NW di Zadie Smith

febbraio 20, 2013 § Lascia un commento

NW è un libro complicato. Stilisticamente si ispira all’Ulisse di Joyce: ne condivide la territorialità (NW è Willesden, Londra, come l’Ulisse è Dublino), la varietà dei registri (parzialmente), l’utilizzo del flusso di coscienza. Non c’è una vera e propria trama, ma seguiamo in modo non cronologico la vita di due amiche, Leah e Keisha/Natalie, nate e cresciute appunto nel quartiere londinese di Willesden, una zona multiculturale e ricca di caseggiati popolari. Leah e Keisha/Natalie diventano amiche fin da piccole, quando la seconda salva la prima dall’annegamento nella piscina comunale, ripescandola dall’acqua per le trecce rosse.

NWLa narrazione, dopo una prima parte dedicata a Leah, si sposta su Felix, un personaggio che inizialmente sembra condividere con lei solo il luogo di residenza, per poi concentrarsi su Keisha/Natalie e infine dare spazio anche a Nathan Bogle, un amico di infanzia delle due ragazze. L’ambientazione in una Londra profondamente multiculturale e popolare è fortissima, quasi oscura la personalità delle protagoniste, che vediamo crescere da bambine e donne in un contesto che, pur essendo molto lontano dal mio, è comunque piuttosto familiare (aiuta che Zadie Smith sia una mia quasi-coetanea, come le sue protagoniste).

Le tematiche affrontate dall’autrice sono molteplici e sembrano ruotare intorno al concetto di identità: quanto ci definiscono il luogo in cui viviamo, la nostra razza (quasi tutti i personaggi appartengono per lo meno a due culture diverse), le aspettative sociali, le famiglie, le amicizie di cui ci circondiamo? Leah è una donna sana, ragionevolmente benestante, con un matrimonio stabile e un buon lavoro, ma sembra sentirsi sia in colpa verso i suoi coetanei che hanno fatto scelte sbagliate o sono stati semplicemente sfortunati, sia in soggezione (e odiandosi per questo) nei confronti dell’amica Natalie e del marito che, molto più ricchi e di successo, sembrano incarnare la vita perfetta. Il marito di Leah desidera un figlio e lei non è capace di dirgli che invece no, non si sente pronta. Natalie, d’altra parte, proviene da una famiglia molto più disagiata di quella di Leah, e per tutta la sua vita non ha fatto che cercare di sradicarsene, studiando, creandosi una carriera di successo e addirittura cambiano il nome da Keisa a Natalie. Nonostante tutto, si sente disconnessa dal marito, che è molto bello e la ama, dai due figli, che crescono viziati, e dalla sua intera esistenza, tanto da sentire la necessità di crearsi una vita segreta alternativa.

Personalmente non sono una grande fan del postmodernismo, o in generale della scrittura sperimentale. Sicuramente il motivo principale è che si tratta di una scrittura difficile, che richiede attenzione ed impegno. Io sono invece una lettrice vorace, tendo a perdermi i particolari (il simbolismo, le scelte dei tempi verbali o della persona narrante) e vado dritto al sodo. Quello che non mi disturba è la narrazione spezzettata, la mancanza di un filo narrativo forte. Trovo che sia come chiacchierare con un’amica: non avrà uno scopo ma spesso riserva delle sorprese positive. In generale trovo però che questo romanzo sia rimasto abbastanza nebuloso per me, un po’ per la struttura, un po’ per lo stile, un po’ per lo slang, un po’ per la cultura che in cui è immerso e in cui non ho punti di riferimento. Sicuramente lo trovo molto meno coinvolgente di On Beauty, e spero che Zadie Smith ci regali un prossimo romanzo più tradizionale, anche se è stata un’esperienza di lettura interessante, e mi piacerebbe provare a rileggerlo fra cinque o dieci anni, per capire se la mia evoluzione mi permette di comprenderlo meglio.

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