The Shooting Party di Isabel Colegate

maggio 30, 2013 § 4 commenti

The Shooting Party è un romanzo che sicuramente piacerà a tutti coloro che apprezzano Downton Abbey. E’ ambientato nell’Inghilterra edoardiana dell’anteguerra, ben prima degli sconvolgimenti sociali economici e politici che portarono ad un ripudio di una società e di un modo di vita basato sul governo di una ristretta élite di famiglie nobili attorno a cui ruotava un sistema di servitù con cui ogni persona era a contatto, fosse dalla parte del servito o dalla parte del servitore. Fu solo negli anni Settanta che l’Inghilterra dimenticò il rancore verso quel periodo e lo riscoprì, lasciandosi affascinare dalla sua aura romantica (e guardando Downton Abbey è chiaro il fascino del periodo e della vita nelle grandi tenute).

The Shooting PartyThe Shooting Party ricrea questo mondo riuscendo ad evitare sia la fascinazione nei confronti dell’esteriorità di uno stile di vita, sia la condanna a priori dei personaggi privilegiati e la lode di tutti i personaggi a loro soggetti. Lasciando da parte i giudizi moderni, Isabel Colegate ricrea un evento nell’Inghilterra dell’anteguerra non solo rivisitando i rituali e i doveri di quello stile di vita, ma esaminando anche le motivazioni, i sogni, le frustrazioni degli individui, sia i privilegiati che i servitori. L’ambientazione non è quella dell’alta aristocrazia, ma della ben più diffusa aristocrazia terriera, quella gentry class composta da gentiluomini di campagna che già nel 1913 faticavano parecchio a mantenere uno stile di vita ormai divenuto economicamente anacronistico, e sul punto di diventarlo anche socialmente e storicamente, anche se non ne erano consapevoli, o solo vagamente:

He did feel, if not yet a dodo, at least at the end of something; he did feel, looking round the room in which the watery light filtering through the beech leaves and reflecting the river gave everything a soft luminosity becoming to the unpainted faces of the women and the muted colour of their clothes and the blue and white of the china on the dark shelves behind them, that beyond the river and the trees, beyond the boundaries of his own estate, there was a whole clamorous violent disorderly process going on which was to bring about the end of an idea, an idea started by people whose combination of poetry and political acumen, curiosity and love of pastoral life, made them seem, he’d always thought, though Florentine, rather English.

Il protagonista della citazione sopra riportata è Lord Randolph Nettleby, che nell’ottobre del 1913 ospita diversi amici presso la tua tenuta, Nettleby Park, in occasione della battuta di caccia più importante dell’anno. L’intera servitù (anzi, l’intero villaggio) è in fermento a causa delle preparazione, e lo stesso Lord Randolph si preoccupa di organizzare la battuta insieme al suo guardiacaccia, Glass, di modo che tutto risulti niente meno che perfetto. Su questo sfondo, e nell’arco di ventiquattro ore, Isabel Colegate ricrea un mondo davanti ai nostri occhi.

La narrazione è carica di presagi che creano un senso costante di minaccia, anche se la cosa non è sorprendente dato l’incipit:

It caused a mild scandal at the time, but in most people’s memories it was quite outshone by what succeeded it. […] It was an error of judgment which resulted in a death. It took place in the autumn before the outbreak of what used to be known as the Great War.

Se il ritmo di lettura diviene incalzante a causa della tensione montante e della voglia di scoprire cosa succederà, è vero che spesso ci si sofferma volentieri sulle pagine in cui poche righe bastano ad evocare intere esistenze, interi caratteri, intere relazioni. Bellissimo e tristissimo, sicuramente da leggere e rileggere.

What Looks Like Crazy on an Ordinary Day di Pearl Cleage

maggio 23, 2013 § Lascia un commento

If it ain’t broke, don’t fix it. (162) 

What Looks Like Crazy on an Ordinary Day è un altro romanzo ricevuto tramite Bookmooch, su cui non avevo grandi aspettative e che non mi ha convinto completamente. Pearl Cleage affronta delle tematiche molto importanti con questo romanzo (l’HIV, la disoccupazione, la criminalità, le droghe, il sesso non protetto e le gravidanze indesiderate nella comunità afroamericana) e lo fa concentrandosi sul piccolo: le vicende della protagonista Ava, una parrucchiera di colore che torna al paese natale Idlewild, vicino a Chicago, dopo aver chiuso il suo negozio ad Atlanta, the black Mecca (così chiamavano una volta il ghetto di Harlem) a causa della diagnosi di HIV e del suo spargersi fra gli amici e soprattutto le clienti. Ad Idlewild è ospite della sorella, rimasta recentemente vedova dopo aver perso i suoi due figli, che solo ora sta ricominciando a credere alla vita, avendo deciso di lasciare il lavoro e di impegnarsi nel volontariato locale, grazie al premio assicurativo riscosso alla morte del marito.

What Looks Like Crazy on an Ordinary Day parla quindi di Ava, e del suo desiderio di capire cosa fare della sua vita, ora che la malattia l’ha cambiata completamente. Allo stesso tempo il suo problema è solo il sintomo nella singola persona dei problemi che apparentemente affligge l’intera comunità afroamericana (e questo lo dico sulla base delle parole della protagonista del romanzo). Nel suo tentativo di migliorare le cose la sorella di Ava, Joyce, si scontrerà con la moglie del nuovo reverendo, decisissima a metodi più tradizionali di volontariato e questo scontro costituisce una seconda trama piuttosto importante, in cui viene coinvolta anche Ava, che nel frattempo sta riallacciando l’amicizia con il vicino di casa Eddie, un’amicizia che forse potrebbe diventare qualcosa di più, anche se nella sua situazione è una decisione difficile.

Ed ora se non volete spoiler smettete di leggere. What Looks Like Crazy on an Ordinary Day è un romanzo buonista: i buoni passano dei brutti momenti ma alla fine vincono, e i cattivi perdono tutto. I buoni sono fin troppo buoni: Eddie ha un passato a dir poco oscuro, ma ora è l’uomo, l’amico, il vicino di casa, il carpentiere e l’amante perfetto. Joyce è così dedita alla sua comunità da aprire la casa a una dozzina e più di giovani donne con relativa prole quando la chiesa le sbatte fuori, e chiede l’affidamento di una neonata quando la madre, scoprendo di avere l’HIV e che la bambina è nata positiva al crack, la abbandona in ospedale. La stessa Ava, che a inizio romanzo sembra una donna che ama più che altro divertirsi, viene presto coinvolta nella battaglia della sorella. Il punto è che sembra tutto troppo facile. Bello che l’autrice abbia creato un mondo in cui i problemi ci sono, però vengono anche risolti. Bello ma poco realistico. Ava quando scopre di essere sieropositiva vende il suo negozio e si ritrova con soldi abbastanza da poterci vivere agiatamente per più di due anni. La sorella riscuote un premio assicurativo che le permette di non doversi preoccupare di avere un lavoro. Perfino Eddie sembra poter lavorare quando e come vuole, accompagnato ovunque dal suo perfetto atteggiamento zen. L’adozione di Imani, la relazione tra Ava e Eddie, tutto scorre alla meraviglia dopo un solo intoppo facilmente superato.

What Looks Like Crazy on an Ordinary Day mi sembra un romanzo che vuole andare in più direzioni, e non sa come fare. Bisogna ammettere che riesce ad essere contemporaneamente un romanzo sia edificante che provocatorio: edificante perché ci propone una soluzione positiva e costruttiva – anche se probabilmente poco applicabile alle persone che hanno davvero quel genere di problemi – e perché ci invita a vivere l’oggi senza ipotecare il domani. Provocatorio perché costringe il lettore ad interrogarsi su cosa vorrebbe dire ritrovarsi dall’oggi al domani sieropositivi e ancora giovani, desiderosi di trovare un compagno di vita e di costruire una famiglia, e perché espone l’idea che alcuni giovani siano così irrecuperabili da non meritare una seconda chance. Nel dubbio ho dato un voto intermedio e vi lascio con la spiegazione del titolo:

And we danced too wild, and we sang too long, and we hugged too hard, and we kissed too sweet, and threw back our heads and howled just as loud as we wanted to howl, because by now we were all old enough to know that what looks like crazy on an ordinary day looks a lot like love if you catch it in the moonlight.

Cronache dalla ditta di Andrea Cisi

maggio 23, 2013 § Lascia un commento

Cronache dalla ditta è un romanzo che ho acquisito quasi per caso, tramite Bookmooch. Dubito che altrimenti lo avrei mai acquistato, e infatti è rimasto nella mia libreria non letto a lungo, perché diciamocelo, la copertina non è delle più accattivanti, e il binomio titolo + copertina mi faceva temere pesantezza e grande noia. Fortunatamente, questo romanzo mi ha riservato delle grandi sorprese.

Un giovane trentenne, diplomato ragioniere, cerca disperatamente lavoro nell’anno 2006, ma trova l’agognato posto fisso solo come operaio metalmeccanico presso una piccola fabbrica della Pianura Padana. Uno stipendio risicato ma sicuro abbastanza da poter vivere  senza troppe pretese insieme alla compagna, la Pupina, e il gatto maschio, il Fulvia.

Andrea Cisi è bravissimo perché riesce a dipingere uno scenario vivissimo e credibilissimo (di spunto autobiografico, chiaro, non che questa sia garanzia di successo) riuscendo ad essere leggero e divertente (di quella leggerezza da non confondere con la superficialità) nella forma, e ad evitare le lamentele e le recriminazioni. Il suo è uno sguardo aperto e senza pregiudizi su un sistema di vita che evidentemente ha qualcosa che non va, anche se il protagonista si immerge nella sua quotidianità lavorativa con tutta la curiosità possibile nei confronti dei suoi colleghi (nei confronti del suo lavoro è evidentemente impossibile) e riporta i comicissimi dialoghi che nascono dalla convivenza in un’unica stanza per otto ore al giorno.

Certo, si chiude il libro a lettura ultimata con il sorriso perché Cisi è un bravo scrittore, e il romanzo ci fa riflettere senza fare venire il magone. Anche con un po’ di tristezza, però, soprattutto quando ci si rende conto che l’autore lavora ancora come operaio metalmeccanico (questo non è il suo primo libro), anche se ho letto da qualche parte che sta scrivendo pian piano il seguito ed è una notizia che fa tornare il sorriso. Rimane, a fine lettura, l’acuita consapevolezza di essere anche se solo parzialmente, plasmati, cambiati dal lavoro che si fa, e che nel 99% dei casi non ci rappresenta né appartiene:

Essere “mentalmente” padrone di uno spicchio di realtà materiale, metallica, meccanica come il mio ramo di fabbrica, come la mia mansione, io mi devo convincere che è una cosa positiva. Io mi devo convincere che essere così abituato a questi movimenti, a questi attrezzi, a queste persone, a questi dialoghi, a questi colori, a questi materiali, a questi odori… be’, io mi devo convincere che esserci così abituato significa dominarli. E non, come purtroppo mi sembra, esserne dominato.
Ogni realtà, anche la meno sentita, anche quella il cui scopo finale cerchi di camuffare con una busta paga – per quanto magra -, ogni realtà quando la protrai ti penetra dentro.
Ogni realtà, quando la subisci, trova delle vie per ficcartisi sottopelle. (179)

La vita meravigliosa dei laureati in lettere di Alessandro Carrera

maggio 22, 2013 § 2 commenti

Un laureato in lettere non può essere deprogrammato così facilmente. Ci vuole stomaco per laurearsi in lettere. Solo chi possiede un freddo coraggio e un’immensa determinazione può passare ventuno esami di letteratura italiana, annualità complementari comprese. Nessun capitano d’industria ne sarebbe capace, nessun esploratore polare ne avrebbe il fegato, nessuna guardia del corpo, neanche se scelta tra le più insensibili al dolore, si siederebbe mai davanti a una commissione d’esame di filologia romanza. Un domatore di circo preferirebbe infilare la testa nella bocca del più nervoso dei suoi leoni piuttosto che seguire un corso sui poeti minori del Quattrocento. Un laureato in lettere non si pentirà mai di essersi laureato in lettere, neanche se è ridotto così male da non avere cento lire per cecarsi un occhio. (65)

Nel 2002, anno di pubblicazione di questo romanzo, mi sono laureata (non in lettere, ahimè) e penso che mi sarebbe piaciuto molto leggere queste pagine allora, in fin dei conti sono abbastanza surreali da non risultare inquietanti anche per chi ha appena capito che il terrore della discussione della tesi era solo l’inizio dell’inizio…

La vita meravigliosa dei laureati in lettereRenato e Rinaldo (Rino) sono due laureati in lettere ma le loro vite sono molto diverse: il primo è professore di ruolo in una scuola media, il secondo è disoccupato, dopo “che per troppo tempo aveva pensato che ci fossero cose più importanti delle cose importanti, e non era neanche del tutto convinto di aver avuto torto” (23). Nonostante la disparità di situazione, “Renato era facile all’inquietudine e alla depressione. Rino invece era una persona lieve, innocente e poco complicata. Renato sognava di dare addio al suo posto di ruolo. Rino, forse, faceva parte di quei pochi fortunati che non ne hanno bisogno” (17).

Quando a Renato viene offerta l’occasione di fare un corso sull’argilla allo scopo di mettersi in affari con un suo conoscente, e per assentarsi una settimana da scuola si è procurato un certificato medico falso. Nel suo palazzo, però, vivono alcuni suoi colleghi e le famiglie di alcuni suoi studenti, per cui è necessario prendere una controfigura, qualcuno che dia qualche segno di vita dall’appartamento di Renato, ed è qui che entra in scena Rino.

Da questo piccolo inganno parte una storia che diventa sempre più surreale, una storia divertente ma che un commentatore su Goodreads ha definito ‘at times a tad too cynical for my taste’. Non sono sicura che La vita meravigliosa dei laureati in lettere sia poi così cinico, lo definirei più che altro fatalista, un termine che credo si addica molto all’ambiente della scuola.

One Way or Another di Peter Cameron

maggio 21, 2013 § 5 commenti

Ho ricevuto questo libro come ‘anteprima’ gratuita dal sito NetGalley, che ringrazio molto per l’opportunità perché altrimenti credo non l’avrei mai letto, dato che, pur amando Peter Cameron, non posso dire altrettanto della forma del racconto. E quando ho finito il primo della raccolta, “Memorial Day”, con quel suo finale così brusco e incomprensibile, ho sospirato e ho pensato che perlomeno il libro era corto. La scrittura di Peter Cameron è davvero bella, seppur malinconica, ed è bravissimo nel creare o fissare su carta piccole scene, momenti fulminanti, come in “Freddy’s Haircut”, in cui il protagonista viene licenziato perché scoperto a farsi tagliare i capelli da una collega sul lavoro. Dato che i capelli sono tagliati solo in un punto, quando rientra a casa Freddy decide di completare l’opera e si affida ad una parrucchiera:

One Way or Another: Stories

He did not cry until he got home. He managed to pay the woman – even tip her – and walk home, all the time hoping that his hair would look better in his own, familiar mirror. […] When he turned on the bathroom light and saw himself in the mirror his worst fears were confirmed. His spiky hair looked menacing and hideous, and as he leaned toward his reflection it occurred to him that even he, even now, did not deserve to look this ugly.

Chi di noi non ha provato questa sensazione uscendo dalla parrucchiera almeno una volta? Povero Freddy, la cui unica colpa è di aver creduto a due donne che gli hanno chiesto di fidarsi di lui. Mi sono innamorata definitivamente con “Melissa & Henry – September 10, 1983”, che presenta gli inspiegabili e incomprensibili stati d’animo che spesso una cerimonia importante porta a galla. Certi racconti sono piuttosto assurdi e privi di senso fino a quando una frase, un gesto non mi fa entrare di colpo nella storia, facendomi sorridere, magari in modo triste e nostalgico. E’ verissima la frase che ho notato nella descrizione del libro su Goodreads: “Families, homes, lovers, marriages — the safe havens they have been taught to depend on no longer guarantee shelter or stability”. Tutti i protagonisti si ritrovano senza lavoro, o rifiutati dal proprio compagno, o tecnicamente felici ma in realtà privi di quella incognita ‘n’ che li renderebbe _davvero_ felici.

I’m working on a new problem: Find the value for n such that n plus everything else in your life makes you feel all right. What would n equal? Solve for n.

Quiet di Susan Cain

maggio 20, 2013 § 14 commenti

The Upside of Being an Introvert

Poco più di un anno fa mi sono iscritta a Pinterest e fra le numerose piacevolezze di questo sito ho scoperto anche qualche pin che mi ha fatto sorridere e assentire entusiasta (e per le quale ho creato una board dal nome ‘My Style’).

Prima di allora, il termine ‘introverso’ per non era mai stato niente di più che una parola come tante altre, che non ritenevo mi descrivesse particolarmente. Ci è voluto il web per farmi capire che è una caratteristica psicologica importante che definisce una buona parte delle mie scelte in campo sociale, ma mancava ancora un passo. Le illustrazioni/vignette/istruzioni per l’uso che girano su Pinterest sono una specie di affermazione di personalità da parte degli introversi: la dichiarazione che è bello essere nerd e possiamo esserne orgogliosi. Il sottotesto sembra essere che siamo migliori. Migliori di chi non legge un libro o passa le serate in discoteca, migliori perché chi non legge non riflette non pensa ed è, sostanzialmente stupido. E’ una specie di razzismo al rovescio: gli estroversi si vedono migliori di noi perché sono più disinvolti, hanno un sacco di amici, vanno a un sacco di feste, si divertono come matti e di sicuro non ammuffiscono sui libri. Noi ci vediamo migliori degli estroversi perché leggiamo, pensiamo, abbiamo accesso ad universi meravigliosi che loro nemmeno immaginano e abbiamo anche delle amicizie e una vita sociale, meno intensa ma sicuramente anche molto meno superficiale della loro.

La realtà sta nel mezzo, e c’è voluta Susan Cain per farmi realizzare che l’introversione e l’estroversione non sono che due estremi in mezzo ai quali è compresa l’intera umanità in una miriade di sfumature diverse, in cui estroversione può coincidere con profondità e introversione con capacità sociali. Quiet mi ha insegnato che fino a poco più di un secolo fa nessuno si sarebbe sognato di considerare socialmente auspicabili dei comportamenti estroversi, e che questi sono diventati un modello solo quando l’espansione industriale di inizio Novecento e la concentrazione della popolazione nelle città ha reso necessario un nuovo tipo di approccio lavorativo (quando vivi in un paesino in cui tutti conoscono te e i prodotti che vendi o il lavoro che offri, è semplice lavorare, ma se vivi in una città in cui sei un puntolino anonimo, devi necessariamente cominciare a venderti bene, perché la prima impressione è fondamentale).

Susan Cain sostiene, sulla base di studi psicologici che possono essere anche non definitivi, ma nel frattempo ci aiutano un bel po’, che gli introversi sono persone più sensibili agli stimoli. Ad una festa un introverso è bombardato dagli stimoli e quindi è a disagio, in biblioteca un estroverso non riceve abbastanza stimoli e quindi è annoiato. Per l’estroverso la compagnia è una fonte di energia in quanto provvede a portare gli stimoli necessari alla giusta dose, per un introverso la compagnia, per quanto buona e apprezzata, contribuisce a ridurre le energie perché fonte altissima di stimoli, al di sopra del limite tollerato. Capire come funzioniamo ci aiuta a dare il meglio di noi. Anche perché l’introversione porta con sé una serie di caratteristiche positive che l’estroverso non possiede, o in misura minore. Ne consegue che ognuna delle due figure psicologiche, l’introverso e l’estroverso, possiede degli aspetti negativi e positivi a contrasto, e si ipotizza che antropologicamente quel 20% di introversi sia assolutamente necessario per rendere la società adatta a reagire in modo performante a qualsiasi casistica di evento e quindi, adatta a sopravvivere.

Forse, come dice Susan Cain, proviamo ancora dei sensi di colpa se un sabato sera decliniamo un invito a cena per rimanere a casa con un buon libro, e Quiet può aiutarci a non provarlo più. Forse verrà la tentazione di sostituire il senso di colpa per non essere più socievoli con il senso di colpa per non essere più brillanti (uno dei modi in cui Susan Cain dimostra le caratteristiche positive dell’introversione è, ovviamente, presentarci gli introversi più famosi della storia, fra cui, per citarne solo uno, Albert Einsten). Quel che è certo è che conoscere i propri punti deboli e i propri punti di forza significa sicuramente essere maggiormente in grado di puntellare i primi e sfruttare i secondi. Conoscere la storia significa sentirsi legittimati anche se la società contemporanea non riconosce i nostri meriti. Quiet non è un manuale di self-help ma i pochi suggerimenti che l’autrice ci dà sono un prezioso spunto di riflessione, anche nella gestione di un rapporto sentimentale (mi sembra che la maggior parte delle coppie sia composta da un estroverso e un introverso, ed è un bel problema, lo so bene…). Il messaggio più importante che l’autrice trasmette è: in questo periodo noi introversi non siamo valorizzati, ma abbiamo i nostri punti forti e possiamo scegliere quando vogliamo forzare i nostri limiti e comportarci di più come estroversi, se ne vale la pena – per esempio sul lavoro o per gli impegni sociali del proprio compagno – e quando è il momento di fare esattamente quello che abbiamo bisogno di fare, perché ci siamo accettati e sappiamo che andiamo bene così.

Testament of Youth di Vera Brittain

maggio 17, 2013 § 4 commenti

Quando si parla di guerra, e di memorialistica di guerra, nel mondo anglosassone, possiamo dire che Testament of Youth di Vera Brittain (seguito poi da Testament of Friendship e Testament of Experience) ha fornito il modello ideale. Ma l’autobiografia di questa straordinaria donna non parla solo della guerra, ma anche di femminismo, amicizia e amore in un mondo sconvolto dalla storia. Nonostante la mole (stiamo parlando di 661 pagine) il libro avvince, anche se ammetto che il ritmo lento dell’autrice è davvero troppo lento, e soprattutto ho sofferto sugli ultimi due capitoli, dedicati (oltre che all’incontro con il futuro marito e alla decisione, appunto di sposarsi), del lavoro per la League of Nations in modo dolorosamente dettagliato. Eppure mi ha emozionato tantissimo la storia di una ragazzetta di buona famiglia annoiata dal genere di vita che i genitori le prospettano che decide di lottare per proseguire la sua istruzione all’università, e poi, quando finalmente vince la battaglia, viene coinvolta dal primo conflitto mondiale, che rende così insignificante il mondo della cultura da spingerla ad arruolarsi nel corpo delle VAD (infermiere ausiliare) esperienza ai limiti delle possibilità umane (ricordo anche One Pair of Feet di Monica Dickens, ambientato nel conflitto successivo: la storia dell’autrice inizialmente somiglia molto a quella di Vera Brittain) che le permetterà però di superare la morte in battaglia prima del fidanzato e poi del fratello e di altri amici. Il fratello Edward, in particolare, a cui era molto legata, morì combattendo sull’Altopiano di Asiago (io vivo molto vicino a queste montagne) ed è seppellito lì, nel cimitero di Granezza, che la stessa Vera dopo la guerra visitò insieme all’amica Winifred Holtby (con qualche difficoltà, perché era difficile da raggiungere) e dove lasciò detto di far spargere le sue ceneri… Mi piacerebbe molto visitare questo cimitero. 

La cosa peggiore del leggere Testament of Youth consiste nel rendersi conto che l’autrice, nello scriverlo, non poteva sapere (il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1933) che cosa sarebbe successo di lì a poco, nonostante gli sforzi di molti (lei inclusa) per il pacifismo. La cosa migliore è rendersi di conto di quanto suoni assurda l’idea della guerra per me, che significa che sono cresciuta in un mondo che mi ha permesso di pensarla così, anche se rientro in un gruppo di privilegiati, e anche se intorno a noi ci sono moltissimi paesi in guerra. Se per Vera Brittain e i suoi contemporanei la guerra ha rappresentato la fine della gioventù e dell’innocenza, per le donne della sua generazione ha anche rappresentato la possibilità di espandersi al di fuori del proprio ruolo prestabilito, di immaginare uno stile di vita diverso, più libero. Testament of Youth è particolarmente interessante proprio come finestra sulla storia sociale di quel periodo. Sono molto contenta di aver letto questo memoir, anche se non sono certa di voler continuare con i seguiti. Testament of Friendship ha una mole leggermente meno imponente e probabilmente sarà leggermente più positivo (dovrebbe parlare principalmente dell’amicizia con la scrittrice Winifred Holtby, di cui ho letto South Riding e The Crowded Street) ma sono un po’ frenata dalla consapevolezza che lo stile della Brittain è a tratti noioso e che il suo approccio mi è spesso sembrato anafettivo e i fatti narrati eccessivamente elaborati (l’abitudine dell’autrice di far cadere qua e là commenti sull’evoluzione futura degli eventi ha sì l’effetto di invogliare alla lettura ma dà anche la sensazione che l’autrice stia mettendo un bel po’ di distanza tra quello che sta narrando e se stessa – un comportamente umanamente più che comprensibile, chiaro, ma non molto positivo dal punto di vista letterario).

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