The Library Book AAVV

aprile 22, 2013 § Lascia un commento

Libraries that stayed open during the Blitz will be closed by budgets.
A trillion small doors closing.

The Library Book è una raccolta di interventi di vario genere a difesa delle biblioteche pubbliche e per finanziare l’ente di beneficenza Reading Agency, che promuove la lettura in collaborazione specialmente con le biblioteche. Gli autori sono scrittori ma non solo, britannici e americani. L’ho acquistato in formato digitale durante una ‘svendita’ di Amazon, all’epoca ero dispiaciuta di non possedere fisicamente il libro, che ha una copertina splendida, anche se a posteriori meglio così, dato che non mi ha entusiasmato. Lo scopo del libro è estremamente lodevole, e credo che questo blog parli da solo per quanto riguarda il mio amore per la lettura, che necessariamente mi porta ad amare anche le biblioteche, non solo in teoria ma anche in pratica dato che ho avuto la fortuna di frequentare fin da giovanissima la nostra biblioteca locale, molto ben fornita. Leggendo altre recensioni ho trovato (non mi ricordo più dove purtroppo) una considerazione interessante: questo libro probabilmente verrà letto nella maggior parte dei casi da persone come me, che già amano i libri, la lettura e le biblioteche, e i saggi o estratti che propone plausibilmente non riuscirebbero a catturare l’attenzione di persone tutto sommato indifferenti alla tematica. E’ sicuramente necessario convincere i politici e i potenziali finanziatori che al giorno d’oggi ha ancora senso trovare i soldi per sostenere un’istituzione pubblica che rischia di apparire obsoleta. In un’epoca di internet, wifi gratuito, libri digitali, netflix, per non parlare della pirateria digitale, qual è oggi il senso della biblioteca? E’ evidente che è necessario renderla un ambiente appetibile per le nuove generazioni, ed è poco probabile che i contributi di questa raccolta possano aiutare in questo senso: per quanto trovi appassionanti certe storie di gioventù, non so quanta risonanza potrebbero avere per un sedicenne dotato di smartphone; per quanto l’immagine di una biblioteca polverosa e silenziosa in cui nascondermi sia allettante per me, mi rendo conto di essere rappresentativa di una minoranza.

The Library BookAl di là del valore ‘politico’ di questa raccolta, è paradossale pensare che la maggior parte dei collaboratori che già conoscevo, e che sono la ragione per cui ho acquistato il libro, mi hanno non dico delusa, ma nemmeno detto un granché. ‘Baffled at a Bookcase’ di Alan Bennett è addirittura noioso a tratti, ‘Library Life’ di Zadie Smith efficace (It has always been, and always will be, very difficult to explain to people with money what it means not to have money. If education matters to you, they ask, and if libraries matter to you, well, why wouldn’t you be willing to pay for them if you value them? They are the kind of people who believe value can only be measured in money, at the extreme end of which logic lies the dangerous idea that people who do not generate a lot of money for their families cannot possibly value their families as people with money do) ma anche molto impersonale (nei toni per lo meno).  ‘I ♥ Libraries’ di Lionel Shriver e ‘A Corner of St James’s di Susan Hill piacevoli ma nulla di più. La maggior parte degli interventi sono biografici, alcuni sono ‘politici’, altri sono estratti da romanzi e/o saggi già pubblicati. Fra questi ultimi ho apprezzato molto ‘The Defence of the Book’ di Julian Barnes, che è un estratto da England, England, un libro che avevo già in wish list ma ora ancora più a ragione. Sicuramente però il contributo migliore è quello di Stephen Fry, che fino ad oggi conoscevo fondamentalmente come attore (Gli amici di Peter, V per Vendetta, il cameo dello psicologo nella serie Bones), ma che è anche scrittore, regista, sceneggiatore e autore televisivo. Il suo ‘Have You Heard of Oscar Wilde?’ racconta come la biblioteca pubblica fu fondamentale nel processo di formazione non solo della sua enorme cultura, ma anche della sua personalità, e della sua identità sessuale. Fra tutti i contributi della raccolta il suo è sicuramente quello che meglio spiega e trasmette il valore e il senso della lettura, dei libri e l’importanza di avere accesso ad una buona biblioteca pubblica.

Wish Her Safe Home di Stephen Benatar

aprile 19, 2013 § Lascia un commento

Therefore there had been a splendid reason for the whole terrifying episode. Hasn’t there? Everyone had learned his lesson. The world had become a nicer place.

Wish Her Safe Home ha più di un punto in comune, per quanto possa sembrare strano, con Jakob il bugiardo. Entrambi i romanzi indagano il potere che ha la nostra mente di interpretare in modi diversi la realtà e il modo in cui una bugia, anche colossale, anche assurda, possa renderci la vita migliore. Ero consapevole fin dall’inizio di come la voce narrante del romanzo di Benatar (la voce della protagonista Rachel Waring) non sarebbe stata affidabile e così ho passato il libro a leggere fra le righe, chiedendomi ad ogni pagina quando di vero e quanto di inventato ci fosse fino a quel momento. Forse non la migliore delle prospettive, anche se non si può negare che Wish Her Safe sia un romanzo stimolante.

Wish Her Safe At HomeRachel Waring è una donna sulla quarantina che vive a Londra, svolge un lavoro che non le piace e vive con la coinquilina Sylvia, una donna un po’ grossolana, sicuramente prosaica e con i piedi per terra. A parte Sylvia, Rachel è completamente sola: i genitori sono morti da tempo (e comunque con la madre il rapporto era molto tempestoso) non ha fratelli e sorelle e sembrerebbe anche essere a corto di amici. Quando scopre che una zia dimenticata da tempo è recentemente scomparsa lasciandole una grande casa vittoriana a Bristol, Rachel ne approfitta alla grande: cambia completamente attitudine, diventando assertiva e sprizzando felicità da tutti i pori. Quando poi visita la casa a Bristol se ne innamora e decide di lasciare Londra, il lavoro e la tabagista coinquilina per una nuova vita.

Fin dai primi giorni a Bristol Rachel decide di imporsi una visione della vita con le lenti rosa: ogni incontro è foriero di nuove amicizie, ogni felice coincidenza è un segno del destino. La ristrutturazione della casa, le nuove conoscenze e un progetto letterario riempiono felicemente le sue giornate, ma dopo alcuni mesi la ex coinquilina arriva in visita per un week end e se prima avevamo la sensazione che Rachel fosse un po’ eccentrica, la nuova prospettiva di Sylvia, per quanto filtrata dalla voce narrante, ci indica chiaramente che la protagonista è qualcosa di più che eccentrica. Pian piano diventa chiaro che Rachel sta perdendo il contatto con la realtà, ma la cosa straordinaria realizzata dall’autore è la capacità di trasmetterci contemporaneamente la visione soggettivissima di Rachel, che racconta la sua storia in prima persona, e la sensazione che quello che ci sta raccontando non sia corretto, o interpretato correttamente, nonché il presentimento che alcuni dei personaggi possano essere degli approfittatori. Alla fine del romanzo non si può che essere tristi, perché nonostante le sue stranezze e il rifiuto di accettare la realtà, Rachel è una protagonista adorabile e, nei suoi momenti migliori, addirittura una fonte di ispirazione, tanto che risulta difficile ridurre il suo modo d’essere a ‘mera’ pazzia.

La pazzia di Rachel sembra avere delle radici piuttosto chiare: l’ipersensibilità che fin da bambina la spinge a crearsi delle vite alternative, una madre soffocante e meschina, un padre assente, la timidezza patologica, la mancanza nella vita di una relazione amorosa, di parenti, di amicizie. Un insieme di fattori che concorrono a rendere la sua vita un purgatorio, per lo meno fino a quando l’eredità della zia non le permette di allentare la morsa ed allontanarsi dalla squallida realtà creandosi un mondo a proprio uso e consumo. La parte migliore del romanzo è proprio la capacità dell’autore di presentarci una donna credibile per quanto fuori dagli schemi, lasciandole raccontare la propria storia ed esimendosi da qualsiasi giudizio, al punto che tocca a noi lettori tracciare dei confini, interpretare una realtà sfumata. Al di là di questa bravura, e di una Rachel con cui è davvero istintivo simpatizzare, la tristezza della storia raccontata è tale da farmi abbassare la votazione, forse in modo molto codardo, dato che, come dice l’autore dell’introduzione al romanzo, Rachel, the mad narrator, is very like us.

Jakob il bugiardo di Jurek Becker

aprile 18, 2013 § Lascia un commento

Là, dove sono stato io, non si è avuta nessuna resistenza.


Jakob il bugiardo è una riflessione sulla verità, sulla bugia, sulla natura della realtà. Un narratore anonimo racconta, molti anni dopo gli avvenimenti stessi, la storia di Jakob, entrambi costretti nel ghetto di Lodz durante l’occupazione nazista. Il romanzo utilizza l’assurdo come arma principale: in un mondo stravolto, dove la fame l’umiliazioni e le vessazioni psicologiche e fisiche sono più che quotidiane, il nostro narratore sottolinea l’assurdità di taluni divieti per gli ebrei del ghetto: ad esempio il divieto di coltivare alberi, o qualsivoglia pianta; ad esempio il divieto di portare orologi e contemporaneamente il divieto di circolare per le strade dopo le otto di sera.

Ed è proprio per questo (per essere in strada dopo le otto di sera) che Jakob una sera viene bloccato da una sentinella e spedito al Comando, un luogo quasi mitologico da cui non risulta sia uscito vivo nessun ebreo. Mentre vaga per i corridoi cercando di capire dove andare, Jakob sente una radio (le radio ovviamente sono proibite nel ghetto) e non resiste alla tentazione di fermarsi ad ascoltare per qualche minuto, quanto basta per sentire che i russi sono a poca distanza dalla città di Bezanika, un’ottima notizia.

In un mondo in cui nessuno cerca di farsi notare, Jakob decide di tenere l’ottima notizia per sé, fino a quando però si ritrova ad impedire al compagno di lavori forzati Mischa di lanciarsi in un’impresa sicuramente suicida (rubare delle patate da un vagone aperto). Mischa è scettico per cui Jakob gli dice di averlo sentito dalla radio che possiede e che tiene nascosta, convinto di poter rettificare la bugia in un secondo momento. Purtroppo prima di poterlo fare la notizia si è diffusa in tutto il campo, e ora Jakob è costretto, tra mille tragicomiche peripezie, a mantenere la posizione di informatore e a diffondere notizie che infondano la speranza nei suoi compagni di sventura.

Il romanzo ha una narrazione davvero particolare e una prosa a tratti confusionaria. Dopo una parte iniziale piuttosto noiosa il romanzo prende quota e la storia di Jakob, questo antieroe che suo malgrado diventa il personaggio centrale del ghetto risulta interessante, per non parlare poi delle varie storie che si intrecciano alla sua. E’ molto bello il modo in cui l’autore racconti molto bene la vita del ghetto senza patetismii, grazie all’espediente di concentrarsi sugli aspetti più surreali, bugia di Jakob inclusa. Probabilmente la riflessione più interessante è quella che fa il narratore sulla differenza tra la vita del ghetto come lui l’ha sperimentata, tutta obbedienze e abbassare la testa e cercare di sopravvivere, e i racconti sulla resistenza avvenuta in altri ghetti o nei campi di concentramento, letti in un momento successivo. Nonostante questo il romanzo di Becker è fitto di piccoli ma al contempo grandissimi gesti: un intero palazzo che protegge la piccola Lina, ad esempio, dimenticata dai nazisti che hanno deportato entrambi i genitori. Anche questo un punto di vista piuttosto controcorrente (ricordiamo che, a quanto afferma l’autore, il romanzo è basato su una storia vera). Nonostante l’interesse il romanzo non mi ha però conquistata, sarà lo stile che non ho apprezzato, o il finale, doppio, sempre sulla scia della riflessione sull’interpretazione della realtà, ma direi piuttosto anti climatico rispetto a tutta la vicenda in entrambe le versioni. Forse da rileggere, per capire meglio.

Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei

aprile 17, 2013 § Lascia un commento

Chi non ha mai pensato di scappare? Di trasferirsi in Thailandia e aprire un hotel, o in Toscana e aprire un agriturismo, per esempio. Quando tutto fila liscio, questo sogno è solo qualcosa che avremmo potuto realizzare in un’altra vita, perché per quanto bello ci sembra difficile e troppo faticoso. E’ quando le cose cominciano ad andare male che ci si pente di non averci provato, anche se, in effetti, come dice Bartolomei ad inizio romanzo, qualcuno che ci ha provato c’è, qualcuno che ha lasciato la tentacolare Roma o la grigia Milano per inseguire un sogno di natura e serenità nella campagna e alla fine ha scoperto che tutti i problemi che aveva a Roma o a Milano l’hanno seguito in Toscana o nel Salento o in qualsiasi altro posto abbia scelto. Come dire che un cambio di scenario può essere di ispirazione ma raramente è salvifico, taumaturgico: i problemi che abbiamo ce li dobbiamo risolvere nel solito modo, con olio di gomito, perché non esistono formule magiche né facili soluzioni.

I protagonisti di Giulia 1300 e altri miracoli sono, perdonatemi il termine, tre sfigati. Claudio ha ereditato un supermercato fiorente e lo ha portato al fallimento con la sua insicurezza, fallimento che ha allontanato la moglie, la donna della sua vita ma sposata troppo presto, e che ha provocato lo stress e l’alopecia; Fausto è un televenditore di orologi svizzeri, in realtà mezzo illusionista mezzo truffatore, che si convince di essere un grande solo perché lavora in tv e revisiona tutto il suo mondo, ignorando la triste realtà, i clienti truffati e i creditori che lo inseguono; Diego infine, il nostro narratore, è un subdolo venditore d’auto che non ha nessun interesse nel suo mestiere, e in genere vive immerso nell’apatia, per lo meno fino a quando non si ritrova a dover curare in prima persona il padre, malato terminale di cancro, un padre fino al giorno prima assenteista e inutile, ora fonte di incredibile dedizione. Quando il padre muore, Diego decide di fare una pazzia: acquistare un casale in Campania e farne un agriturismo, e dato che ci vogliono molti soldi, farlo insieme a due tizi appena conosciuti proprio durante la visita al casale e con cui ha parlato più o meno dieci minuti: Claudio e Fausto.
L’avventura dei nostri tre sfigati ovviamente parte male: Fausto è un fanfarone ma in realtà totalmente incapace, Claudio è ipocondriaco e non fa un passo senza valutarne tutte le assurde conseguenze ed è dipendente dai telegiornali, Diego ha vissuto una vita agendo solo dopo aver osservato gli altri, e in questo caso ha ben poco materiale su cui lavorare. A un certo punto però entra in scena Abu, un immigrato ghanese che lavora nei vicini campi di pomodori e si impietosisce di loro, che decide di dare una mano; e il compagno Sergio, creditore di Fausto che decide di rilevare una parte della società nell’agriturismo per recuperare i suoi soldi; e poi un’ex dipendente di Claudio che si improvvisa cuoca e massaggiatrice. E infine e soprattutto Vito. Che appare un bel giorno a bordo di una Giulia 1300 traboccante di musica classica. Per chiedere il pizzo. Eh già. E qui inizia la vera storia. Perché le cose interessanti succedono quando decidiamo di lasciare da parte le cose imparate in una vita, le reazioni ormai interiorizzate che ci hanno insegnato fin da piccoli, la logica e il buon senso, e cominciamo a recitare a braccio. Claudio, Fausto e Diego, con qualche tentennamento, decidono di improvvisare e ne succedono davvero delle belle.

Riti di morte di Alicia Giménez Bartlett

aprile 14, 2013 § 1 Commento

Riti di morteIn Italia Riti di morte è stato pubblicato come quarto romanzo della serie dedicata all’ispettore Petra Delicado, ma in realtà si tratta del primo episodio. Pedra è una donna sofisticata e di cultura che ha però abbandonato il suo lavoro di prestigio come avvocato e il suo (primo) marito, altrettanto prestigioso, per diventare poliziotta, e rivela nell’arco del romanzo un certo cinismo e una decisa brutalità nonché mancanza di diplomazia. Dopo anni passati all’Archiviazione un giorno a Pedra viene assegnato il caso di uno stupro, e un vice, Fermín Garzón, un uomo di sessant’anni proveniente da Salamanca, pieno di pregiudizi e votato all’ubbidienza senza domande, ma in realtà dotato in insospettabili doti di resistenza e slanci di fantasia.

Pedra è contenta di diventare finalmente operativa, anche se il suo cinismo la induce a pensare che questo assegnamento sia dovuto più a mancanza di personale che a fiducia nei suoi confronti. La sua speranza è che un lavoro più attivo la aiuti a superare un periodo di crisi esistenziale, a sistemarsi, a mettere radici nella sua nuova casa e a risolvere i conflitti con i suoi due ex mariti. Fermín d’altra parte sembra solo vegetare in attesa della pensione, ed è effettivamente una persona con poche motivazioni nella vita (è vedovo, vive in una pensione, il suo unico figlio è ormai adulto e vive negli Stati Uniti) ma in realtà è anche dotato di grande esperienza e di grandi doti di intuizione, nonché di insospettabili entusiasmi.

La trama investigativa non è particolarmente curata a mio avviso, l’intero romanzo ruota di più sul modo che Pedra e Fermín hanno di relazionarsi fra di loro, con i loro superiori, con le vittime, con i sospettati e con la stampa. Mi sono piaciuti molto questi due personaggi, così complessi e difficilmente etichettabili, ad ogni pagina una sorpresa. E’ bello che ogni tanto un autore si senta di creare personaggi che non rispondano, da un lato o dall’altro, ai soliti cliché. L’ambientazione barcellonese è solo a tratti accennata, il romanzo potrebbe essere ambientato quasi ovunque, magari nella dolente Parigi di Simenon.

Wolf Hall di Hilary Mantel

aprile 12, 2013 § 2 commenti

Quando ho finito di leggere questo romanzo sono stata sul punto di aprire una bottiglia, anche se al tempo stesso non posso certo essere felice di assegnare due stelline a un libro che ha esaltato praticamente tutti tranne me. Wolf Hall è un romanzo storico che racconta la vita di Thomas Cromwell, politico inglese del Cinquecento e primo ministro inglese di Enrico VIII (sì, il re che ebbe sei mogli) dal 1532 al 1540. Hilary Mantel, pur cercando di dare una dimensione più umana alla storia, e una prospettiva particolare, ovviamente parla soprattutto degli eventi politici dell’epoca, in cui Cromwell era grandemente coinvolto. Questi eventi politici si concentrano, ovviamente, sul tentativo di Enrico VIII di far dichiarare nulla il suo matrimonio a Caterina d’Aragona per poter sposare Anna Bolena. Personalmente non sono una gran fan dei Tudor e non ne conosco la storia, ma chi invece ne sa più di me ha molto apprezzato la prospettiva della Mantel, che filtra tutti gli eventi attraverso gli occhi di Cromwell. Importante anche ricordare che Wolf Hall non solo è un tomo di 650 pagine, ma è anche il primo di una trilogia (il secondo è già uscito nel 2012, Bring Up the Bodies, di sole 432 pagine – il terzo non è ancora pubblicato).

Wolf HallLa narrazione di Wolf Hall è tutta al presente, e in terza persona, anche se l’autrice ha poi deciso di utilizzare un bizzarro espediente per renderla più intima: la maggior parte delle volte in cui usa il pronome he (lui) intende Cromwell, anche quando è una scelta poco logica a livello sintattico, grammaticale e dil buon senso.
Un esempio: He says, ‘It’s not really a good year for soft fruit.’ More looks at him out of the tail of his eye; he smiles. He chats genially as he leads them into the house.
Una volta capito che cosa sta facendo l’autrice, basta dare per scontato che he sottintenda Cromwell ma, oltre a rendere la lettura meno scorrevole, devo dire che non l’ho trovata una tecnica soddisfacente: il tempo verbale e la prospettiva strettamente cromwelliana rendono la narrazione simile ad un bizzarro e straniante flusso di coscienza, che mi ha aiutato decisamente poco ad avvicinarmi al personaggio, anche se devo ammettere che è una scrittura a tratti di rara bellezza (il fatto poi che 650 pagine di questo tenore più che belle risultino stremanti non stupirà, credo, ed è comunque un effetto scontato su di me quando parliamo di narrativa sperimentale, e questa lo è di certo).

In generale credo che Wolf Hall sia consigliabile a chi ama (e già conosce molto bene*) la storia di Cromwell, Enrico VIII e i Tudor, e a chi ama una narrazione stimolante, che rappresenti una sfida. * A causa della mia ignoranza, credo, ho trovato particolarmente confusionario l’ammontare spropositato di Thomas (ce ne sono moltissimi nel romanzo) e l’abitudine di chiamare lo stesso personaggio a volte con il nome proprio a volte con il titolo, caratteristiche che hanno trasformato la catena di eventi di Wolf Hall in una pozza di fango dal quale a tratti emerge una trama appena distinguibile. Non parliamo poi dei continui flashback o salti temporali che, uniti all’onnipresente ed ambiguo he, contribuiscono a dare il colpo di grazia all’ultimo barlume sopravvissuto di logica. Sono contenta di aver letto questo romanzo perché sono sicura che se non l’avessi fatto mi avrebbe perseguitato a vita, se però manifesterò l’intenzione di leggere anche il seguito, per piacere sparatemi.

P.S.: un ultimo avviso: se il libro vi ispira a causa del titolo sappiate che nemmeno una mezza pagina dell’azione si svolge a Wolf Hall e Jane Seymour è un personaggio decisamente minore in questo volume.

Underfoot di Leanne Banks

aprile 10, 2013 § Lascia un commento

La serie Bellagio di Leanne Banks è ambientata in una multinazionale della scarpa da donna, la Bellagio Inc., appunto. Nel primo romanzo, Feet First (Cuore e cioccolato) Jenny Prillman, assistente di uno stilista della Bellagio, si ritrova a prendere il posto del suo responsabile e a disegnare le scarpe per il matrimonio (e l’ereditiera) dell’anno, Brooke Tarantino (nipote dei fondatori della Bellagio). In questo ruolo si ritrova a lavorare a stretto contatto con il suo capo, Mark Waterson. Un po’ troppo serio, ma terribilmente affascinante.

Underfoot (Bellagio, #2)Nel secondo romanzo, Underfoot (La felicità a piccoli passi) Walker Gordon, proprietario di un’agenzia di pubblicità in affari con la Bellagio, è stato scaricato dalla sua promessa sposa Brooke, praticamente in mondo visione. La sera del mancato matrimonio l’alcool e l’orgoglio ferito lo portano nel letto di Trina Roberts, la PR della Bellagio con cui ha spesso lavorato in passato. Una notte di sesso infuocato e nient’altro, di comune accordo. Walker subito dopo parte per Parigi e Trina ben presto scopre di essere rimasta incinta. Sicura che Walker non ha alcuna intenzione di avere figli, e imbarazzata all’idea di chiamarlo per metterlo a parte della novità, Trina si lancia nella nuova imprevista e non voluta avventura. Ora la figlia ha pochi mesi e l’incubo di Trina è diventato realtà: Walker è tornato in città e vuole accaparrarsi la nuova campagna pubblicitaria della Bellagio…
I romance della Banks magari non sono capolavori, però nel genere sono veramente piacevoli, soprattutto perché le sue protagoniste femminili sono incredibilmente realistiche per il genere. Mi piace poi che l’autrice inserisca sempre almeno un personaggio di una certa età vicino ad uno dei protagonisti (ma non un genitore). Aiuta a dare una prospettiva un po’ più sfaccettata. Non è ai livelli di Feet First, ma in ogni caso un’ottima lettura di intrattenimento.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per aprile, 2013 su a bright shining lie.