250 – Madre e figlio

agosto 16, 2012 § Lascia un commento

Autore: Ivy Compton-Burnett
Titolo: Madre e figlio
(Titolo originale: Mother and Son)
Traduzione: Adriana Motti
Edizione: Einaudi, 1981 (1955)
Pag.: 228
ISBN: 9788806525552

‘She is not to be mildly liked or disliked. She is a writer to be left alone, or else to be made into an addiction.’
Pamela Hansford Johnson

Ivy Compton-Burnett non è molto nota qui in Italia, ma in Inghilterra è considerata una delle massime scrittrici del Novecento, anche se i più ritengono la sua produzione decisamente ostica. Per lo più è considerata una di quelle autrici di cui innamorarsi oppure da odiare al primo libro (come si può evincere dall’epigrafe). Ovviamente, al mio primo libro l’unica cosa di cui sono sicura è che non rientro in nessuna delle due categorie. In base alle informazioni raccolte, i romanzi della Compton-Burnett sono tutti molto simili (non è una asserzione negativa, comunque) a causa delle tematiche condivise e anche dei titoli che seguono sempre la stessa struttura (fatta eccezione, immagino, per il suo romanzo d’esordio che successivamente l’autrice stessa parve rinnegare).

La trama di Madre e figlio è presto detta: la signora Miranda Hume vive con il marito Julius, il figlio Rosebery e tre nipoti, figli del fratello di Julius e orfani sia di padre che di madre. All’inizio del romanzo Miss Burke si presenta a casa Hume per il posto di dama di compagnia per Miranda, ma non viene accettata. La cuoca degli Hume la indirizza verso un’altra casa in cui stanno cercando una governante, e qui Miss Burke viene impiegata, al servizio della signora Emma Greatheart, che vive con il gatto Plautus e la sua amica d’infanzia la signora Hester Wolsey. Poiché quest’ultima ha recentemente perso la sua rendita e sta cercando un lavoro, nonostante la disponibilità della sua amica di prendersi cura di lei, Hester decide di proporsi come dama di compagnia per Miranda Hume, che la assume. In qualche modo le due case diventano così collegate, e la trama si sviluppa seguendo un canovaccio che è in parte commedia, in parte satira (familiare).

Quello che colpisce subito dello stile di questa autrice è il suo utilizzo del dialogo: l’intero romanzo è costituito quasi totalmente da dialoghi, con brevi, brevissimi intermezzi narrativi. E’ uno stile bizzarro, ma non spiacevole. La tentazione è però quella di leggere molto velocemente, seguendo il ritmo del parlato, scelta però controproducente in quanto i dialoghi di questo romanzo vanno gustati lentamente a mio avviso: sono pieni di piccole chicche, di riflessioni interessanti su tutta una serie di argomenti che si concentrano sui rapporti familiari (l’autrice è specializzata nel riprendere frasi fatte o cliché e smontarle argutamente) che però si perdono con una lettura rapida. Inoltre i ‘colpi di scena’ della trama spesso vengono comunicato in una riga di dialogo con così poca enfasi da rischiare di passare inosservati. Nel complesso una lettura davvero interessante, spero di potermi fare un’idea più precisa con il prossimo romanzo.

Giudizio: 3/5

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