Buona Pasqua!

marzo 31, 2013 § 5 commenti

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Grazie dei ricordi di Cecelia Ahern

marzo 31, 2013 § 4 commenti

Un giorno di permesso è anche l’occasione per prendersi una pausa da una lettura impegnativa (Wolf Hall) e passare la serata leggendo un romanzo leggero che purtroppo si è rivelato una scelta non proprio azzeccatissima. In linea di massima posso dire che Cecelia Ahern mi piace, ma non è una certezza: ho apprezzato moltissimo Scrivimi ancora e The Book of Tomorrow ma ho trovato stucchevoli e piatti Il dono e soprattutto P.S. I love you (che è il libro per cui è più famosa – anche grazie al film che ne hanno tratto).

Grazie dei ricordiIn Grazie dei ricordi, la giovane Joyce perde il suo bambino cadendo dalle scale, e rischia anche di perdere la vita, ma viene salvata da una trasfusione di sangue. Alla fine del ricovero ospedaliero Joyce decide di lasciare il marito (le cose non vanno bene già da un bel po’) ed il lavoro (temporaneamente) e di tornare a vivere con il padre (il personaggio più simpatico ed interessante dell’intero romanzo). Contemporaneamente, il professore americano Justin si trasferisce a Londra per stare vicino alla figlia adolescente (che vive con l’ex moglie e il suo fidanzato) e durante la sua prima lezione come docente ospite all’università di Dublino accetta di donare il sangue, nonostante la sua fobia per gli aghi. I due si incrociano per caso più volte e, pur non conoscendosi, avvertono una profonda familiarità l’uno nell’altra, che li attrae. Joyce inizia anche a ricordare cose mai vissute e a sviluppare gusti ben diversi dai suoi di sempre…Se avete familiarità con le trame romantiche e con un tocco di soprannaturale della Ahern, avrete già capito che Joyce, grazie alla trasfusione del sangue di Justin, è entrata in possesso di tutti i suoi ricordi e delle sue conoscenze e ne condivide i gusti e le esperienze.

Non ho trovato molto credibili i due protagonisti: la voce di Joyce è abbastanza autentica nei toni ma è un personaggio psicologicamente solo abbozzato. Non si capisce quali sono i problemi con il marito Conor, che fa un paio di brevi apparizioni iniziali prima di sparire nel nulla e non si capisce perché i due tentassero così disperatamente di avere un figlio se il loro rapporto era ormai alla deriva. Anche la reazione di Joyce all’aborto traumatico non è approfondita o sviluppata. Il personaggio di Justin è falso e anche antipatico: la voce non credibile di un quarantenne estremamente immaturo ed egoista. La storia viene tirata all’estremo, finché non collassa su sé stessa con un finale davvero deludente ed anti-climatico. Non mi soffermo nemmeno sulle incongruenze e sulle forzature: ogni atto più che l’emanazione del carattere dei protagonisti è il frutto di una necessità di trama.

Le cose che salvano (?) il romanzo sono una buona dose di ironia e il personaggio del padre di Joyce, come detto prima (anche se i battibecchi con la figlia a volte diventano davvero noiosi). Ho trovato però molto inquietante l’idea di una storia d’amore in cui la protagonista femminile annulla la sua personalità nel modo più eclatante possibile ancora prima di incontrare il suo lui: a causa della connessione creata dalla trasfusione di sangue, Joyce, che è vegetariana da una vita, comincia a mangiare la carne; inoltre comincia ad ascoltare l’opera e a parlare tre lingue mai imparate; rischia di perdere il lavoro di agente immobiliare perché consiglia ai clienti dei restauri estremamente costosi, che ritiene necessari in base alle conoscenze e idee di Justin; sente l’impulso di tagliarsi i capelli quando lo sente Justin e rischia di soffocare quando a lui va di traverso un boccone al ristorante. Per finire in bellezza, l’approccio di Joyce a Justin consiste nel fare per lui una serie di cose (regalare un cesto di muffin, ritirare i panni dalla lavanderia, eccetera) che lui in una conversazione con la figlia aveva elencato come il premio ‘dovuto’ per aver fatto una cosa così eroica come donare un’unità di sangue (e no, non era una battuta). A voi le conclusioni.

Agatha Raisin and the Vicious Vet di M. C. Beaton

marzo 26, 2013 § Lascia un commento

Agatha Raisin and the Vicious Vet (Agatha Raisin, #2)I romanzi della serie di Agatha Raisin sono una versione moderna dei romanzi di Barbara Pym: hanno la stessa ambientazione rurale, gli stessi paesini in cui si vive davvero in comunità e ogni piccola novità diventa oggetto di infinita curiosità ed altrettanti infiniti pettegolezzi, la stessa vita sociale che ruota intorno alla parrocchia. Certo Agatha è ben lontana dall’essere una excellent woman!

In questo secondo episodio della serie, Agatha non è ancora completamente inserita nel paesino di Carsely: la sua natura dinamica la spinge a dedicarsi sempre in modo maniacale a qualcosa, sia un’indagine o una nuova proposta d’affari o un’improbabile conquista amorosa. Quando Agatha si rende conto che la seduzione non la porterà da nessuna parte con il fascinoso vicino James Lacey, decide di cogliere al volo l’opportunità di investigare insieme a lui la morte del nuovo veterinario locale, così da passare un po’ di tempo insieme.

Agatha ha un animo bellicoso, si offende facilmente ma non si arrende mai: il suo atteggiamento completamente privo di tatto e le sue peripezie per evitare di sfoggiare un bel brufolo sulla punta del naso sono semplicemente esilaranti. Anche se a volte può risultare antipatica e insensibile, a tratti emerge un suo lato sensibile, che spiazza contemporaneamente il lettore e la stessa Agatha, permettendo alla lunga di apprezzarla anche per la sua schiettezza e per il suo pragmatismo.

L’uomo che amava le tenebre di Dean Koontz

marzo 25, 2013 § Lascia un commento

Negli anni ho letto molti libri di Dean Koontz, dodici per l’esattezza, l’ultimo nel 2007. Penso che per un’appassionata di Stephen King sia inevitabile, a un certo punto, provare anche questo autore. Non è bravo come King, ma i suoi thriller (con un tocco di sovrannaturale, sia fantasy, horror o fantascientifico) sono romanzi piuttosto piacevoli, che a un certo punto però ho accantonato a favore di letture diverse. Questo volume proviene da Bookmooch, a cui l’ho richiesto in uno dei soliti periodi molti punti/pochi libri, e ci è voluto molto tempo per convincermi ad affrontarlo, l’ho fatto praticamente solo per liberarmene.

L’uomo che amava le tenebre (titolo originale: Fear Nothing) è la storia di due notti nella vita di Chris Snow, un giovane scrittore di ventotto anni affetto dalla XP (in breve, una malattia che gli impedisce di vivere alla luce del sole e lo costringe a ripararsi anche dalle luci artificiali, almeno per come è interpretata in questo romanzo – bizzarro il fatto di aver recentemente incontrato questa sindrome nel romanzo di Scarlett Thomas Going Out), due notti che cambiano la sua esistenza in un modo straordinario.

E’ ormai il tramonto quando Chris viene avvisato che il padre, ricoverato in ospedale nella fase terminale di un cancro ormai incurabile, è trapassato. Chris si avvia all’ospedale ben bardato e cosparso di crema solare, accompagnato dalla fidanzata Sasha, che lavora di notte come disk jockey per la radio locale. Una volta salutato per l’ultima volta il padre, Chris si avvia all’uscita ma si ricorda proprio all’ultimo momento di non aver consegnato agli impiegati dell’impresa funebre la foto di sua madre, insieme alla quale il padre voleva essere cremato. Li raggiunge all’uscita e qui, non visto, assiste allo scambio del cadavere di suo padre con quello di un barbone privato degli occhi: coinvolti nella losca trama sia l’impresa di pompe funebri che un inserviente dell’ospedale. Chris abbandona frettolosamente l’ospedale per non essere colto sul fatto, ma è costretto a lasciare nel parcheggio la ventiquattrore del padre, una chiara firma.

Nel corso della notte, Chris visita più persone, cercando di capire il motivo dello scambio di corpi, e ovviamente riuscendo solo ad ottenere minacce, esortazioni a lasciar perdere l’intera faccenda, accuse e vaghi brandelli di informazione da cui deduce che probabilmente i genitori non sono morti per cause naturali e che alla fonte di tutto c’è un’operazione basata nella locale base militare, in teoria chiusa da anni. L’unica cosa certa è che praticamente tutte le persone che Chris credeva di conoscere gli hanno nascosto qualcosa, nel migliore dei casi, o si sono rivelate pericolose, nel peggiore.

Anche se la trama può sembrare molto accattivante agli amanti del genere, ho faticato parecchio ad arrivare più o meno a metà, punto in cui ho cominciato a provare un po’ di interesse per quello che stava succedendo. La narrazione è molto confusionaria: fino alle ultimissime pagine non capiamo qual è la grande macchinazione che Chris sta cercando di scoprire, e tutte le persone con cui parla impiegano pagine e pagine di conversazione per sganciare qualche piccolissimo dettaglio. Lo stesso Chris, che narra la storia in prima persona, passa la maggior parte del tempo a filosofeggiare, spiegandoci quanto la sua incombente mortalità (le sue aspettative di vita sono molto basse a causa della sua sindrome) influenzi il suo approccio alla vita, e addirittura giungendo a proporci varie interpretazioni di un’orribile statua posta in un parco dove si ferma solo per fare una telefonata al suo amico Bobby. Anche il linguaggio è orribilmente infiorettato, pesante, pieno di particolari assurdi, di frasi inutili, di descrizioni e di similitudini tanto azzardate da risultare esilaranti. Un paio di esempi: ‘I suoi occhi erano del colore dei cassetti d’acciaio del locale refrigerato del Mercy Hospital’; ‘Con il rumore, tenero e delicato, della carne sulla carne in un letto nuziale, le basse onde scivolavano tra i piloni e si rompevano contro la banchina’.

Se questo non vi avesse già convinto a starvene lontani da questo libro, aggiungo anche che questo titolo è il primo di una serie apparentemente abbandonata da Dean Koontz. La casa editrice italiana non lo specifica in nessun modo, e anche se il finale ha una sua chiusura, è ovviamente molto aperto e anche piuttosto insoddisfacente a livello di spiegazioni. Attualmente è disponibile un seguito, Tracce nel buio, ma non so se con questo l’autore abbia completamente chiuso la storia o, più probabilmente, abbandonato il progetto. Dean Koontz non è certo materiale da premio Nobel, ma questo libro è di molto inferiore ai suoi standard, e non lo consiglio affatto.

Gone Girl di Gillian Flynn

marzo 23, 2013 § Lascia un commento

Gone Girl (L’amore bugiardo) è stata una lettura davvero soddisfacente, fino al finale che ha fatto storcere il naso a molti lettori, ma che per me è davvero appropriato. In questo periodo non sono molto attratta dai thriller psicologici, però questo romanzo cominciava davvero ad apparire da tutte le parti, fino a quando non è stato perfino nominato nella long list del Women’s Prize for Fiction.

Nick Dunne e Amy Elliott sono sposati da cinque anni quando Amy scompare, proprio il giorno del loro anniversario, lasciando il ferro da stiro acceso, la porta aperta e segni evidenti di colluttazione nel salotto. La polizia interviene e organizza una ricerca nei dintorni di North Carthage, Missouri, città di origine di Nick, tornato qualche anno prima con la moglie da New York, dove vivevano, per aiutare la sorella Go assistere la madre malata di cancro e il padre affetto da Alzheimer. Poco prima del trasferimento sia Nick che Amy avevano perso il loro lavoro (nel mondo del giornalismo) e quando arrivano a North Carthage trovano una cittadina ormai messa in ginocchio dalla chiusura delle due maggiori fonti locali di lavoro.

Gone GirlMan mano che le indagini della polizia proseguono e i giorni passano, gli indizi cominciano a puntare sempre più insistentemente verso Nick: il suo matrimonio con Amy, apparentemente perfetto, era in realtà da tempo in crisi e il comportamento di Nick non sembra completamente trasparente. Eppure, ognuno reagisce ai traumi in modo differente, nessuno è perfetto, e Nick tutto sommato non sembra il tipo da ammazzare la moglie. Alternando la narrazione in prima persona di Nick e stralci dal diario di Amy (dal giorno del loro primo incontro) l’autrice ricostruisce per noi un matrimonio che si sta sgretolando. Fino a quando la prospettiva cambia e un paio di sorprese non ci costringono a rivalutare la nostra opinione.

Gone Girl non è solo un thriller appassionante, è anche lo studio psicologico di una coppia, di un matrimonio, di come le nostre personalità non siano a volte che la somma di una serie di cliché assorbiti dalla televisione e da Internet, così pervasivi da impedire letteralmente lo sviluppo di un carattere davvero genuino, reale.

It’s a very difficult era in which to be a person, just a real, actual person, instead of a collection of personality traits selected from an endless automat of characters.
And if all of us are play-acting, there can be no such thing as a soul mate, because we don’t have genuine souls.
It had gotten to the point where it seemed like nothing matters, because I’m not a real person and neither is anyone else.
I would have done anything to feel real again.

Human Voices di Penelope Fitzgerald

marzo 21, 2013 § 2 commenti

Human Voices
Penelope Fitzgerald è una scrittrice meravigliosa, e le ambientazioni dei suoi romanzi sono sempre estremamente evocative: in The Bookshop, una vedova apre una libreria in una cittadina di mare, in Offshore delle persone adorabilmente eccentriche vivono su dei barconi ormeggiati lungo il Tamigi, a metà fra terra e acqua. E in questo Human Voices (Voci umane) l’autrice ci presenta tutto il microcosmo alle spalle della BBC durante la seconda guerra mondiale.

Le voci umane del titolo sono, ovviamente, le voci degli speaker della BBC, che ebbe un ruolo tanto grande per tutti i paesi coinvolti nel conflitto, e che trasmettono dalla Broadcasting House, un enorme edificio costruito appositamente per la BBC e modellato a forma di nave (l’autrice vi lavorò proprio durante la guerra). Il romanzo analizza il rapporto tra due direttori di dipartimento, l’eccentrico ed egoista Sam Brooks e Jeffrey Haggard, che pur avendo una fama di solitario e indifferente, in realtà copre le spalle di Sam Brooks ormai da anni.

Human Voices non è una storia drammatica, ma segue le vicende quotidiane dei dipendenti della Broadcasting House, avvenimenti a tratti divertenti, a tratti drammatici, ma soprattutto normali: il lavoro frenetico sempre scandito rigorosamente dal tempo, i brevi periodo al di fuori del lavoro (i dipendenti della BBC durante la guerra vivevano il loro lavoro come una missione e ne erano molto orgogliosi). La confusione della guerra viene resa attraverso la caotica organizzazione della radio, e forse anche attraverso il fitto utilizzo di acronimi legati alla radio (BH per Broadcasting House, ecc.) che creano un p’ di perplessità e mi ricordano tutti gli acronimi che si trovano spesso nei romanzi del periodo, spesso riferiti alle organizzazioni civili volontarie o alle organizzazioni militari. Nella quotidianità di tutti i giorni però la vita di queste persone è inaspettatamente normale: si arrabbiano, litigano, si innamorano, sperano, sognano, affrontano il razionamento, i bombardamenti, le intrusioni delle autorità.

Human Voices è un romanzo profondamente ironico e a tratti anche davvero divertente. L’autrice ha uno stile di scrittura molto denso, con poche parole riesce a tratteggiare perfettamente un carattere, una scena e a  suggerire anche un significato in più, nascosto fra le righe. In pochissime pagine riesce davvero a ricreare per i nostri occhi di lettori un micromondo, a renderlo credibile e non solo, desiderabile anche.

La Broadcasting House:

Premio Liebster Award

marzo 21, 2013 § 3 commenti

Ho ricevuto questo premio da Silvia Schwa, che ringrazio moltissimo, anche se sono grandemente terrorizzata dalle regole! 🙂

 Regole:
– chi riceve il premio deve “ringraziare” chi gliel’ha assegnato citandolo nel post;
– rispondere alle undici domande poste dal blog che ti ha premiato;
– scrivere undici cose su di te;
– premiare undici blog che hanno meno di 200 followers;
– formulare altre undici domande, a cui le altre blogger dovranno rispondere;
– informare i blog del premio;

Poiché sono infinitamente pigra e inoltre leggo prevalentemente blog stranieri, mi limito a rispondere alle domande di Silvia, dato che ho trovato molto interessanti le sue risposte:

LE 11 DOMANDE DI SILVIA:

1. Quando hai letto l’ultimo libro per “bambini” ?

A dicembre ne ho letti due: The Wind in the Willows, un classico per l’infanzia inglese di Kenneth Grahame e Boy, la prima parte dell’autobiografia di Roald Dahl (anche se è un’autobiografia secondo me l’autore l’ha scritta proprio per i bambini). Ci tengo però a nominare anche A Little Princess, che ho letto in novembre, perché Frances Hodgson Burnett è un’autrice (per l’infanzia e non solo) che ho (ri)scoperto proprio nel 2012.

2. Vai in biblioteca ?

Assolutamente sì. Ora meno, ma uno dei ricordi più esaltanti della mia vita è stato quando mio papà mi ha accompagnato in biblioteca per la prima volta. Credo di essere stata alla fine delle elementari/inizio medie, sono rimasta folgorata! Ho la fortuna di avere vicino una biblioteca molto fornita, bella anche esteticamente e comoda da vivere, con delle bibliotecarie gentilissime. A questa biblioteca ho regalato anche molti dei miei libri (periodicamente devo svuotare casa sennò non ci entro più io)

3. Il tuo angolo di lettura preferito ?

Qualsiasi. Preferisco leggere in casa, e quando il mio compagno non c’è mi addormento leggendo a letto ed è fantastico. In ogni caso non esco mai di casa senza un libro per cui i miei luoghi di lettura sono molteplici.

4. Come scegli quale sarà il prossimo libro da leggere ?

Di solito mi stilo un elenchino mese per mese, cercando di dare la priorità ai libri che desidero disperatamente leggere e creando uno spazietto anche per quelli per cui magari ora non riesco ad entusiasmarmi molto ma che ho in deposito da troppo tempo per ignorarli.

5. Hai mai letto Topolino da bambino/a ?

Assolutamente sì! Anche se devo dire che il mio personaggio preferito è Paperino (ogni volta che preparo i pancakes ricordo le montagne di frittelle che preparava a Qui Quo e Qua… o erano loro che le preparavano?)

 6. Oltre a leggere e lavorare/studiare come passi il tempo ?

Guardo molti film e telefilm, cucino dolci, cammino molto e ogni tanto organizzo qualche bel viaggetto.

7. Quanto impieghi mediamente per scrivere un post ? (io sono lentissima!)

Di solito scrivo i miei post mentalmente mentre guido la macchina per andare al lavoro oppure la sera se fatico ad addormentarmi, di solito poi quando mi metto al pc mi ricordo i ragionamenti che ho fatto e non ci metto molto ad organizzarli. Alcuni post sono più difficili, ma io sono sbrigativa e li scrivo di lancio, li rileggo per correggere gli errori più grossolani e li posto senza tanto pensarci su.

8. Che scuola hai fatto alle superiori ?

Liceo socio-psico-pedagogico. Non ho mai usato il mio diploma a livello lavorativo (un paio di supplenze mi hanno confermato che quella non era la mia strada) però mi sono piaciute molto le materie di indirizzo e ho passato dei begli anni.

 9. L’ultimo film che hai visto ?

Amour (2012) estremamente angosciante devo dire. Ora sto guardando (spesso guardo i film a ‘pezzi’) Life of Pi (2012), dopo aver letto il libro.

10. Hai un sogno da realizzare o che hai realizzato ?

Più che sogni, progetti (già realizzati): laurearmi, comperare un appartamento… In questo momento devo dire che sono a posto! Forse sogno di avere un po’ più di tempo da dedicare a quello che mi piace fare. Un piccolo desiderio: una mattina svegliarmi e decidere di darmi malata al lavoro per poter rimanere a letto a leggere tutto il giorno…

11. Cosa farai stasera ?

Stasera rimango a casa (visto che sono anche raffreddata) e mi dedico alla lettura di Gone Girl di Gillian Flynn.

Dove sono?

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