I parassiti di Daphne du Maurier

febbraio 23, 2013 § Lascia un commento

I parassiti (The Parasites) è, credo, un’opera minore di Daphne du Maurier, che è nota ovviamente per il grande Rebecca. Dopo aver letto Rebecca e La cugina Rachele, ho trovato I parassiti molto diverso: non c’è un’ambientazione gotica o una persona misteriosa che potrebbe o meno essere un’abile assassina. Si tratta infatti di un’indagine psicologica e di una saga familiare insieme. I Delaney stanno trascorrendo una domenica piovosa in una magione di campagna. Sono Celia, Maria e Niall, non proprio fratello e sorella: Maria è la figlia di una famosa attrice, che sposò un famoso cantante di teatro, il quale aveva già un figlio (Niall). Celia è invece la figlia di entrambi. La magione di campagna appartiene al marito di Maria, Charles, un signorotto di campagna, che irrompe nel salotto giusto il tempo di innervosirsi alle chiaramente storiche dinamiche fra i tre e pronunciare la frase che dà la stura a tutto il romanzo:

Ed ecco quello che siete voi tre, tutti quanti. Parassiti. Una banda di parassiti. Lo siete sempre stati e lo sarete per sempre. Nulla vi può cambiare. Siete due volte, tre volte parassiti; primo, perché avete sempre approfittato fin dall’infanzia di quel pizzico di talento che avete avuto la fortuna di ereditare dai vostri fantastici antenati; secondo, perché nessuno di voi ha mai lavorato in modo semplice e onesto in tutta la sua vita, ma vi siete limitati a ingrassare a spese del popolo bue che vi consente di campare; terzo, perché siete l’uno il parassita dell’altro, e vivete in un mondo di fantasia che vi siete creati e che non ha alcun rapporto con la realtà, né in cielo né in terra.

Quasi l’intero romanzo si svolge nello stesso salotto, in cui i tre Delaney rimangono a confabulare e ricordare tutta la loro vita, tramite flashback, nel tentativo di capire se l’accusa di Charles è vera. E così leggiamo della famiglia Delaney, sempre in viaggio perché sempre in tournée; della carriera di Maria come attrice, una carriera che persegue con tanta intensità da non essere più in grado di distinguere tra il proprio io e i personaggi che interpreta; del talento di Niall per la musica, talento che lui però disprezza perché si concretizza nella scrittura di canzonette, che non meritano nessun impegno da parte sua; della tragica morte di mamma Delaney e di Celia che ignora il suo talento di disegnatrice per rimanere accanto al padre (o meglio, per evitare di dover affrontare la possibilità che i suoi disegni vengano rifiutati).

I parassiti è un romanzo che non ha una morale, non ha nemmeno un finale ben definito o ben chiuso (anche se in realtà secondo me è più chiuso di quanto non sembri, ma, per quanto i protagonisti siano effettivamente parassiti, per quanto da un certo punto di vista siano detestabili ed egoisti, in ognuno di loro è possibile trovare qualcosa con cui relazionarsi profondamente, e che viene descritto in modo mirabile e sottile: la modernità di Maria, che dà per scontato di continuare a lavorare dopo il matrimonio, e che ha dei figli pur non volendone, e pur non essendo minimamente in grado di rapportarsi ad essi; la paura di Celia, che si nasconde dietro agli obblighi familiari per non affrontare la vita; il disgusto esistenziale di Niall, che ha un successo enorme ma solo per creazioni musicali che lui stesso definisce stupide e che non richiedono un grande sforzo creativo, né lo meritano.

L’accusa di Charles provoca in ognuno dei tre Delaney un momento di autoriflessione: ognuno di loro, rendendosi conto della strana piega della propria vita, deve decidere se vuole chiudere gli occhi per l’ennesima volta o provare a cambiare…

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