Providence di Anita Brookner

maggio 15, 2013 § Lascia un commento

Kitty Maule è una giovane donna inglese, di origini francesi, che, innamorata del collega Maurice, decide di abbandonare la malleabilità che è il segno distintivo del suo carattere per precipitare, finalmente, le cose.

ProvidenceKitty (o Thérèse, come in realtà si chiama e viene chiamata dai nonni francesi) è una ragazza docile, estremamente elegante (grazie alle creazioni della nonna sarta) e sognatrice, che a lungo tempo ha corteggiato il collega, un conferenziere adorato dalle donne e osteggiato da qualche collega uomo per la scarsa esattezza filologica delle sue dissertazioni sulle cattedrali inglesi, preparandogli la cena, battendo a macchina le sue note e accettando le sue decisioni. Per lo meno fino al giorno in cui decide di recarsi anche lei in Francia, dove lui sta facendo un tour delle cattedrali per il suo prossimo ciclo di conferenze, e di dargli appuntamento a Parigi, la città dell’amore.

Providence è un romanzo dove non succede poi molto, ma avvince anche se, tutto sommato, credo che fin dalle prime pagine sia ben facile intuire dove andrà a parare. Kitty si destreggia (più o meno) tra una famiglia d’origine che non la capisce, una serie di amiche e conoscenti (la vicina di casa, la collega Pauline) che rappresentano la possibilità di un fallimento (soprattutto amoroso) nella vita, una relazione che non è tale e un lavoro che le piace e in cui riesce bene senza nemmeno sforzarsi (è una docente di letteratura romantica). Kitty aspira a un modello culturale e sociale inglese rappresentato dalla sua cerchia di colleghi all’università, di cui Maurice è la punta di diamante. Un modello ideale che forse nemmeno esiste, del resto, dato che Kitty non ha nemmeno mai conosciuto il padre inglese, morto in guerra appena dopo il suo concepimento, e forse dovuto al fatto che, anche se Kitty si sente inglese, mantiene sempre una certa sospettosità:

And indeed no one had ever faulted her on grounds of Englishness. Yet she felt a part of her to be shrewd and watchful, mistrusting others, paying less attention to their words than to the words they were not voicing. She thought these characteristics were a sign of some moral defect, and always hastened back to her life’s work  of establishing the true and the good and perhaps the beautiful, of believing the best of everyone, of enjoying  what life offered, not lamenting what it withheld.

Un’attitudine meravigliosa, senonché Kitty assomiglia molto alla protagonista del primo romanzo di Anita Brookner, A Start in Life, Ruth Weiss, che ha imparato dai libri che la bontà viene premiata, e ha imparato dalla vita che non è affatto così (ma troppo tardi). Anche Kitty sembra aspettarsi che la sua dedizione (ai nonni, che sente al telefono tutte le sere e va a trovare nei weekend, al lavoro, a Maurice che accudisce senza pretendere niente in cambio) prima o poi venga premiata. Dall’amore, dalla realizzazione della sua vera missione nella vita (Kitty è molto brava nel suo lavoro ma le viene così facile che è convinta che non sia questo il suo compito). La vita le dimostra pian piano che non è così, che ad attendere e sorridere ed essere docile e remissiva e sperare, sperare, sperare che qualcosa cambi, non si ottiene nulla. E così decide di osare.

E’ strano perché parlando di questo romanzo si ha l’impressione che sia profondamente tragico, eppure non è così, anche se manca quello humour che aveva alleggerito A Start in Life. E’ malinconico, forse un po’ triste, ma non esageratamente. Mi piace molto l’accostamento che ho letto da qualche parte ai romanzi di Barbara Pym, anche se è vero che le excellent women della Pym sono mediamente soddisfatte e contente della propria vita, mentre alle protagoniste della Brookner manca sempre qualcosa che forse non saranno mai in grado di ottenere.

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