autore: Mark Haddon
Titolo: The Red House
(Titolo italiano: non ancora tradotto)
Edizione: Jonathan Cape, 2012
Pag.: 264
ISBN: 9780224096416

The Red House

Mark Haddon è piuttosto noto per il suo romanzo Lo strano incidente del cane ucciso a mezzanotte, un giallo il cui protagonista è un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger, che inizia ad investigare la morte del cane di una vicina di casa e finisce con lo scoprire tutta un’altra serie di cose. Il secondo romanzo di Haddon pubblicato in Italia è Una cosa da nulla, che parla di una famiglia disastrata e delle reazioni a catena provocate da un imminente matrimonio. Con questo terzo romanzo Haddon si conferma un abile ritrattista di famiglie.

Richard e Angela sono fratello e sorella, ma negli ultimi dieci anni sono rimasti in contatto telefonico esclusivamente per concordare i particolari pratici della degenza della loro madre presso una casa di cura. Dopo la morte della madre, Richard, che è un medico di successo ed ha recentemente sposato Louisa in seconde nozze, ereditando nel processo una figliastra, l’adolescente Melissa, invita la sorella Angela, insegnante, il marito Dominic (musicista disoccupato) e i loro tre figli (Alex, Daisy e Benji) a passare una settimana di vacanze con loro in una casa affittata nella campagna inglese.

The Red House è il classico romanzo che parla di famiglie, di problemi famigliari e matrimoniali, delle angosce dei ragazzi che sono ormai adolescenti e stanno creandosi la loro strada. I problemi dei singoli personaggi e i rapporti fra di loro rendono questa settimana di ferie una potenziale bomba, e Haddon mette ognuno di loro sotto i riflettori, dimostrandosi bravissimo nel rendere i vari personaggi, nella cui testa entriamo grazie alla tecnica letteraria del flusso di coscienza, che a tratti mostra tutti i suoi limiti ma dopo qualche pagina di perplessità per me ha dimostrato anche il suo valore.

Giudizio: 4/5

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