257 – La stazione termale

agosto 31, 2012 § Lascia un commento

Autore: Ginevra Bompiani
Titolo: La stazione termale
Edizione: Sellerio, 2012
Pag.: 144
ISBN: 9788838926440

La stazione termale è un romanzo elegante: breve, conciso, coglie spesso nel segno, è scritto bene e sfoggia senza eccessi reminiscenze mitologiche. Eppure, è anche un romanzo molto fastidioso. In parte perché il tema principale è un tema sì importante, che causa riflessioni necessarie – la vecchiaia, e la paura di invecchiare – ma è anche un tema trattato dalla Bompiani con troppa bravura per non causare un certo sconforto (l’autrice non racconta favole, e i suoi ritratti tutti al femminile sono centratissimi); in parte perché sembra quasi un libro costruito a tavolino.

Sullo sfondo di una stazione termale che sembra uscita dall’Ottocento, e che ospita quasi solo donne, e quasi solo donne di una certa età, Emma, una donna ancora piuttosto giovane e accompagnata dalla nipotina Lucy, fa la conoscenza di una coppia di amiche un po’ più anziane: Giuseppina, una giornalista rampante e ancora maliarda e guerriera e Lucia, sottile e poco femminile, che rimugina troppo ed ha recentemente concluso un’insoddisfacente storia d’amore con un uomo più giovane, Stefano.

Nel romanzo succede assai poco: le quattro donne si interrogano su sé stesse e ognuna sulle altre, a volte scoperchiando segreti, a volte creandone.

“Questi posti ti fanno stare bene”, dice Lucia, “ma muovono tante cose, sono come dei pentoloni che qualcuno rimescola… Io mi sento così…”.
“Così come?”.
“Rimescolata”.
“Anch’io, credevo di venire qui a non pensare… e invece non faccio altro che pensare… E’ strano che una cosa che fanno tutti, una cosa così comune, nessuno ci riesce…” dice Emma.
“Che cosa?”.
“Invecchiare”. (127)

La raggiante Giuseppina e la pragmatica Lucy (che onestamente non mi sembra un personaggio realistico) passano indenni il soggiorno termale, mentre Emma e Lucia lasciano la stazione con qualcosa di diverso, forse di positivo, da testare nel prossimo futuro.

Nonostante la bellezza estetica del romanzo, e la pregnanza di certe osservazioni, io ho sviluppato fin da subito una certa antipatia per questo romanzo e le sue protagoniste, che mi sono sembrate immerse nella bambagia, poco reali, ma non abbastanza irreali da dare soddisfazione, troppo poco sviluppate per poter dare un senso, un significato, a un romanzo che purtroppo, all’ultima pagina, mi fa esclamare: “E quindi?”.

Giudizio: 2/5

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256 – The Greenhouse

agosto 31, 2012 § 4 commenti

Autore: Auður A. Ólafsdóttir
Titolo: The Greenhouse
(Titolo italiano: Rosa candida)
Edizione: Amazon Crossing – Kindle, 2011 (2007)
Pag.: 262
ASIN: B004Z2QORW

The Greenhouse

E’ consolante sapere che dal Nord Europa non arrivano solo gialli e thriller, ma anche romanzi ‘normali’, diciamo. Detto questo, sono molto contenta di aver speso 89 centesimi (per la versione ARC – in traduzione inglese – di Amazon) piuttosto che 17 euro (o 9,99 nel caso della versione digitale) per la traduzione italiana. The Greenhouse (Rosa candida in italiano): è un libro piacevole ma avevo altre aspettative.

Arnljótur Thórir (soprannominato dal padre, grazie al cielo, Lobbi) è un ventiduenne islandese (non credo venga mai nominata l’Islanda, ma i campi di lava, la ricetta della zuppa di cacao e altri particolari, nonché la nazionalità della scrittrice, puntano in questa direzione) che all’inizio del libro pranza con il padre settantasettenne e il fratello gemello autistico prima di partire per una destinazione mai specificata (ma che probabilmente è in Italia, visto che si fa riferimento a Sant’Antonio di Padova e all’Amaretto) per lavorare nel famoso giardino (roseto, per la maggior parte) di un monastero.

Lobbi partendo si lascia alle spalle non solo una potenziale carriera accademica che non lo interessa, ma anche il lutto per la morte della madre, avvenuta un paio di anni prima per incidente, e la figlioletta di pochi mesi, Flóra Sól, frutto di una mezzora sconsiderata insieme alla giovane Anna, amica di un amico. La madre di Lobbi ha lasciato un grande vuoto, ma è anche molto presente nella vita familiare: Lobbi pensa molto a lei, e “everytime Dad needs to add weight to his words, he summons mom from the grave to get her opinion” (ogni volta che papà ha bisogno di dare più importanza a quello che dice, richiama mamma dalla tomba per avere la sua opinione). Il padre inoltre dona a Lobbi piccoli segni della presenza della madre: prima di partire gli consegna l’ultimo barattolo di marmellata che aveva preparato, poi gli spedisce il suo libro di ricette e infine un maglione che aveva lavorato lei. Chi non ha una grande presenza nella vita di Lobbi è Anna, e con lei la figlia Flóra Sól. Lobbi sembra convinto che una breve imprudenza non possa influire più di tanto sulla sua vita, e così mantiene solo sporadici contatti con la figlia, e non cerca in nessun modo di trasformare l’incontro di una notte con Anna in qualcosa di più significativo.

Durante il suo viaggio verso il monastero (prima in aereo, poi in macchina seguendo la poco battuta pilgrim’s way – la via dei pellegrini) Lobbi si pone molti interrogativi, sulla sua esistenza (che sembra sempre fragile e poco significativa nei suoi pensieri, sempre confrontata con quella di un’intera umanità, in confronto alla quale perde importanza) sui sui rapporti con le donne (nei quali non si è mai voluto impegnare, rifiutandosi di dormire per più di una volta con la stessa donna per evitare impegni) e sui suoi progetti per il futuro (che, fondamentalmente, si rifiuta di fare, nonostante le numerose sollecitazioni del padre). Forse il viaggio verso il monastero è un modo di evitare il confronto con la sua vita, che però alla lunga fallisce. L’obiettivo di Lobbi è quello di trapiantare nel roseto alcune talee dalle piante di rosa candida che la madre era riuscita a far prosperare nella sua serra. Il legame più forte tra Lobbi e la madre era proprio questo interesse profondo per il giardinaggio.

The Greenhouse è un libro interessante per le ambientazioni particolari, ma in definitiva mi ha deluso. Il protagonista Lobbi (sul cui flusso di coscienza ho qualche dubbio, ma non essendo donna non mi posso più di tanto esporre) prende un’unica decisione (quella di partire per il monastero) e per il resto per tutto il viaggio si limita a prendere atto di quanto il destino gli propone man mano. Spoiler (evidenziare per leggere): tutto il rapporto con Anna sembra gravitare intorno alle decisioni di lei, mentre Lobbi si lascia trascinare dalla corrente: quando lei gli comunica che è incinta ma non si aspetta niente da lui, Lobbi accetta; quando lei gli chiede di potergli lasciare la figlia mentre scrive la tesi, lui accetta; quando lei accetta di avere rapporti con lui, lui esegue senza chiederle in che direzione stanno andando; quando lei decide di andarsene, lui la lascia fare. Anche il suo rapporto con gli altri personaggi (per quanto, a volte, appena conosciuti) sembra seguire la stessa falsa riga. Anche se tecnicamente questo è un romanzo di formazione, non mi sembra che ci sia un cambiamento in Lobbi: certo, impara ad amare la figlia e ad occuparsi di lei, ma in realtà sostanzialmente il suo carattere rimane estremamente passivo. Inoltre non ho ben capito il senso di tutta una serie di particolari (allegorici, immagino, ma di cosa?) su Flóra Sól: la bambina viene descritta identica a un Gesù ritratto in una chiesa, sembra che guarisca le persone, e che tutti nel paese la ritengano una taumaturga, e sicuramente Flóra Sól ha dei comportamenti ben inconsueti per una bambina di neppure un anno, eppure la cosa cade nel nulla, apparentemente.

Nel complesso un romanzo piacevole, interessante, anche ambizioso nelle intenzioni, ma che non riesce a realizzare le premesse in modo soddisfacente.

Giudizio: 3/5

255 – The Tortoise and the Hare

agosto 28, 2012 § Lascia un commento

Autore: Elizabeth Jenkins
Titolo: The Tortoise and the Hare
(non tradotto in italiano)
Edizione: Virago, 2012 (1954)
Pag.: 269
IBSN: 9781844087471

The Tortoise and the Hare. Elizabeth Jenkins 


The Tortoise and The Hare racconta la storia di Imogen Gresham, è una donna bella ed elegante di trentasette anni, madre del giovane Gavin (undici anni) e moglie dell’avvocato di successo Evelyn, bello e cinquantaduenne. Negli anni Quaranta vivono in una bella casa in campagna, che Imogen dirige in modo incerto, non essendo molto portata per le incombenze pratiche. La sua inefficienza la espone all’indulgente esasperazione del marito, che la rende ancora più insicura, e alla mancanza di rispetto da parte del figlio. Nonostante questo fragile equilibrio, la loro vita familiare funziona, grazie all’affetto reciproco e all’adorazione che Imogen prova per il marito. Funziona, almeno, fino a quando Evelyn non diventa amico della loro vicina di casa, Blanche, una donna nubile di cinquant’anni, ricca ma priva di ogni attrattiva fisica. Imogen inizialmente non dà peso a questa relazione, che però diventa sempre più importante nella vita di Evelyn: non solo Blanche lo accompagna al lavoro e lo aiuta in tutte le sue necessità pratiche, sia a Londra che in campagna, ma viene addirittura coinvolta nell’educazione del figlio Gavin, che a sua volta la trova una compagnia molto piacevole. Imogen realizza che probabilmente i due hanno una relazione, ma non trova il modo di reagire alla situazione.

Elizabeth Jenkins è bravissima a tratteggiare i caratteri dei protagonisti: non ci risparmia niente, ed è così brava che è ovviamente impossibile prendere le parti di qualcuno, sono tutti profondamente imperfetti. Allo stesso tempo, però, riesce a farci simpatizzare, in certi momenti, con ognuno di loro. Evelyn è un uomo autoritario e carismatico che si comporta in modo profondamente ingiusto nei confronti della moglie, ma si riesce a capire come possa preferire la sgraziata Blanche, che pure, nella sua praticità, riesce sempre a semplificargli la vita e a coccolarlo riempiendo il suo tempo libero di piaceri costosi. Imogen è una moglie trofeo, incapace di indipendenza e bisognosa di consiglio e appoggio, esageratamente passiva nel rapporto con il marito, eppure non possiamo non provare ammirazione per il modo dignitoso in cui affronta l’umiliante situazione. E Blanche è ovviamente una rovina famiglie, con il suo intenso corteggiamento di Evelyn, eppure anche lei riesce comprensibile nel suo bisogno di affetto e ammirevole nelle sue capacità organizzative. Nel complesso è quindi quasi impossibile scegliere con chi stare, e formarsi delle opinioni definitive sui personaggi. Per inciso, è anche complicato cercare di affibbiare i ruoli della tartaruga e della lepre: non solo Imogen e Blanche sono ambigue, ma anche i personaggi minori sfuggono a facili classificazioni: c’è l’amico di Imogen, il medico Paul, romanticamente (e zuccherosamente, aggiungerei io) innamorato di lei ma sposato con una donna molto diversa; Cecil, anche lei amica di Imogen, una donna con molti tratti in comune con Blanche; e infine Tim, figlio dei vicini, che praticamente vive in casa Gresham, grazie all’amicizia di Gavin e al profondo disinteresse dei genitori nei suoi confronti.

The Tortoise and the Hare non è un romanzo perfetto, ma è sicuramente un romanzo molto ben scritto e molto perspicace, e vi farà riflettere profondamente, perchè, come dice Hilary Mantel nella prefazione, le lettrici moderne non si identificano in nessuna delle due rivali, ma se sono oneste, riconoscono in entrambe qualcosa di se stesse.

Giudizio: 4/5

254 – Diario (1941-1943)

agosto 28, 2012 § 2 commenti

Autore: Etty Hillesum
Titolo: Diario (1941 – 1943)
(Titolo originale: An Interrupted Life: The Diaries, 1941-1943; and Letters from Westerbork)
Traduzione: Chiara Passanti
Edizione: Adelphi, 1996 (1981)
Pag.: 266
ISBN: 9788845912061

Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane.

Non conoscevo Etty Hillesum ma sfogliando il catalogo della casa editrice inglese Persephone, ho scoperto che il suo diario (e anche una raccolta di lettere) sono tradotti in italiano. Etty era un’olandese di origine ebraica che nel 1940, quando l’Olanda si arrese alla Germania nazista, aveva ventisei anni e viveva ad Amsterdam, dove studiava e lavorava. Qui conobbe lo psicologo e psicoterapeuta Julius Spier, prima come paziente, poi come sua amica e collaboratrice. Probabilmente il diario fu iniziato proprio come parte della terapia.

Etty aspirava a diventare scrittrice, ed infatti la sua è una voce viva, interessante: sembra di parlare con qualcuno, una persona intelligente, riflessiva, ma anche passionale ed affamata di vita. Nonostante i crescenti divieti ed obblighi per gli ebrei, che a volte traspaiono dalla narrazione, Etty cerca di concentrarsi sul suo viaggio intellettuale, ma anche e soprattutto di vivere pienamente la vita, afferrando ciò che c’è di buono ed estirpando il male dal proprio cuore: non ha senso per lei odiare i tedeschi, ha senso solo cercare di vivere il meglio possibile, condividendo la sorte dei suoi compatrioti e cercando costantemente il miglioramento, unico mezzo per uscire da una condizione umana (non ebraica, non tedesca, ma universalmente umana) terrificante.

Un’altra cosa dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e  lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possano crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, s’innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci.

Gli scritti di Etty colpiscono proprio per la sua forza di volontà, per il suo entusiasmo, per il suo altruismo. E’ terribile pensare che una persona di tale vitalità, amata e ricordata da tutti, si sia dovuta spegnere nel 1943 ad Auschwitz. Lei stessa affidò i diari ad un’amica per la pubblicazione, nel caso lei non ritornasse. E nonostante l’impegno di uno scrittore, fu solo nel 1981 che questi scritti vennero pubblicati. Ancora oggi, si può tranquillamente dire che questo libro non è conosciuto quanto dovrebbe esserlo.

Giudizio: 4/5

253 – Counting My Chickens

agosto 24, 2012 § Lascia un commento

Autore: Deborah Devonshire
Titolo: Counting My Chickens…And Other Home Thoughts
(non tradotto in italiano)
Edizione: Farrar, Straus and Giroux, 2002
Pag.: 208
ISBN: 9780374130299

Counting My Chickens . . .: And Other Home Thoughts

Questa raccolta è una lettura un po’ particolare, non il genere di libro in cui si incappa per caso, ma più che altro un libro a cui si arriva con precisione seguendo un determinato cammino. Nel mio caso, tutto parte dalle sorelle Mitford. Si tratta di sei sorelle (in realtà c’era anche un fratello, ma non fa molto testo evidentemente), appartenenti ad una famiglia aristocratica inglese, che furono molto famose negli anni Trenta e Quaranta dello scorso secolo, in parte per le loro scelte politiche, in parte per i loro matrimoni. In realtà alcune di loro condussero delle vite defilate, come è il caso di Deborah Devonshire, la più giovane delle sorelle e l’unica ancora in vita.

Deborah sposò il figlio cadetto del duca di Devonshire, lord Andrew Cavendish. Alla morte del fratello maggiore, però, Andrew divenne l’erede del ducato. Con la morte del padre divenne proprietario della grande tenuta di Chatsworth. Deborah in particolare si adoperò per rendere possibile il restauro della casa e dei giardini promuovendo la tenuta e iniziando alcune attività commerciali.

Counting My Chickens è una raccolta di brevi saggi già pubblicati da Deborah Devonshire (su riviste, immagino, anche se non è specificato nella mia edizione). Le tematiche sono le più svariate: ricordi familiari (sia della sua vita da sposata che prima), riflessioni su argomenti come la caccia ma anche la costruzione di muri e gli scippi (e da qui al contenuto delle borse femminili), Chatsworth, le amicizie, i libri e ancora altro. Deborah Devonshire ha una voce umoristica e asciutta e senza grandi proclami dice chiaramente quello che pensa anche se la sua non è precisamente un’opinione politicamente corretta. Informata però sì, infatti si può dire che l’aristocrazia inglese emerge dai suoi scritti come una classe che prende seriamente le proprie responsabilità e mette direttamente le mani in pasta e Deborah Devonshire conosce molto bene Chatsworth e la tenuta, e chiaramente tutti i lavori necessaria per mantenerla.

E’ delizioso leggere alcuni aneddoti: il racconto di come il padre inseguiva le figlie con il cane da caccia (per gioco, ovvio), le riflessioni sui libri (che Deborah legge poco perché non sopporta di finire un libro), il trasporto di una capra dall’isola di Mull a Londra. Altri però sono poco comprensibili per chi, come me, ha una conoscenza molto approssimativa della famiglia Mitford e decisamente scarsa della situazione politica dell’epoca. In ogni caso trovo che delle introduzioni con un po’ di contesto o anche solo delle note, avrebbero decisamente giovato alla raccolta. Da rileggere sicuramente, quando avrò letto anche le memorie della Duchessa.

252 – Amori imprevisti di un rispettabile biografo

agosto 24, 2012 § Lascia un commento

Autore: Penelope Lively
Titolo: Amori imprevisti di un rispettabile biografo
(Titolo originale: According to Mark)
Traduzione: Corrado Piazzetta
Edizione: Guanda, 2011 (1984)
Pag.: 288
ISBN: 9788860884206

Mark Lamming è un biografo, carriera che non gli garantisce la stabilità economica ma che soddisfa le sue ambizioni letterarie. Anche nella vita privata non può che ritenersi appagato: sposato con la bella e intelligente Diana, che lavora in una galleria d’arte e lo bilancia con il suo carattere pragmatico, ne è ancora innamorato e condivide con lei una gratificante intimità. Quando decide di scrivere la biografia del saggista Gilbert Strong (letterato inventato dall’autrice, non so se sulla base di uno scrittore reale) la fondazione Strong, che ne amministra le proprietà e i diritti, lo indirizza verso Carrie Summers, la nipote di Strong, che gestisce un vivaio nella tenuta del nonno e contemporaneamente si occupa della casa, mantenuta com’era all’epoca e aperta ai visitatori.

Quando Mark arriva a Dean Close, nel Dorset, scopre che esistono due bauli contenenti documenti personali di Strong: questo materiale lo costringe ovviamente ad ampliare il suo lavoro. Ma il vero motivo per cui si sente gravitare intorno alla casa è Carrie stessa: giovane, interessata solo alle piante, cerca di evitare quanto più possibile i rapporti sociali e non si preoccupa minimamente né del suo aspetto fisico né della cultura. Nonostante sia l’opposto dell’ideale femminile di Mark, egli si prende una sbandata con i fiocchi.

Ho trovato Amori imprevisti di un rispettabile biografo (traduzione un po’ strampalata dell’originale According to Mark) diseguale: le riflessioni sulle biografie, sulla narrativa, e in generale su come si può interpretare la vita di una persona (famosa o meno), sono molto interessanti, e lo diventano ancora di più quando Mark, sull’onda di una tenue intuizione, scopre delle lettere mai venute alla luce prima, che gettano una luce completamente nuova su Strong.

Per contro, ho trovato molto meno interessanti sia l’infatuazione per Carrie che i successivi sviluppi. Ho trovato il tono narrativo un po’ superficiale (anche se potrebbe essere colpa della traduzione) e mi sarei aspettata un po’ di luce in più sulla reazione di Diana, che per quanto sia di buon gusto, mi sembra riduttiva (sembra che stia affrontando la ristrutturazione del bagno). Nel complesso comunque molto interessante e anche piacevole, continuerò a leggere i romanzi della Lively.

[ Di Penelope Lively ho già letto Tre vite e Family Album ]

251 – A Quiet Life

agosto 18, 2012 § Lascia un commento

Autore: Beryl Bainbridge
Titolo: A Quiet Life
(non tradotto in italiano)
Edizione: Penguin, 1994 (1976)
Pag.: 156
ISBN: 9780140234176

A Quiet Life descrive la vita di una famiglia in un paese inglese del secondo dopoguerra. Joe era un uomo d’affari ricco e di successo quando Connie aveva accettato di sposarlo, ma con la guerra tutto è cambiato e, anche se non si può certo dire che la loro famiglia soffra la fame, il loro tenore di vita si è decisamente abbassato. La reazione di Connie, che cerca di mantenere la testa alta, è di spendere fin troppi soldi in ciò che li può identificare, esternamente, come appartenenti a una classe più alta (hanno la macchina di proprietà, i due figli, Alan e Madge, frequentano una scuola privata, Connie spende molti soldi in gioielli – finti – ed abiti) e nel dedicare una buona parte della casa solo agli ospiti, condannando tutta la famiglia alla condivisione della cucina sul retro.

Ma l’apparenza di una vita tranquilla nasconde rabbie profonde, disfunzioni e stranezze: Connie esce tutte le sere, ad incontrare l’amante, pensa il marito, mentre invece si reca solo alla stazione dei treni per leggere in solitudine, lontana dal marito e dalle preoccupazioni familiari. Joe è occupato in affari di natura non specificata, ma spesso fonte di frustrazione e ira, così come il rapporto con la moglie e la reclusione in cucina, dove continua a sbattere contro i mobili. Alan cerca disperatamente di obbligare i genitori e la sorella (che esce di casa quando e come vuole, abile nel manipolare i genitori) a comportarsi in modo più accettabile, fino ad arrivare al limite della nevrosi. Madge, per conto suo, si incontra di nascosto alla spiaggia con un ex prigioniero di guerra tedesco e deride tutti.

Romanzo di natura autobiografica, A Quiet Life è sicuramente deprimente ed angosciante (la cornice del romanzo è l’incontro, molti anni dopo, di Alan e Madge, ed è evidente che lui ha rimodellato la sua intera infanzia, rimuovendo le liti e i problemi e inventandosi una vita familiare felice) ma allo stesso tempo ben scritto ed affascinante.

Giudizio: 4/5

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