L’uomo che amava le tenebre di Dean Koontz

marzo 25, 2013 § Lascia un commento

Negli anni ho letto molti libri di Dean Koontz, dodici per l’esattezza, l’ultimo nel 2007. Penso che per un’appassionata di Stephen King sia inevitabile, a un certo punto, provare anche questo autore. Non è bravo come King, ma i suoi thriller (con un tocco di sovrannaturale, sia fantasy, horror o fantascientifico) sono romanzi piuttosto piacevoli, che a un certo punto però ho accantonato a favore di letture diverse. Questo volume proviene da Bookmooch, a cui l’ho richiesto in uno dei soliti periodi molti punti/pochi libri, e ci è voluto molto tempo per convincermi ad affrontarlo, l’ho fatto praticamente solo per liberarmene.

L’uomo che amava le tenebre (titolo originale: Fear Nothing) è la storia di due notti nella vita di Chris Snow, un giovane scrittore di ventotto anni affetto dalla XP (in breve, una malattia che gli impedisce di vivere alla luce del sole e lo costringe a ripararsi anche dalle luci artificiali, almeno per come è interpretata in questo romanzo – bizzarro il fatto di aver recentemente incontrato questa sindrome nel romanzo di Scarlett Thomas Going Out), due notti che cambiano la sua esistenza in un modo straordinario.

E’ ormai il tramonto quando Chris viene avvisato che il padre, ricoverato in ospedale nella fase terminale di un cancro ormai incurabile, è trapassato. Chris si avvia all’ospedale ben bardato e cosparso di crema solare, accompagnato dalla fidanzata Sasha, che lavora di notte come disk jockey per la radio locale. Una volta salutato per l’ultima volta il padre, Chris si avvia all’uscita ma si ricorda proprio all’ultimo momento di non aver consegnato agli impiegati dell’impresa funebre la foto di sua madre, insieme alla quale il padre voleva essere cremato. Li raggiunge all’uscita e qui, non visto, assiste allo scambio del cadavere di suo padre con quello di un barbone privato degli occhi: coinvolti nella losca trama sia l’impresa di pompe funebri che un inserviente dell’ospedale. Chris abbandona frettolosamente l’ospedale per non essere colto sul fatto, ma è costretto a lasciare nel parcheggio la ventiquattrore del padre, una chiara firma.

Nel corso della notte, Chris visita più persone, cercando di capire il motivo dello scambio di corpi, e ovviamente riuscendo solo ad ottenere minacce, esortazioni a lasciar perdere l’intera faccenda, accuse e vaghi brandelli di informazione da cui deduce che probabilmente i genitori non sono morti per cause naturali e che alla fonte di tutto c’è un’operazione basata nella locale base militare, in teoria chiusa da anni. L’unica cosa certa è che praticamente tutte le persone che Chris credeva di conoscere gli hanno nascosto qualcosa, nel migliore dei casi, o si sono rivelate pericolose, nel peggiore.

Anche se la trama può sembrare molto accattivante agli amanti del genere, ho faticato parecchio ad arrivare più o meno a metà, punto in cui ho cominciato a provare un po’ di interesse per quello che stava succedendo. La narrazione è molto confusionaria: fino alle ultimissime pagine non capiamo qual è la grande macchinazione che Chris sta cercando di scoprire, e tutte le persone con cui parla impiegano pagine e pagine di conversazione per sganciare qualche piccolissimo dettaglio. Lo stesso Chris, che narra la storia in prima persona, passa la maggior parte del tempo a filosofeggiare, spiegandoci quanto la sua incombente mortalità (le sue aspettative di vita sono molto basse a causa della sua sindrome) influenzi il suo approccio alla vita, e addirittura giungendo a proporci varie interpretazioni di un’orribile statua posta in un parco dove si ferma solo per fare una telefonata al suo amico Bobby. Anche il linguaggio è orribilmente infiorettato, pesante, pieno di particolari assurdi, di frasi inutili, di descrizioni e di similitudini tanto azzardate da risultare esilaranti. Un paio di esempi: ‘I suoi occhi erano del colore dei cassetti d’acciaio del locale refrigerato del Mercy Hospital’; ‘Con il rumore, tenero e delicato, della carne sulla carne in un letto nuziale, le basse onde scivolavano tra i piloni e si rompevano contro la banchina’.

Se questo non vi avesse già convinto a starvene lontani da questo libro, aggiungo anche che questo titolo è il primo di una serie apparentemente abbandonata da Dean Koontz. La casa editrice italiana non lo specifica in nessun modo, e anche se il finale ha una sua chiusura, è ovviamente molto aperto e anche piuttosto insoddisfacente a livello di spiegazioni. Attualmente è disponibile un seguito, Tracce nel buio, ma non so se con questo l’autore abbia completamente chiuso la storia o, più probabilmente, abbandonato il progetto. Dean Koontz non è certo materiale da premio Nobel, ma questo libro è di molto inferiore ai suoi standard, e non lo consiglio affatto.

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