315 – Le osservazioni

dicembre 31, 2012 § 4 commenti

Le osservazioniIn un giorno di preparativi come questo (stasera i festeggiamenti saranno casalinghi e non tradizionali, e hanno richiesto diverse uscite di casa che ancora non sono terminate) è bello trovare il tempo di fermarsi e scrivere la recensione dell’ultimo libro finito nel 2012 (il rinnovo di una ricetta dal medico di base ha richiesto un tempo considerevolmente inferiore a quello che avevo previsto – ammetto che le mie previsioni in questi casi sono sempre tendenti al catastrofico dato che andare dal medico è una commissione che mi ispira un’antipatia e una pigrizia mai finite). Proprio come l’anno scorso, concludo l’anno letterario con un romanzo storico affascinante, uno di quei tomi ciccioni che nei giorni di ferie si trascinano volentieri dal letto al tavolo della colazione alla poltrona e che si abbinano gioiosamente alla coperta, alla tazzona di tè o cioccolata o chai tea. Insomma, una vera e propria goduria.

Bessy Bucley è una ragazzina sveglia, e se abbandona la strada principale che porta da Glasgow a Edimburgo (attraversando la zona chiamata Terra del Diavolo) non appena intravede un paio di poliziotti a cavallo, ci sarà un perché. La strada secondaria porta a ‘Castle Haivers’ e Bessy è curiosa di vedere un castello (uno dei motivi per cui si sta recando a Edimburgo è proprio visitare il castello, farsi assumere da una famiglia ricca e possibilmente sposare un nobile). Castle Haivers si rivela però una tenuta non particolarmente ben messa, casa della famiglia Reid, e Bessy si ritrova quasi per caso assunta come ragazza dentro-fuori (quindi cuoca, cameriera, governante con mansioni anche esterne relative ovviamente all’orto e all’allevamento degli animali di corte). La padrona, Arabella Reid, è giovane e bella e Bessy si affeziona fin da subito, nonostante il duro lavoro e gli stravaganti compiti che Arabella richiede (per esempio scrivere quotidianamente un diario). Ben presto però la curiosità di Bessy le fa scoprire qualcosa sulla padrona che la fa decisamente arrabbiare. Il suo desiderio di vendetta scatena una serie di eventi imprevedibili che, uniti al ritorno del passato di Bessy, non proprio candido, creano un’atmosfera di tensione e inquietudine.

Le osservazioni è un romanzo vittoriano, ma è importante capire che lo è solo perché il periodo in cui è ambientato è quello, mentre l’atmosfera, la trama, il linguaggio sono completamente diversi da quelli solitamente utilizzati in questo genere. Il linguaggio di Bessy è fortemente colloquiale e, soprattutto all’inizio del romanzo*, scurrile, volgare. La sua intelligenza, il suo senso dell’umorismo e l’indistruttibile ottimismo rendono questo romanzo davvero particolare e costituiscono la sua maggior attrattiva. Quello che sarebbe stato un romanzo gotico come molti altri, diventa qualcosa di completamente originale grazie all’infusione di comicità e realismo portata dalla protagonista Bessy. Che dire, per fortuna ho già sullo scaffale l’unico altro romanzo al momento pubblicato da Jane Harris, Gillespie and I, che promette molto, molto bene.

* Il romanzo ha la forma di un resoconto scritto in prima persona dalla stessa Bessy anni dopo l’epoca degli avvenimenti. Il linguaggio di Bessy cambia notevolmente dalla prime alle ultime pagine, ed è lontanissimo dalle prime entrate del diario che scriveva a Castle Haivers, prive addirittura di punteggiatura. La scrittura sembra diventare per la protagonista uno strumento di auto-realizzazione ed emancipazione, così come rappresenta qualcosa di molto importante per Arabella Reid, lo sfogo di una necessità intellettuale che il marito – e in generale la società dell’epoca – non avrebbe capito.

Buoni festeggiamenti a tutti!

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314 – Paura

dicembre 30, 2012 § Lascia un commento

Paura
Stefan Zweig è un autore austriaco molto famoso, anche se in vita lo è stato ancora di più (parliamo degli anni prima della Seconda Guerra Mondiale – Zweig morì suicida insieme alla moglie proprio a causa della sua disperazione e disillusione nei confronti di un mondo in cui esistono tali orrori). Di lui ho letto solo, qualche anno fa, Novella degli scacchi (Die Schachnovelle), che ho trovato ottima, ed è considerata spesso il suo capolavoro, scritta quando ormai l’autore risiedeva in Brasile, poco prima della sua morte, l’unica in cui affronta il tema del nazismo.

Paura, scritta nel 1910 e pubblicata dieci anni più tardi, è ambientata nella Vienna bene di inizio secolo e racconta la storia di Irene Wagner, sposata da otto anni con un avvocato e madre di due bambini. Irene non è insoddisfatta della sua vita, ma con estrema superficialità se ne sente a tratti vagamente annoiata e per questo accetta di diventare l’amante di un pianista, senza ricavare molto dalla relazione: non è innamorata del pianista, né attratta a dire il vero, aspira solo a quel brivido di paura che prova nel momento in cui lascia il suo appartamento per tornare alla sua vita borghese. Un giorno però all’uscita la attende una sgradita sorpresa: una donna volgare l’accusa di averle sottratto l’amante ed inizia a ricattarla, facendole gustare il vero sapore della paura e precipitandola nel terrore. In questo nuovo regime Irene comincia ad osservare la sua stessa vita con nuovi occhi, realizzando delle realtà che precedentemente le erano sfuggite nel turbinio della sua vita sociale.

Una scena dal film Paura di Rossellini

A inizio secolo questa duplicità, questa distruzione dell’etica della madre di famiglia borghese, erano ancora scioccanti ma non più impensabili, grazie agli influssi di Freud (negli anni Venti fu pubblicato anche Doppio sogno di Arthur Schnitzler, che è sicuramente più onirico ma mi sembra affrontare una tematica simile). Al giorno d’oggi è l’idea di una classe sociale irreprensibile ad essere impensabile, e anche se rimane la bravura di Zweig, mi sembra che questa novella sia invecchiata male, che non abbia più un gran senso per i lettori moderni, al di là del puro esercizio letterario e psicologico.

Paura è un romanzo psicologico (non lo definirei davvero thriller o noir) e l’autore è superbo nel descrivere la crescente angoscia della protagonista, che non sa decidersi fra confessare al marito il misfatto o attendere passivamente l’inevitabile epilogo, dato che la sua ricattatrice si sta dimostrando sempre più esosa. E’ inevitabile condividere i sentimenti di Irene, nonostante la superficialità che la contraddistingue e la rende odiosa. La tensione cresce e cresce fino ad un finale davvero inatteso e ad uno scioglimento rapido, troppo rapido, quasi insipido dopo tanti tremori.

313 – Boy

dicembre 29, 2012 § 2 commenti

Boy: Tales of Childhood

Roald Dahl è un autore per ragazzi che ha influenzato l’infanzia di tutti noi (chi non conosce Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato o Matilda?) scrivendo moltissimi libri che sono entrati nella storia. Non parlo solo de La fabbrica di cioccolato ma anche de Il GGG, Le streghe e molti altri ancora. Quello che non sapevo è che Roald Dahl ha scritto anche qualche libro per adulti, inclusa una serie di romanzi autobiografici di cui Boy. Tales of Childhood è il primo.

In Boy Dahl racconta delle sue ascendenze norvegesi, e di come, morto il padre, la madre abbia deciso di rimanere comunque nel Galles perché questo le avrebbe permesso di iscrivere i figli alle scuole inglese, come il marito aveva sempre desiderato. Purtroppo, come il romanzo ci chiarisce molto bene, le esperienze di Dahl nella scuola pubblica inglese furono tutt’altro che rosee, anzi il biografo Donald Sturrock afferma che le prime bozze di Boy erano addirittura molto più amare rispetto alla versione che venne poi pubblicata.

Roald Dahl at school at ReptonOvviamente oltre alle pessime esperienze presso diverse scuole (esperienze che includevano un estremo nonnismo da parte degli studenti più anziani e feroci punizioni corporali) Dahl ci racconta del suo amore per i dolci, di come la Cadbury inviasse agli studenti della sua scuola delle enormi confezioni di cioccolato per valutazione, delle sue incredibili vacanze in Norvegia nonché di disavventure varie e assortite, inclusa un’uscita in macchina che quasi gli costò il naso. In vari punti del memoir ho sorriso e capito da che evento della sua vita personale Dahl avesse preso spunto per un suo romanzo.

Non solo i suoi romanzi sono affascinanti, lo è la sua stessa vita: dopo la scuola Dahl iniziò a lavorare per la Shell che, dopo un congruo periodo di addestramento, lo spedì in Africa. Le sue avventure africane e l’esperienza come pilota nella seconda guerra mondiale si possono leggere nel seguito della sua biografia, Going Solo (Volando solo).

312 – La quasi luna

dicembre 28, 2012 § Lascia un commento

Alice Sebold è l’autrice dell’amatissimo The Lovely Bones (Amabili resti) e del memoir Lucky, in cui racconta lo stupro di cui è stata vittima. The Almost Moon (La quasi luna) incredibilmente è ancora più crudo dei precedenti, per quanto non si possa certo tacciare di disonestà, dato che già dalla prima riga l’autrice ci comunica che la protagonista, Helen, una donna di mezza età, ha ucciso la madre, malata e ormai non più in sé. Il resto del romanzo si legge per due motivi: capire perché Helen ha compiuto quest’atto, e capire se la farà franca.

Sì, perché Helen come assassina è decisamente poco abile: soffocando la madre le rompe il naso, quando realizza cosa ha fatto la sveste tagliando i vestiti, la pulisce e poi la trascina fino in cantina per metterla nel freezer. Prima di lasciare la casa della madre, le taglia la lunga treccia di capelli e se la mette in borsa. E all’elenco di azioni incomprensibili si aggiunge la telefonata all’ex marito a cui confessa il crimine per sapere che cosa deve fare ora, e il sesso in macchina con il figlio della sua migliore amica.
Questo romanzo non è stato molto ben accetto dai lettori (dai critici, a quanto pare, in parte lodato e in parte bocciato) soprattutto per la tematica: non stiamo certo parlando di eutanasia, ma di un omicidio in piena regola come atto finale di una relazione madre-figlia a dir poco difficile. E se ho apprezzato l’idea dell’autrice di affrontare onestamente una tematica a dir poco scioccante, devo anche ammettere che l’esperimento non è riuscito, o è riuscito solo in parte. I flashback con i quali Helen cerca di dare un contesto al suo atto ci spiegano che la madre di Helen, un ex modella di biancheria intima delusa dal matrimonio e dalla vita in provincia, era agorafobica ma, quando in casa, perfettamente in grado di dare voce alla sua cattiveria, nonostante la quale sia il marito (anche lui evidentemente non pienamente sano, come un ricovero in un istituto di cura mentale e un suicidio dimostrano) che la figlia Helen si dedicano a soddisfare ogni suo capriccio. Questo miscuglio di amore morboso e profondo risentimento impedisce a Helen di vivere la sua vita, fa fallire il suo matrimonio, e in generale rende la sua stessa esistenza vuota, un semplice tributo all’esistenza della madre.

Almost MoonNonostante gli sforzi dell’autrice e nonostante la mia ammirazione per un romanzo davvero coraggioso, alla fine del romanzo non siamo più vicini a capire le scelte di Helen e il suo lavorio di mentale di quanto lo fossimo al cospetto dello sconcertante incipit. Non sono riuscita a contestualizzare, a mettere in prospettiva, né l’omicidio né, più in generale, le varie scelte della protagonista. Devo anche ammettere di aver trovato fastidiosa tutta la parte relativa all’investigazione e ai tentativi di Helen e del suo ex marito di evitare la galera. Per me questo è un aspetto della storia poco importante in questo genere di romanzo, anzi, distoglie l’attenzione e non trovo che sia stato affrontato in modo significativo, poteva essere tranquillamente tagliato.

Se Alice Sebold scriverà un altro romanzo (e me lo auguro) lo leggerò sicuramente, perché trovo che abbia una prospettiva davvero interessante, ma devo ammettere che The Almost Moon per me non è stato un successo. Detto questo, ammetto che dopo The Lovely Bones sono disposta a perdonare alla Sebold molto di peggio.

311 – Offshore

dicembre 28, 2012 § Lascia un commento

OffshorePenelope Fitzgerald è una di quelle autrici che sento l’assoluta necessità di apprezzare ancora prima di aver letto un loro libro, solo per il valore simbolico che hanno. Ovviamente non funziona sempre così. Virginia Woolf e Muriel Spark, ad esempio, sono due autrici molto diverse fra loro ma in entrambi i casi, pur amando moltissimo l’idea di amare i loro romanzi, non sempre ci sono riuscita, e la nostra relazione è altalenante. Nel caso di Penelope Fitzgerald, ho apprezzato i primi due romanzi letti (The Golden Child – Il fanciullo d’oro e The Bookshop – La libreria) ma con riserva. Nel tempo poi i libri sono cresciuti nella mia mente ed ora con Offshore (La casa sull’acqua) penso di avere la conferma definitiva di quanto la Fitzgerald mi piaccia – per fortuna ho già da parte Human Voices (Voci umane), il prossimo in lista, per il 2013.

Offshore parla di alcune persone che vivono, per vari e diversi motivi, presso delle imbarcazioni ormeggiate sul Tamigi, nella zona di Battersea Reach, già all’epoca piuttosto ricercata, anche se la vita sul fiume ovviamente apparteneva a un’altra sfera. E’ la decisione di vivere in una barca che porta alcuni personaggi a condurre una vita al margine, mentre per altri è la loro già presente marginalità a spingerli ad una vita fluviale. Sia come sia, queste persone costituiscono una vera e propria comunità, per quanto bislacca e scalcagnata, che riconosce implicitamente in Richard il loro leader. La protagonista principale però sembra essere Nenna, canadese, che vive insieme alle due figlie ed è stata lasciata dal marito (in realtà la situazione è molto più complessa di così). Altri personaggi sono Willis, un pittore che ormai non riesce più a mantenersi con i suoi quadri e vuole vendere la sua barca per andare a vivere con la sorella e Maurice, una specie di gigolò con un amico che deposita quella che sembra a tutti gli effetti merce rubata nella sua barca.

Whistler Old Battersea Bridge - Offshore di Penelope Fitzgerald

Offshore è un romanzo praticamente privo di trama, il cui scopo sembra essere quello di introdurci nella vita di questa comunità e dei suoi singoli componenti, senza un obiettivo particolare che non sia l’introspezione psicologica di questi personaggi un po’ falliti che l’autrice sembra amorevolmente dileggiare in una narrativa concisa e densissima. E’ stato scioccante scoprire che la reazione principale alla vittoria, con questo romanzo, del Booker Prize del 1979, è stata sgomento e incredulità. Il favorito era Naipaul (A Bend in the River Alla curva del fiume) e sembra che i giudici della commissione, non riuscendo a decidersi fra lui e William Golding, optarono per la seconda scelta di tutti, Offshore. Un aneddoto tristissimo, direi, anche se immagino che la Fitzgerald abbia affrontato la cosa con il consueto asciutto umorismo. Probabilmente è proprio la sua scelta di parlare di vite forse non così comuni ma ordinarie, senza grandi eventi, a negarle i dovuti riconoscimenti, e soprattutto la scelta di farlo con un umorismo talmente pervasivo da negare quella tragicità che forse avrebbe reso i suoi romanzi più appetibili. Personalmente ho trovato solo una pecca, il finale: talmente brusco e in fin dei conti indefinito da farmi controllare per bene la mia copia per essere sicura di non essermi persa per strada qualche pagina…

310 – Joy in the Morning

dicembre 27, 2012 § Lascia un commento

Betty Smith è l’autrice di A Tree Grows in Brooklyn (Un albero cresce a Brooklyn), che le ha dato la fama e che ho letto con grande gusto nel 2008. Joy in the Morning (Al mattino viene la gioia) secondo me non regge il confronto con la prima opera dell’autrice, però siamo sempre ad un livello molto alto, contrariamente a quanto i critici sostennero per lungo tempo, reputando il romanzo troppo sentimentale, forse perché volutamente evitava una prospettiva maschile e un linguaggio modernista, preferendo una trama semi-autobiografica (la storia quotidiana e ordinaria di una giovane coppia) e un linguaggio semplice.

Joy in the Morning affronta il primo anno di matrimonio di Carl Brown and Annie McGairy, originari di Brooklyn. Il loro legame è ostacolato dai genitori di entrambi (lei è molto giovane, infatti per sposarsi devono aspettare che raggiunga la maggiore età – lui si sta laureando in legge in un’università del MidWest) e come se non bastasse i due novelli sposini devono vivere insieme in un’unica stanza, cavarsela senza il becco di un quattrino e cercare, in qualche modo, di abituarsi alla vita insieme. Nonostante gli screzi i due riescono sempre a ricomporre il rapporto e a costruire qualcosa insieme, atteggiamento che mi sembra tanto più significativo quando penso che il romanzo fu scritto dall’autrice negli anni Sessanta sulla base del suo stesso primo anno di matrimonio, all’epoca già finito con un divorzio.

Joy in the MorningIl romanzo è trainato soprattutto dalla personalità di Annie, che nonostante le difficoltà sembra godere di ogni semplice gioia presente nella sua vita e accoglie con entusiasmo ogni nuova persona nella sua vita, anche se si tratta semplicemente del droghiere o della proprietaria di un emporio. La fonte di gioia maggiore nella vita di Annie, a parte il marito Carl, è la lettura: non le sembra vero di poter prendere in prestito i libri dall’enorme biblioteca universitaria grazie alla tessera del marito, e inizia a seguire un corso inizialmente ascoltando le lezioni dal corridoio, poi, grazie all’intervento del rettore, come studente esterno. Non solo la lettura ma anche la scrittura ha un ruolo importante nella vita di Annie, un ruolo che al marito sembra a tratti minaccioso, anche se riesce sempre a superare questi momenti di avversione e a sostenere completamente la moglie nelle sue aspirazioni.

Anche se come già detto non posso affermare che Joy in the Morning sia completamente all’altezza di A Tree Grows in Brooklyn, sono rimasta molto soddisfatta da questa lettura, e sicuramente cercherò di recuperare gli altri (due, purtroppo Betty Smith non fu molto prolifica) romanzi dell’autrice.

Sense and Sensibility 1995

dicembre 27, 2012 § 6 commenti

Sense and Sensibility (1995) è il primo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Jane Austen, che ho recensito qui. Prima di questo film di Ang Lee, ci furono altre due riduzioni (rispettivamente del 1971 e del 1981), ma per la televisione. Per me la cosa più sconvolgente di questo film è che è stato diretto da un regista taiwanese, la cui prima lingua non è nemmeno l’inglese, e che addirittura non aveva mai sentito parlare di Jane Austen prima di girare questo film. La sceneggiatura, questo sì, è stata scritta da Emma Thompson, che ci lavorò per anni (anzi, forse l’aneddoto più divertente relativamente a questo film è che a un certo punto le si ruppe il computer e nemmeno un tecnico riuscì a recuperare il file della sceneggiatura, per cui Emma prese il computer e andò in taxi da Stephen Fry che – essendo un fanatico della tecnologia, cosa che ignoravo – operò il miracolo).

Emma Thompson non è fedelissima al romanzo, da un punto di vista formale: ci sono delle scene tagliate (per esempio la confessione di Willoughby mentre Marianne è ammalata), delle scene aggiunte (tutta la parte iniziale con il personaggio di Edward Ferrars), e pochissime linee prese pari pari dal romanzo (questo lo affermo sulla fiducia, in base a quanto ho letto, perché sebbene abbia visto il film a breve distanza dalla rilettura del romanzo, non sono stata così precisa). Eppure nell’essenza a me sembra che la sceneggiatura esprima esattamente il messaggio del romanzo. C’è chi sostiene che Jane Austen nel suo romanzo volesse privilegiare la ragione sul sentimento, mentre il film quasi vuole fare il contrario. Personalmente entrambe le interpretazioni mi sembrano errate. Sia nel romanzo che nella sua trasposizione cinematografica, infatti, io vedo un’iniziale contrapposizione fra ragione e sentimento che si trasforma però in una sintesi, o meglio nella ricerca (e nell’ottenimento) di una posizione intermedia fra le due posizioni.

Non sono un’esperta né di cinema, né di trasposizioni cinematografiche, né tanto meno di film in costume, però posso dire che tutte le interpretazioni mi sono sembrate magnifiche. Certo Emma Thompson ha più di dieci anni in più della Elinor di Jane Austen (anche se Ang Lee, che la voleva assolutamente in questa parte, alle sue rimostranze le suggerì di cambiare l’età di Elinor nella sceneggiatura, trucco che riesce a salvaguardare la coerenza interna del film, ma ovviamente non inganna il lettore della Austen) però è semplicemente perfetta nel carattere e nell’interpretazione. Anche Kate Winslet, che era davvero giovane all’epoca (aveva esattamente vent’anni) è insuperabile nella sua interpretazione dell’intensa, irruente e a tratti egoista Marianne. Se proprio devo ammettere una pecca, è la recitazione di Hugh Grant: alla prima visione del film, ero convinta avesse la parte del mascalzone, non del buon Edward Ferrars, e la sua interpretazione non si discosta molto, mi pare, da quella di Quattro matrimoni e un funerale o Notting Hill. In linea di massima non mi dispiace affatto, ma qui mi ha lasciata un po’ perplessa. A parte questo, mi dichiaro molto soddisfatta di questo film, anche se devo ancora vedere la serie tv del 2008, che sembra essere molto apprezzata.

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