298 – Sense and Sensibility

novembre 29, 2012 § 4 commenti

Autore: Jane Austen
Titolo: Sense and Sensibility
(Traduzione italiana: Ragione e sentimento)
Edizione: Random House UK, 2008 (1811)
Pag.: 384
ISBN: 9780099511557

Sense and Sensibility

Jane Austen è stata la mia scoperta letteraria del 2007. Nonostante questa autrice sia così ‘classica’ e soprattutto nota, letta ed amata, io non avevo letto niente di suo prima di quell’anno.* Il fatto che in cinque anni di superiori e in quattro anni di università io non abbia mai studiato nulla di Jane Austen (ma in compenso ho dovuto imparare a memoria parti delle opere di Shakespeare, ovviamente in lingua originale) è scandaloso ed è anche indice di un approccio a quest’autrice che non posso definire misogino ma certamente condiscendente.

L’ideologia delle sfere separate (che ho trovato sempre molto affascinante) e la convinzione della superiorità dell’uomo sulla donna, che hanno imperato per tanti secoli influenzano ancora oggi molti aspetti della nostra vita. Questo significa che gli argomenti tipicamente maschili – come ad esempio la guerra e lo sport – vengono considerati in genere gli unici argomenti ‘importanti’ dai quali le donne vengono estromesse. Gli argomenti tipicamente femminili – come l’amore e la vita domestica – vengono considerati argomenti leggeri e privi di importanza.

Mi rendo conto che la mia frase può sembrare decisamente contestabile (sto pensando, ad esempio, ai reportage di guerra di Oriana Fallaci) ed è certamente vero che sotto alcuni aspetti è un’esagerazione, però in parte è ancora applicabile. Riuscireste a portare vostro marito al cinema a vedere Orgoglio e pregiudizio? Non è forse vero che la maggior parte degli uomini non si farebbe trovare a leggere un libro della Austen nemmeno morto (anche se leggendoli, probabilmente li apprezzerebbero)?** Certo, in parte queste scelte sono imputabili ai gusti personali, però in parte sono anche imputabili alla generica convinzione che le opere della Austen siano romanzi d’amore, praticamente ‘harmony’, mentre i ‘veri’ classici sono Shakespeare, Dickens, Hardy e via dicendo. Io credo invece che sia giusto affrontare ogni autore in modo oggettivo, senza pregiudizi. Poi se non piace, pazienza.

Nel 2007 credo di aver preso in considerazione Orgoglio e pregiudizio probabilmente grazie all’omonimo film di due anni prima (probabilmente l’anno prossimo – anniversario della pubblicazione del romanzo – ne parlerò, per ora basti dire che mi è piaciuto, con riserva). Poi mi si è aperto un mondo, e ho letto tutti gli altri romanzi, con l’esclusione degli incompiuti e degli juvenilia. Ho letto anche qualche romanzo ispirato a Jane Austen, con risultati altalenanti. Quest’anno, proprio in occasione del prossimo anniversario, ho deciso di rileggere il primo romanzo pubblicato, Sense and Sensibility, questa volta in lingua originale.

Sense and Sensibility è la storia di due sorelle, Elinor e Marianne. Elinor, la maggiore, è una ragazza posata e riservata che si lascia guidare nella vita dall’educazione e dalla ragione. Marianne, la minore, è invece una creatura fatta di passione che affronta ogni avvenimento e gestisce ogni preferenza in modo teatrale e passionale: ciò che non è vissuto in modo forte ed emotivo non è degno di essere preso in considerazione. Elinor vede il carattere della sorella minore come il risultato, fondamentalmente, della sua ingenuità, e teme di vederla soffrire per le sue imprudenze ed il suo sprezzo per le convenzioni. Marianne, per contro, ritiene che il comportamento contenuto della sorella rifletta la mancanza di sentimenti forti, anche se questo non le impedisce di amarla profondamente.

Alla morte del loro padre, Elinor e Marianne sono costrette ad abbandonare, insieme alla madre, Mrs. Dashwood e alla sorellina Margaret, la dimora di una vita, Norland, che viene ereditata dal figlio di primo letto, Mr. John Dashwood. A causa della loro piccola rendita, accettano da un lontano cugino l’offerta di un cottage in affitto, nel Devonshire, dove cercano di ambientarsi nella nuova società e di conoscere meglio i nuovi vicini. Mentre Elinor aspetta, invano, una visita da parte di Edward Ferrars (il fratello della cognata, la moglie di Mr. John Dashwood) fingendosi indifferente, Marianne incontra (nel più romantico dei modi) l’aitante e focoso Mr. Willoughby e non si preoccupa di manifestare apertamente, a lui e a tutte le sue conoscenze, di essersene innamorata.

Jane Austen è in grado di creare una trama avvincente (come nei migliori classici, anche quando si conosce la trama a memoria, la lettura è estremamente intrigante) ma soprattutto si distingue per l’introspezione psicologica e la caratterizzazione dei suoi personaggi. Nato come romanzo epistolare, Sense and Sensibility si interroga sulla validità, appunto, della ragione e del sentimento. Elinor è estremamente assennata, e anche se dobbiamo ammettere che la sua apparente freddezza è solo la superficie del suo carattere, rimane qualche dubbio sulla sua decisione di non combattere per quello che le è caro. Se nelle singole occasioni affrontate dal romanzo le sue decisioni risultano essere le più logiche e anche le più eleganti, in generale il suo comportamento sembra indice di una certa remissività che non convince fino in fondo. Marianne, d’altra parte, è eccessivamente aperta e si fida troppo delle emozioni, spesso volatili, ma possiede anche molte qualità, e il suo intuito alla fine si rivela fine. Inoltre il finale (non posso espormi troppo per chi non conosce la storia) per quanto riguarda Marianne non è completamente soddisfacente. La biografa dell’autrice, Claire Tomalin, dichiara che l’approccio di Jane Austen è un po’ altalenante perché lei stessa, nella stesura del romanzo, non riusciva a decidersi completamente per la ragione piuttosto che per il sentimento.

Personalmente, credo che Jane Austen credesse profondamente nei sentimenti, ma anche nella necessità di gestirli con una certa dose di raziocinio, lezione che è valida ancora oggi. Porsi dei limiti ed aspirare ad una certa oggettività non significa, comunque, rinunciare alla profondità delle emozioni e alla spontaneità. Certo è che, nel dinamismo fra Elinor (ragione) e Marianne (sentimento) Jane Austen sembra aver anticipato le accuse che le verranno lanciate da Charlotte Brontë (e alle quali non fu in grado di rispondere, chiaro, non essendo all’epoca più in vita).

* A dire il vero ho il dubbio di aver letto da giovanissima per lo meno Orgoglio e pregiudizio, ma prima di aNobii non tenevo nota dei libri che leggevo, soprattutto a prestito in biblioteca, e la mia memoria è notoriamente inutile in questi casi.

** Mi viene in mente la scena di ‘Una mamma per amica’ in cui il ragazzo di Rory, Dean ammette di aver apprezzato Jane Austen:
RORY: Oh, how’d you like it? 
DEAN: Well, I could tell you, but then I’d have to kill you. 
RORY: Aha! You liked it! You liked Jane Austen. I knew you would! Lane, Dean likes Jane Austen. LANE: Wow, who would’ve thought. 
RORY: I told him he would. But he was all, forget Jane Austen, you have to read Hunter Thompson. DEAN: You do have to read Hunter Thompson. 
RORY: Not as much as you needed to read Jane Austen. 
E poi Rory gli suggerisce di leggere anche Charlotte Brontë.

299 – Harry Potter and the Philosopher’s Stone

novembre 28, 2012 § 5 commenti

Autore: J. K. Rowling
Titolo: Harry Potter and the Philosopher’s Stone
(Titolo italiano: Harry Potter e la pietra filosofale)
Edizione: BBC Audiobooks (audiolibro) 2002 (1997)
Lettore: Stephen Fry
ISBN: 9781855496705

Harry Potter and the Philosopher's Stone (Harry Potter, #1)

E’ difficile riuscire a dire qualcosa di nuovo sulla serie dedicata a Harry Potter. E’ stato detto così tanto in questi anni, e credo che non esista nessuno che possa vantasi di non sapere niente del maghetto più famoso della storia e delle sue avventure. I libri di J. K. Rowling sono così famosi (senza contare i film, il merchandising, il sito web, ecc.) che se non avessi letto i primi libri appena usciti e in un’epoca di isolamento mediatico per me (prima del portatile, prima della connessione flat, prima di aNobii e Goodreads) credo che li avrei evitati, perdendomi una delle esperienze letterarie più belle della mia vita. Non riesco a decidere se leggerli da adulta (non che io abbia avuto scelta, ovviamente!) sia stata un’esperienza migliore oppure se leggerli da bambina sarebbe stato ancora meglio. Quello che so è che conservo gelosamente le mie copie di Harry Potter e ho riletto tutti i libri infinite volte, senza contare le innumerevoli visioni dei film. 

La storia di Harry Potter è piena di universali: il bambino maltrattato che scopre di essere speciale, la lotta tra il bene e il male, l’amicizia e i primi amori. All’epoca ricordo che molti accusarono la Rowling di essere stata solo un’abile assemblatrice di idee e trame già presenti nella letteratura per l’infanzia. Accusa che ritengo assurda per vari motivi, ma non ha senso parlarne ora. Non ha importanza che la trama di Harry Potter  sia o meno originale, quello che conta è che questi libri sono stati un successo universale, planetario, e che tutti o quasi tutti noi ci abbiamo lasciato il cuore. Harry Potter and the Philosopher’s Stone è un romanzo affascinante per l’ambientazione e i protagonisti ben realizzati e molto credibili. Harry è un ragazzino qualsiasi, non un supereroe ma un bambino che si trova a dover affrontare un mondo completamente nuovo e l’autrice riesce a rendere particolarmente realistiche, condivisibili, in poche parole umane, tutte le sue emozioni e anche quelle degli altri protagonisti, pur sullo sfondo di un mondo estremamente soprannaturale. Non solo i personaggi sono tridimensionali e la storia avvincente, c’è anche moltissimo umorismo! Insomma, in poche parole, il libro perfetto.
Dopo tante riletture, quest’anno ho deciso di passare a un altro livello: non solo Harry Potter in inglese, ma Harry Potter sotto forma di audiolibro! E qui posso dire qualcosa di nuovo: l’audiolibro di Harry Potter in lingua originale è letto da Stephen Fry che – se non lo conoscete – è un ‘comico, attore, scrittore, autore televisivo, regista e sceneggiatore britannico’ (nelle parole di Wikipedia). Non credo che esistano altre versioni (e non so se esistono gli audiolibri di Harry Potter in italiano) ma comunque vi consiglio caldamente questa edizione*. Stephen Fry è un attore favoloso e legge questi libri con intensità ed emozione incredibili. Non avrei mai pensato di appassionarmi così tanto ad un audiolibro ma se letto dalla persona giusta posso confermare che si rivela un’esperienza davvero entusiasmante!

Giudizio: 5/5

* Edit del 29.11.12: grazie a Mariuca ho scoperto che esiste un’altra versione audio dei libri di Harry Potter, incisa per il mercato USA ma sempre da un attore inglese, Jim Dale. Mariuca la consiglia caldamente. Aggiungo anche un link a questo sito in cui vengono confrontate le due versioni.

297 – The Secret Keeper

novembre 22, 2012 § 8 commenti

Autore: Kate Morton
Titolo: The Secret Keeper
(non ancora tradotto in italiano)
Edizione: Simon & Schuster, ARC, 2012
Pag.: 480
ISBN: 9781439152805

The Secret Keeper

Kate Morton è specializzata in saghe familiari, in cui i segreti di famiglia riemergono dopo una generazione o due e vengono lentamente svelati, fra flashback e ricerche della verità. Con la mia poca memoria, non ricordo se i precedenti libri di questa autrice (Ritorno a Riverton Manor, Una lontana follia e Il giardino dei segreti) avevano un gran colpo di scena finale, ma questo sicuramente lo ha, e sebbene molti lettori si siano lamentati di averlo capito a metà libro, io non l’ho proprio visto arrivare, anche se ammetto di essere molto ingenua a questo riguardo (e in effetti per tutto il romanzo mi sono posta un interrogativo che avrebbe dovuto mettermi sull’avviso). In ogni caso, colpi di scena o meno, è chiaro che il punto forte di questi libri è proprio una trama (melo)drammatica ed estremamente avvincente, anche se formulaica e non accompagnata da una scrittura particolarmente raffinata.

Essendo ormai una fan di Kate Morton ero in attesa dell’uscita del suo ultimo romanzo, The Secret Keeper, e non mi è sembrato vero poterlo richiedere su NetGalley. Il risultato però è stato un bello spavento. All’inizio non riuscivo proprio a farmi prendere dalla storia e continuavo a notare la ripetitività di certi concetti e la poca credibilità di certi avvenimenti. Per fortuna dopo il primo centinaio di pagine mi sono accorta che la storia aveva fatto clic (o forse è stato il mio cervello a fare clic, chi lo sa) e ho macinato allegramente pagine, rallentata solo da questa cosa chiamata ‘vita vera’ che in questo periodo si è messa in mezzo con grande vigore. Un breve accenno alla storia: nel 1961 Laurel Nicolson a sedici anni è l’unica testimone (insieme al fratellino Gerri, di soli due anni) di un evento familiare particolarmente drammatico che cambia la sua vita ma che viene passato sotto silenzio. Nel 2011 Laurel è un’attrice di successo e torna a casa per il novantesimo compleanno della madre Dorothy, che ormai sta morendo. Una foto ed un nome la riportano violentemente al passato e Laurel sente la necessità di scoprire la verità sulla vita della madre prima di sposarsi. Questo ci porta nella Londra del 1941, in piena guerra.

Ho sempre dato voti altissimi ai romanzi della Morton un po’ per questa sua capacità di trasportarmi a piè pari in un’altra epoca e in un’altra storia, ma anche per le ambientazioni, che amo molto (in questo caso, la Londra della seconda guerra mondiale, con riferimenti storici che non avrei mai capito se quest’anno non avessi letto molti libri sulla guerra) e il vezzo dell’autrice di dare spazio ai riferimenti letterari (in The Secret Keeper ci sono molti riferimenti a romanzi, ma sto pensando in particolare alla rappresentazione teatrale di Peter Pan, molto evocativa). Ritorno a Riverton Manor ruota intorno alla storia di un poeta (anche se lo ricordo molto poco, è il primo che ho letto, nel 2009), in Una lontana follia c’è uno scrittore di romanzi per ragazzi, mentre Il giardino dei segreti è chiaramente un omaggio a Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett (che ha anche un piccolo cameo nel romanzo).

Anche se The Secret Keeper non delude da tutti questi punti di vista, devo ammettere che è quello che mi ha colpita di meno finora (il migliore, a mio avviso, è Il giardino dei segreti). Forse leggerlo in inglese (tutti gli altri solo in traduzione, invece) ha contribuito a togliere immediatezza alla lettura. Forse il fatto che sia Laurel che la madre Dorothy (per lo meno nella sua incarnazione anni Quaranta, Dolly) non mi sono risultate molto simpatiche (altri personaggi però sì, e molto). In generale ho notato però tante ripetizioni e lungaggini che hanno un po’ appesantito la lettura. Come ho già detto non mi aspetto una scrittura raffinata o una profonda introspezione psicologica da questo genere di romanzi, ma credo che The Secret Keeper sia stato scritto forse frettolosamente o con meno cura rispetto agli altri. Il mio giudizio finale è comunque estremamente positivo: il classico libro da divano e copertina, anche se purtroppo temo per la maggior parte di averlo letto in luoghi molto meno confortevoli…

A Kate Morton novel is always a treat: family sagas and secrets emerging from a distant and a not-so-distant past, engrossing plots. The Secret Keeper is the story of a woman discovering unsettling and incredible truths about her perfect mother Dorothy, and researching her past in order to uncover the complete truth and understand her. We are transported into the 1960s and in the war London of 1941 and recounted a thrilling story.

Even if both Laurel and young Dolly are not really likeable characters (there are nice characters in the novel, though) and the story is at times slow and there are some repetitions, I still think this novel is the perfect reading for a while on the couch with a blanket and something hot to drink. I already long for another novel by Kate Morton!

Thanks to NetGalley for the reading opportunity.

Giudizio: 4/5

296 – La famiglia Spellman

novembre 20, 2012 § 2 commenti

Autore: Lisa Lutz
Titolo: La famiglia Spellman
(Titolo originale: The Spellman Files)
Traduzione: Marco Lunari
Serie: The Spellmans #1
Edizione: Mondadori, 2008 (2007)
Pag.: 362
ISBN: 9788804580072

La famiglia Spellman è un romanzo che parla di famiglia, anche se lo fa in modo spensierato, eccentrico e decisamente sopra le righe! Protagonista è Isabel ‘Izzy’ Spellman e la sua ‘formazione’: fin da giovanissima Izzy è stata una ribelle, ma ormai ha messo la testa (quasi) a posto e lavora per l’azienda di famiglia. Che è un’agenzia di investigazioni. Il problema è che tutti gli Spellman hanno questo lavoro nel sangue, perciò si mentono e si spiano a vicenda, arrivando ad estremi esilaranti, fra fari della macchina rotta e telefoni controllati (unica eccezione è il perfetto fratello maggiore di Izzy, che fa l’avvocato). Nonostante la disfunzionalità della famiglia Spellman, tutti i componenti si amano nel profondo e quando nasce un problema, si uniscono per risolverlo.

Non si può certo definire questo romanzo plot driven, anche se è formalmente un mystery. Si tratta infatti di una serie di scene che sono unite dalla cornice di un’investigazione importante (il cui oggetto non viene svelato subito) e di un interrogatorio in cui Izzy deve raccontare e spiegare la famiglia Spellman. Devo dire che non ci avevo puntato molto ma in realtà mi ha divertita tantissimo. Potrei accostarlo alla serie di Janet Evanovich dedicata alla cacciatrice di taglie Stephanie Plum (di cui al momento ho letto solo i primi due libri, purtroppo).

Giudizio: 4/5

295 – Il nostro tragico universo

novembre 16, 2012 § Lascia un commento

Autore: Scarlett Thomas
Titolo: Il nostro tragico universo
(Titolo originale: Our tragic universe)
Traduzione: Carla De Caro
Edizione: Newton Compton (Kindle), 2010
Pag.: 381
ASIN: B0062ZKNGS

Il nostro tragico universo

Il nostro tragico universo è l’ultimo libro scritto da Scarlett Thomas (nel 2010 – per favore Scarlett, dicci che pubblicherai presto un altro romanzo) e il quarto che leggo (mi manca solo Going Out Il giro più pazzo del mondo). Personalmente trovo che PopCo sia il suo migliore, anche se mi riservo di rileggere Che fine ha fatto Mr Y, mentre il suo ‘peggiore’ è stato L’isola dei segreti. Questo non mi è piaciuto quanto PopCo, ma quasi, e me lo ha ricordato molto.

Meg Carpenter vive nel Devonshire con il compagno Christopher in un villaggio sul mare. Il compagno non lavora e Meg mantiene la baracca scrivendo recensioni e libri di genere (alcuni come ghost writer) mentre cerca di lavorare al suo romanzo ‘serio’ per cui una casa editrice le ha versato un anticipo, senza però buoni risultati. Poiché la casa diroccata in cui vivono lei e Christopher è molto umida (uno dei suoi tanti difetti) Meg va sempre a lavorare in biblioteca, dove conosce il curatore del locale museo marittimo, un uomo di sessantacinque anni per cui si prende una sbandata. Consapevole che la storia con il suo compagno non ha futuro, Meg fatica però a concepire di poterlo lasciare. Ugualmente in panne la sua amica Libby, sposata con un uomo meraviglioso a cui vuole molto bene ma che non ama più, ed innamorata di un altro uomo con cui ha una relazione.

Il nostro tragico universo ha una trama molto debole, che prende lo spunto dall’improvvisa apparizione di un trattato scientifico che Meg pensa le abbia spedito il suo editore per una recensione e che diventa il punto di partenza per la protagonista per una riflessione sulla sua vita, e su molte, molte altre cose in realtà. Nel romanzo non succede molto (e praticamente tutte le trame e sottotrame rimangono aperte alla fine) ma ci sono riflessioni e conversazioni interessanti in abbondanza, sugli argomenti più disparati che possono essere la fisica, i poltergeist, l’affondamento del Titanic, l’antropologia, i placebo, eccetera eccetera. La recensione del libro che Meg manda al suo editore, infatti, non viene pubblicata ma le guadagna la proposta di una rubrica sugli hobby, fra cui il lavoro a maglia (sembra incredibile, ma la Thomas mi ha fatto venire voglia di andare in merceria a comprare lana e ferri e poi affondare in poltrona cercando di creare dei calzini).

Il concetto più importante e ci allaccia alla natura estremamente metaletteraria di questo romanzo, è il desiderio di scrivere un romanzo privo di trama, ovvero un romanzo originale in un contesto in cui tutti i romanzi, i film e forse anche i comportamenti umani sono riconducibili a un numero esiguo di trame universali, o forse ad unica trama primigenia. L’unico modo di distinguersi è, quindi, uscire dal recinto, ma non è un’impresa semplice.

Scarlett Thomas inserisce sempre nei suoi romanzi delle teorie scientifiche o metafisiche piuttosto impegnative, e un buon numero di informazioni su vari argomenti, a volte particolarmente tecnici o specialistici. Lo fa sempre, però, con il tono e lo stile dell’amica che è venuta a trovarti per un te e ti sta raccontando le ultime novità. E’ un’autrice che non ha paura di inserire una trama romantica o d’avventura in un romanzo in cui ti sta contemporaneamente parlando, chessò, di Derrida. Atteggiamento che trovo particolarmente affascinante.

Giudizio: 4/5

294 – Village School

novembre 15, 2012 § Lascia un commento

Autore: Miss Read
Titolo: Village School
(non tradotto in italiano)
Edizione: Orion 2006 (1955)
Pag.: 193
ISBN: 9780752877440

Village School (Fairacre, #1)

Non ricordo dove ho conosciuto per la prima volta Miss Read, né cosa mi ha convinto definitivamente all’acquisto, ma dopo la lettura di Village School credo che questa sia la nascita di una nuova, grande amicizia letteraria. Miss Read è l’insegnante della scuola di Fairacre, un villaggio della campagna inglese assolutamente tipico, dai cottage con i tetti in paglia al vicario, coinvolto in tutti gli eventi del paese. Il libro, o meglio la serie di libri, visto che le Fairacre Chronicles contano ben venti volumi, è stato originariamente pubblicato come fosse una reale autobiografia, ma è in realtà un romanzo, sebbene basato sulle reali esperienze di una vita dell’autrice, Dora Saint.

Village School racconta esattamente la vita di un villaggio inglese attraverso gli occhi di un’insegnante, e la narrazione è divisa in trimestri scolastici. Non succede ovviamente niente di epocale, come è classico in questo genere di romanzi, che non sono animati dalla trama, ma dall’ambientazione e dalla caratterizzazione dei personaggi. Nonostante l’autrice riesca ad essere piuttosto obiettiva, e i suoi personaggi non siano mai macchiette, né idealizzati, il suo obiettivo è molto chiaro: tornare con la mente, nostalgicamente ma senza sentimentalismi, a un mondo più semplice, che lei stessa aveva sperimentato, e che nel periodo in cui scriveva era sicuramente messo a rischio dai cambiamenti sociali ed economici del secondo dopoguerra (anche se questa tensione nel primo romanzo ancora non si percepisce). Credo sia stato questo a determinare il quieto successo di questi romanzi, mai fuori stampa dal 1955 ad oggi: la sensazione di essere parte di una comunità, che significa essere sempre al centro dell’attenzione, non sempre in modo gradito, ma anche e soprattutto che ci sarà sempre qualcuno che si preoccuperà di te, qualcuno di cui preoccuparsi.

Al di là delle cronache di campagna basate sul ritmo dell’anno scolastico, che bastano da sole con la loro grazia a rendere gradita la lettura, la voce di Miss Read, senza mai giudicare, anzi in modo compassionevole, ci presenta un’indagine delle emozioni umane più universali, cosa che spiega il successo della sua produzione anche all’estero. Miss Read, o meglio Dora Saint, non pretendeva di divulgare chissà quale messaggio con i suoi romanzi, ma solo that “happiness is the result of an attitude of mind”. “I believe you can build it out of small things, out of hearing someone calling across a garden, a robin in a hedge, a cat in the woodshed,” she said. “When I hear depressing news on the radio, I can switch off and drift into what is I suppose a dream world. I think all people like to look back, not because everything was better in the past, but because often they were happy then.”
Non sono sicura di essere d’accordo al cento per cento con l’idea di spegnere la radio (o la tv o il computer, aggiornando il concetto), ma posso sicuramente capire e fare mio il concetto di ricerca della felicità nelle piccole cose che questi racconti ci trasmettono.

Oltre alla serie dedicata a Fairacre, Miss Read pubblicò anche tredici libri nella serie Thrush Green e due veri romanzi autobiografici, Fortunate Grandchild (1982) e Time Remembered (1986). Collaborò inoltre con varie riviste, fra cui Punch.

Giudizio: 4/5

293 – The Beginner’s Goodbye

novembre 14, 2012 § Lascia un commento

Autore: Anne Tyler
Titolo: The Beginner’s Goodbye
(Titolo italiano: Guida rapida agli addii)
Edizione: Chatto & Windus, 2012
Pag.: 198
ISBN: 9780701187194

The Beginner's Goodbye

Il mio primo romanzo di Anne Tyler è stato Un matrimonio di dilettanti, letto un bel po’ di tempo fa (meno di dieci anni, più di cinque). Per anni ho poi dimenticato questa autrice, fino al 2010, quando ho letto il bellissimo The Accidental Tourist. Nel 2011 è stata la volta di Breathing Lessons che ho trovato un po’ sotto tono rispetto agli altri due, nonostante sia quello per cui ha vinto il Pulitzer nel 1989. Fra i miei non letti c’è da un po’ Ristorante nostalgia, che a detta di molti è uno fra i suoi migliori. The Beginner’s Goodbye è la sua ultima pubblicazione. I romanzi di Anne Tyler parlano sempre di persone normali, con i loro difetti, le loro scelte di vita, le loro relazioni con parenti e amici e la nostalgia per qualcosa che è successo – o non è successo – nel passato. Persone che vivono in una versione alla Anne Tyler di una Baltimora che non assomiglia per nulla a quella dipinta dalla serie tv The Wire.

Anche il protagonista di The Beginner’s Goodbye è preda della nostalgia, nostalgia per la moglie Dorothy, morta a causa del crollo di una quercia sulla loro casa. La prima frase del romanzo mi ha terrorizzato, convinta che l’autrice si fosse dedicata all’urban fantasy, ma ovviamente non è così. Siamo sempre in una Baltimora che potrebbe essere quella di venti anni fa, se non altro perché il protagonista Aaron Woolcott, lavora per l’azienda di famiglia, una casa editrice che di fatto si occupa di pubblicare libri a pagamento, e la cui collana di punta è una serie di volumi fai da te stile ‘for Dummies’ (The Beginner’s Spice Cabinet o The Beginner’s Cancer, ovvero L’armadietto delle spezie per principianti e Cancro per principianti). Un’impresa apparentemente anacronistica nel mondo della rivoluzione digitale.

The Beginner’s Goodbye racconta il lutto di Aaron che a inizio romanzo confessa di vedere il fantasma della moglie, ma subito dopo ci riporta indietro nel tempo, al giorno della morte di Dorothy, e prima ancora, al giorno in cui si sono conosciuti per poi sposarsi nell’arco di quattro mesi. Aaron, balbuziente e afflitto da un’invalidità dovuta a un attacco di influenza infantile, sente di aver passato la vita a sfuggire le attenzioni soffocanti della madre e della sorella Nandina. Quando conosce Dorothy, una dottoressa brusca e pratica, apparentemente priva di istinti sociali, Aaron sente di aver trovato la sua anima gemella. Quando Dorothy muore in modo così tragico e inatteso, dopo un loro banale bisticcio, il suo mondo va in pezzi. Con la casa distrutta Aaron si strasferisce dalla sorella Nandina e cerca di tenere a distanza tutti i suoi amici familiari e colleghi, stizzito al minimo accenno di premura o gentilezza.

Grazie ai ricordi di Aaron, anche stimolati dalle brevi apparizioni di Dorothy, emerge un’immagine del loro matrimonio sempre più precisa, fino a quando lo stesso Aaron è costretto ad ammettere che in realtà la loro non era una relazione perfetta, non era una relazione felice.

 “Or it was difficult, at least. Out of sync. Uncoordinated. It seemed we just never quite got the hang of being a couple the way other people did. We should have taken lessons or something; that’s what I tell myself.”

E’ costretto ad ammettere che forse Dorothy era leggermente diversa da come lui la vedeva, e che il suo rifiuto di essere vezzeggiato da tempo si è trasformato nel ripudio della semplice gentilezza. Questa ammissione – e il relativo desiderio di cambiamento – è il risultato di un percorso che si intreccia all’elaborazione del lutto, o meglio lo rende possibile.

Devo ammettere che nemmeno questo è fra i migliori romanzi della Tyler. L’autrice ha il pregio di credere nelle persone e nella loro bontà, che trasfigura le loro esistenze ordinarie producendo alcuni momenti di grande bellezza. Questa meticolosa indagine del quotidiano, del banale, delle piccolezze e la loro interpretazione in termini più ampi è uno dei suoi lati più interessanti. The Beginner’s Goodbye è però poco sostanzioso, pur essendo quasi una novella. E’ un po’ superficiale, se non nello svolgimento, per lo meno nel messaggio, quasi banale, di cui si rende portavoce. Direi quindi una lettura piacevole ma pur sempre un romanzo minore per Anne Tyler.

Edit 14.11.2012

L’unico romanzo di Anne Tyler che ho recensito in questo blog è Breathing Lessons. Rileggendo quel post mi sono resa conto che anche in The Beginner’s Goodbye è molto chiara l’influenza delle dinamiche familiari nella proprie scelte di vita. In Breathing Lessons Maggie cerca di essere quanto più diversa dalla madre (finendo con il replicare il carattere del padre), qui invece Aaron sceglie una compagna di vita talmente noncurante da rasentare il patologico per bilanciare una madre e una sorella eccessivamente premurose. Per quanto nei romanzi queste dinamiche siano sempre così trasparenti, mi sembra che nella vita reale, se presenti, siano impossibili da individuare, per lo meno per le persone direttamente coinvolte.

Giudizio: 4/5

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