256 – The Greenhouse

agosto 31, 2012 § 4 commenti

Autore: Auður A. Ólafsdóttir
Titolo: The Greenhouse
(Titolo italiano: Rosa candida)
Edizione: Amazon Crossing – Kindle, 2011 (2007)
Pag.: 262
ASIN: B004Z2QORW

The Greenhouse

E’ consolante sapere che dal Nord Europa non arrivano solo gialli e thriller, ma anche romanzi ‘normali’, diciamo. Detto questo, sono molto contenta di aver speso 89 centesimi (per la versione ARC – in traduzione inglese – di Amazon) piuttosto che 17 euro (o 9,99 nel caso della versione digitale) per la traduzione italiana. The Greenhouse (Rosa candida in italiano): è un libro piacevole ma avevo altre aspettative.

Arnljótur Thórir (soprannominato dal padre, grazie al cielo, Lobbi) è un ventiduenne islandese (non credo venga mai nominata l’Islanda, ma i campi di lava, la ricetta della zuppa di cacao e altri particolari, nonché la nazionalità della scrittrice, puntano in questa direzione) che all’inizio del libro pranza con il padre settantasettenne e il fratello gemello autistico prima di partire per una destinazione mai specificata (ma che probabilmente è in Italia, visto che si fa riferimento a Sant’Antonio di Padova e all’Amaretto) per lavorare nel famoso giardino (roseto, per la maggior parte) di un monastero.

Lobbi partendo si lascia alle spalle non solo una potenziale carriera accademica che non lo interessa, ma anche il lutto per la morte della madre, avvenuta un paio di anni prima per incidente, e la figlioletta di pochi mesi, Flóra Sól, frutto di una mezzora sconsiderata insieme alla giovane Anna, amica di un amico. La madre di Lobbi ha lasciato un grande vuoto, ma è anche molto presente nella vita familiare: Lobbi pensa molto a lei, e “everytime Dad needs to add weight to his words, he summons mom from the grave to get her opinion” (ogni volta che papà ha bisogno di dare più importanza a quello che dice, richiama mamma dalla tomba per avere la sua opinione). Il padre inoltre dona a Lobbi piccoli segni della presenza della madre: prima di partire gli consegna l’ultimo barattolo di marmellata che aveva preparato, poi gli spedisce il suo libro di ricette e infine un maglione che aveva lavorato lei. Chi non ha una grande presenza nella vita di Lobbi è Anna, e con lei la figlia Flóra Sól. Lobbi sembra convinto che una breve imprudenza non possa influire più di tanto sulla sua vita, e così mantiene solo sporadici contatti con la figlia, e non cerca in nessun modo di trasformare l’incontro di una notte con Anna in qualcosa di più significativo.

Durante il suo viaggio verso il monastero (prima in aereo, poi in macchina seguendo la poco battuta pilgrim’s way – la via dei pellegrini) Lobbi si pone molti interrogativi, sulla sua esistenza (che sembra sempre fragile e poco significativa nei suoi pensieri, sempre confrontata con quella di un’intera umanità, in confronto alla quale perde importanza) sui sui rapporti con le donne (nei quali non si è mai voluto impegnare, rifiutandosi di dormire per più di una volta con la stessa donna per evitare impegni) e sui suoi progetti per il futuro (che, fondamentalmente, si rifiuta di fare, nonostante le numerose sollecitazioni del padre). Forse il viaggio verso il monastero è un modo di evitare il confronto con la sua vita, che però alla lunga fallisce. L’obiettivo di Lobbi è quello di trapiantare nel roseto alcune talee dalle piante di rosa candida che la madre era riuscita a far prosperare nella sua serra. Il legame più forte tra Lobbi e la madre era proprio questo interesse profondo per il giardinaggio.

The Greenhouse è un libro interessante per le ambientazioni particolari, ma in definitiva mi ha deluso. Il protagonista Lobbi (sul cui flusso di coscienza ho qualche dubbio, ma non essendo donna non mi posso più di tanto esporre) prende un’unica decisione (quella di partire per il monastero) e per il resto per tutto il viaggio si limita a prendere atto di quanto il destino gli propone man mano. Spoiler (evidenziare per leggere): tutto il rapporto con Anna sembra gravitare intorno alle decisioni di lei, mentre Lobbi si lascia trascinare dalla corrente: quando lei gli comunica che è incinta ma non si aspetta niente da lui, Lobbi accetta; quando lei gli chiede di potergli lasciare la figlia mentre scrive la tesi, lui accetta; quando lei accetta di avere rapporti con lui, lui esegue senza chiederle in che direzione stanno andando; quando lei decide di andarsene, lui la lascia fare. Anche il suo rapporto con gli altri personaggi (per quanto, a volte, appena conosciuti) sembra seguire la stessa falsa riga. Anche se tecnicamente questo è un romanzo di formazione, non mi sembra che ci sia un cambiamento in Lobbi: certo, impara ad amare la figlia e ad occuparsi di lei, ma in realtà sostanzialmente il suo carattere rimane estremamente passivo. Inoltre non ho ben capito il senso di tutta una serie di particolari (allegorici, immagino, ma di cosa?) su Flóra Sól: la bambina viene descritta identica a un Gesù ritratto in una chiesa, sembra che guarisca le persone, e che tutti nel paese la ritengano una taumaturga, e sicuramente Flóra Sól ha dei comportamenti ben inconsueti per una bambina di neppure un anno, eppure la cosa cade nel nulla, apparentemente.

Nel complesso un romanzo piacevole, interessante, anche ambizioso nelle intenzioni, ma che non riesce a realizzare le premesse in modo soddisfacente.

Giudizio: 3/5

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§ 4 risposte a 256 – The Greenhouse

  • Ho letto un unico libro islandese e anche io sono rimasta con l'impressione che tutta una serie di particolari mi siano rimasti oscuri. All'epoca avevo letto da qualche parte che è proprio una caratteristica della letteratura islandese, della difficoltà di tradurne la lingua e tutto il non-detto che nasconde. Per questo, anche se Rosa Candida mi aveva incuriosito, ho preferito lasciar perdere; e leggendo la tua recensione capisco che ho fatto bene, non fa per me. Grazie.

  • Roberta ha detto:

    Dici che è questo il motivo? Non saprei, non ho mai letto – credo, che io mi ricordi – altri libri islandesi. Ho avuto spesso esperienza però dell'appiattimento che subiscono i libri in traduzione dall'inglese che pure è una lingua molto conosciuta ormai, e una civiltà direi poco oscura anche per noi mediterranei.

  • Mi dispiace non avere più il link di quell'articolo sulle difficoltà della letteratura islandese, per me era stato illuminante ma adesso non lo ricordo del tutto chiaramente. Comunque era una cosa che andava al di là dell'appiattimento di una traduzione fatta male o di riferimenti culturali che non si riescono a trasferire. Insomma, per quanto bravo il traduttore (e la traduttrice del libro che ho letto io riceveva solo altissimi elogi), la letteratura islandese sembra avere una sua essenza che non si riesce a trasferire a chi non ne conosce già tutti i retroscena.Poi magari il libro ha delle limitazioni in sé, e sicuramente io ho delle limitazioni nel leggerlo, ma forse anche questo aspetto contribuisce a lasciarci perplesse.

  • Roberta ha detto:

    E' un concetto davvero interessante! Se per caso ritrovi il link all'articolo, mi farebbe davvero piacere leggerlo…

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