Cronache dalla ditta di Andrea Cisi

maggio 23, 2013 § Lascia un commento

Cronache dalla ditta è un romanzo che ho acquisito quasi per caso, tramite Bookmooch. Dubito che altrimenti lo avrei mai acquistato, e infatti è rimasto nella mia libreria non letto a lungo, perché diciamocelo, la copertina non è delle più accattivanti, e il binomio titolo + copertina mi faceva temere pesantezza e grande noia. Fortunatamente, questo romanzo mi ha riservato delle grandi sorprese.

Un giovane trentenne, diplomato ragioniere, cerca disperatamente lavoro nell’anno 2006, ma trova l’agognato posto fisso solo come operaio metalmeccanico presso una piccola fabbrica della Pianura Padana. Uno stipendio risicato ma sicuro abbastanza da poter vivere  senza troppe pretese insieme alla compagna, la Pupina, e il gatto maschio, il Fulvia.

Andrea Cisi è bravissimo perché riesce a dipingere uno scenario vivissimo e credibilissimo (di spunto autobiografico, chiaro, non che questa sia garanzia di successo) riuscendo ad essere leggero e divertente (di quella leggerezza da non confondere con la superficialità) nella forma, e ad evitare le lamentele e le recriminazioni. Il suo è uno sguardo aperto e senza pregiudizi su un sistema di vita che evidentemente ha qualcosa che non va, anche se il protagonista si immerge nella sua quotidianità lavorativa con tutta la curiosità possibile nei confronti dei suoi colleghi (nei confronti del suo lavoro è evidentemente impossibile) e riporta i comicissimi dialoghi che nascono dalla convivenza in un’unica stanza per otto ore al giorno.

Certo, si chiude il libro a lettura ultimata con il sorriso perché Cisi è un bravo scrittore, e il romanzo ci fa riflettere senza fare venire il magone. Anche con un po’ di tristezza, però, soprattutto quando ci si rende conto che l’autore lavora ancora come operaio metalmeccanico (questo non è il suo primo libro), anche se ho letto da qualche parte che sta scrivendo pian piano il seguito ed è una notizia che fa tornare il sorriso. Rimane, a fine lettura, l’acuita consapevolezza di essere anche se solo parzialmente, plasmati, cambiati dal lavoro che si fa, e che nel 99% dei casi non ci rappresenta né appartiene:

Essere “mentalmente” padrone di uno spicchio di realtà materiale, metallica, meccanica come il mio ramo di fabbrica, come la mia mansione, io mi devo convincere che è una cosa positiva. Io mi devo convincere che essere così abituato a questi movimenti, a questi attrezzi, a queste persone, a questi dialoghi, a questi colori, a questi materiali, a questi odori… be’, io mi devo convincere che esserci così abituato significa dominarli. E non, come purtroppo mi sembra, esserne dominato.
Ogni realtà, anche la meno sentita, anche quella il cui scopo finale cerchi di camuffare con una busta paga – per quanto magra -, ogni realtà quando la protrai ti penetra dentro.
Ogni realtà, quando la subisci, trova delle vie per ficcartisi sottopelle. (179)

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