A Thousand Pardons di Jonathan Dee

giugno 24, 2013 § 7 commenti

Quando ho smesso di scambiare libri su Bookmooch (più che altro perché mi ero stufata di passare tutti i sabati alle poste) ho trovato naturalmente un’altra fonte di improbabili libri da accumulare in modo ossessivo: Netgalley. Netgalley è un sito per case editrici che desiderano offrire copie (digitali) delle loro nuove uscite in anteprima a recensori (di fatto, basta avere un blog). Ci sono anche nomi noti fra le proposte, ma la maggioranza è sempre nell’ambito degli esordienti o dei nomi sconosciuti, e comunque le case editrici a volte hanno politiche precise che possono escludere a priori il richiedente. In ogni caso, prima di stufarmi anche di questo (!) ho accumulato qualche libro digitale, e A Thousand Pardons è uno di questi. Solo quando ho cominciato la lettura, ho scoperto che l’autore è lo stesso di The Privileges (finalista al Booker Prize) e Palladio, entrambi nella mia lista desideri.

A Thousand Pardons: A NovelA Thousand Pardons parla di una famiglia, o meglio di una famiglia in crisi: Ben e Helen Armsteads sono sposati da molti anni, lui è un avvocato di successo, lei una casalinga da quando sono riusciti ad adottare Sara, di origini cinesi, ora adolescente. Ad inizio romanzo scopriamo che Ben sta attraversando una ‘crisi di mezza età’ piuttosto dura e che lui e la moglie fingono di uscire a cena per poi andare da una terapista, ma ben presto risulta chiaro che la cosa non sta funzionando, anzi, un giorno la sofferenza di Ben lo spinge a fare qualcosa di molto stupido che, per una serie di coincidenze, scatena delle conseguenze terribili su se stesso e sulla sua famiglia.

Dopo aver firmato le carte per il divorzio Helen deve rientrare nel mondo del lavoro, e quasi per caso trova un posto presso un’agenzia di relazioni pubbliche (sia l’agenzia che il titolare della stessa che il semplice fatto che Helen, dopo quindici anni di disoccupazione riesca a trovare un posto di lavoro al suo primo giorno di colloqui, sono altamente improbabili). Il suo suggerimento della gestione di una situazione di crisi di un nuovo cliente spinge l’agenzia alla ribalta e le procura un lavoro in un’agenzia che è praticamente una multinazionale. L’abilità di Helen è questa: riesce a convincere un cliente in difficoltà (per esempio, il proprietario di una catena di fast food i cui dipendenti stanno scioperando perché lui non li paga il minimo sindacale) a confessare in pubblico la malafatta e a chiedere sinceramente scusa, senza cercare scappatoie o attenuanti. La teoria è che le persone vogliono perdonare, basta solo dare loro una chance.

La tecnica di Helen è ambigua: se una persona ammette e chiede scusa solo perché non vuole pagare le conseguenze di quello che ha fatto (o per lo meno vuole pagare il meno possibile) questo significa che sta facendo una cosa migliore? Forse sì, perché nella maggior parte dei casi queste persone devono riparare al danno fatto (nel solito esempio, garantire il minimo salariale ai dipendenti). Moralmente, però? Non credo. Anche perché la stessa Helen non riesce a seguire i suoi consigli (nei confronti del marito, che evidentemente non riesce a perdonare, e nell’ambito di una sottotrama che coinvolge un amico di infanzia).

Nel complesso il romanzo è scorrevole, ma credo di non aver davvero capito i personaggi, e il motivo delle loro parabole di vita. Nessuno alla fine del romanzo è cambiato, o ha avuto un’illuminazione. Non mi è davvero importato di cosa succedeva, ho trovato Helen fastidiosa nella sua bontà, Ben irriconoscibile tra il prima e il dopo la crisi, l’adolescente Sara è l’unica credibile, peccato forse per un eccesso di buonsenso. Mi riservo di dare un giudizio diverso dopo la lettura degli altri romanzi di Dee, probabilmente questo non era il migliore con cui cominciare.

The Palace of Strange Girls di Sallie Day

giugno 13, 2013 § 2 commenti

Palace Of Strange Girls, TheThe Palace of Strange Girls racconta la vacanza estiva del 1959 della famiglia Singleton. Come sempre Jack, Ruth e le loro figlie, l’adolescente Helen e la piccola Beth, passano le vacanze all’Hotel Belvedere a Blackpool, una cittadina costiera dell’Inghilterra, ma quest’anno la famiglia ha qualche problema di troppo. Beth è reduce da una malattia piuttosto importante da cui si sta ancora riprendendo, fisicamente ma anche psicologicamente. Helen ha quindici anni e comincia a reclamare un po’ di libertà, qualcosa che la madre Ruth, rigida e un po’ guastafeste, difficilmente le concederà. Ruth non capisce perché il marito non accetti di accendere un mutuo per acquistare la casa dei suoi sogni, una bifamiliare. Jack, da parte sua, sta affrontando una crisi etica, sia a livello lavorativo (gli sono stati offerti due lavori molto differenti) sia a livello personale (una lettera ha spalancato una finestra su un mondo del passato che credeva morto e sepolto, letteralmente).

Normalmente i romanzi che parlano di famiglie mi piacciono molto, ma in questo caso non sono riuscita davvero a simpatizzare, o meglio proprio a farmi interessare, le vite dei protagonisti, che peraltro sono caratterizzati molto bene (ho capito che quando sviluppo antipatie profonde nei confronti di alcuni personaggi, vuol dire che l’autore ha fatto bene il suo lavoro!). Beth è il personaggio più interessante ma, nonostante la quarta di copertina secondo me facesse intendere diversamente, di fatto è abbastanza marginale alla storia, anzi la sua storia viene raccontata a spizzichi e bocconi in modo un po’ grossolano. Helen è meno interessante ma nella parte finale c’è un avvenimento che è stato trattato secondo me in modo odioso. In generale si può dire che tutti i vari filoni del romanzo non vengono chiusi, perlomeno non completamente né in modo soddisfacente. Tutto sommato, dimenticabile.

The End of the Story di Lydia Davis

giugno 7, 2013 § Lascia un commento

Non ricordo esattamente perché avevo The End of the Story di Lydia Davis nella mia wishlist, e devo ammettere che non è esattamente il mio genere di libro. The End of the Story parla di una storia d’amore, o meglio, della sua fine, come capiamo già dal titolo e come la protagonista ci racconta fin dalle prime pagine, avendo deciso di raccontare per prima proprio la fine, o meglio, un evento che per lei ha rappresentato la fine della storia:

This seemed to be the end of the story, and for a while it was also the end of the novel-there was something so final about the bitter cup of tea. Then, although it was still the end of the story, I put it at the beginning of the novel, as if I needed to tell the end first in order to go on and tell the rest. (11)

Già da queste righe si intuisce quanto questo romanzo sia metaletterario. La protagonista, il cui nome non è dato sapere, ma che potrebbe essere, o anzi sicuramente è – per lo meno in parte – basata sulla stessa autrice, ci racconta in prima persona le sua motivazioni a scrivere un romanzo (che potrebbe essere quello che stiamo leggendo, ma non completamente, diciamo una versione parallela), le difficoltà incontrate, le decisioni prese al riguardo, l’opinione del suo compagno Vincent (che potrebbe essere una versione del primo marito di Lydia Davis, ovvero Paul Auster) sull’arte del romanzo.

Although he [ Vincent ] values feelings in themselves and has many strong feelings of different kinds, they do not particularly interest him as things to be discussed at any lenght, and he certainly does not think they should be offered as justifications for bad actions. (167)

The End of the StoryIl romanzo (che tutto sommato ha poco del romanzo, per esempio non ha una trama e non ha nemmeno dialoghi) ci presenta diversi piani di realtà: c’è la protagonista nel momento in cui sta scrivendo il suo romanzo, e vive con il marito Vincent e il padre di lui, anziano e bisognoso di cure costanti. C’è la protagonista all’epoca della storia d’amore che stiamo leggendo, e che lei sta raccontando nel suo romanzo, con un uomo che non è Vincent, e ci sono i paralleli fra la protagonista e l’autrice Lydia Davis, Vincent e Paul Auster, il romanzo che abbiamo fra le mani e quello che la protagonista del romanzo sta scrivendo.
Ad aggiungere un senso di confusione e irrealtà si aggiunge un narratore in prima persona, che non solo è tradizionalmente un narratore inaffidabile, ma addirittura si dichiara tale:

I am working from my memories and my notebook. There is a great deal I would have forgotten if I had not written it in my notebook, but my notebook also leaves out a great deal, only some of which I remember. There are also memories that have nothing to do with this story, and there are good friends who do not appear in it, or appear only indistinctly, because at the time they had nothing or little to do with him. (62-63)

What I remember may be wrong. I have been trying to tell the story as accurately as I can, but I  may be mistaken about some of it, and I know I have left things out and added things, both deliberately and accidentally. (228)

La storia d’amore (o la fine della storia d’amore) che l’autrice e la protagonista ci stanno raccontando è quella con uomo il cui nome inizialmente la protagonista non capisce, e che solo dopo tempo scopre qual è il suo cognome, e le viene confermato da una terza persona il nome di battesimo (che a noi lettori non viene mai rivelato, ci viene solo detto che era un nome non comune):

Knowing his name, after I had waited so many days to learn it, seemed to increase his reality. It gave him a place in the world that he had not had before, and it allowed him to belong more to the day than he had before. Until then, he had belonged to a time when I was tired and did not think as well as I did in the daytime, and did not see as well, when there was darkness on all sides of whatever light there was, and he came and went through darkness and shadow  more than light. (37)

Quest’uomo è più giovane della protagonista di tredici anni. Lei ne ha trentacinque e lui ventidue. Non solo: lei insegna nella stessa università in cui lui è uno studente (anche se non è uno dei suoi studenti), lei è ragionevolmente benestante grazie al suo lavoro di traduttrice e scrittrice e insegnante, lui è completamente al verde e in costante ricerca di lavoretti. La loro relazione, la differenza d’età, la fine della loro storia e il periodo successivo, in cui la protagonista passa dei mesi cercandolo ossessivamente (al telefono, e invitandolo a vari eventi, ma anche cercando in giro per la città e osservandolo senza farsi vedere) sono l’oggetto intorno a cui ruota ossessivamente tutto il romanzo, senza lasciare molto spazio per altri aspetti della loro vita (nella sinossi del romanzo si legge: Mislabeled boxes, problems with visiting nurses, confusing notes, an outing to the county fair – such are the obstacles in the way of the unnamed narrator of The End of the Story as she attempts to organize her memories of a love affair into a novel. In realtà questi ‘ostacoli’ hanno solo una brevissima apparizione nel romanzo, così come tutto sommato la vita della protagonista e del suo amante al di fuori del rapporto fra di loro)

I can’t remember what we talked about, but in those days I almost never remembered what I had talked about with a person I had just met because I had so many other things on my mind. I was worried not only about whether there was something wrong with my clothes or hair, but also about how I was standing, walking, or holding my head and neck, and where I was putting my feet. And if I was not walking but trying to eat and drink as I talked, I worried about how to swallow the food and drink in such a way that I wouldn’t choke, and sometimes I did choke. All of this kept me so busy that although I remembered a sentence long enough to answer it, I didn’t think about it long enough to remember it later. (15)

In fact, throughout these months I was also seing and meeting interesting people, so that everything surrounding the story, everything I am leaving out of it, would make another story, or even several others, quite different in character from this one. (61)

Lo stesso amante non è così presente, è dichiaratamente un’interpretazione, se non addirittura un’assenza. Parlando dell’argomento del libro, la narratrice dice:

If someone asks me what the novel is about, I say it’s about a lost man, because I don’t know what to say. (11)

Un uomo ‘perso’ perché dopo la loro rottura la protagonista non sopporta di non sapere dov’è, cosa sta facendo, e soprattutto la consapevolezza che potrebbe non rivederlo mai più. Anche se ammette di essere stata spesso egoista nella loro storia, desidera riconquistarlo, pur essendo comunque consapevole che se lui tornasse indietro, sicuramente lei perderebbe gran parte del suo interesse, interesse al momento così vivo proprio perché il suo oggetto è al di fuori della sua portata.

If I look at how impatient I was with him, I have to wonder about the way I loved him. I think I was irresponsible in handling his love. I forgot it, ignored it, abused it. Only occasionally, and almost by chance, or on a whim, did I honor or protect it. Maybe I only wanted to be entrusted with his love: then I was willing to let him suffer, because I was safe in the trust of that love and did not suffer myself. (81)

When we were no longer together, what had bothered me did not bother me anymore. It was harder for me to see anything wrong with him, because although the same things were there, they had shrunk, in my attention, to a point where they were barely visible. (82)

The fact that he came back to me after leaving me. that time, may have made me think that no matter what I said, no matter what I did, and no matter how long he stayed away from me, he would always come back to me, and that I did not have to love him very deeply, or considerately, for him to go on loving me. (117)

Il desiderio di parlargli e di sapere sempre dov’è spinge la protagonista a comportarsi in modo davvero vicino allo stalking, anzi c’è un passaggio che secondo me incarna perfettamente il primo stadio del ragionamento che porta una persona allo stalking:

It occured to me that if he did not want to be with me anymore, then when I went to find him, just because I wanted to see him, smell him, and hear his voice, regardless of what he wanted, I was turning him into something less than another human being, as though he were as passive as anything else I wanted, any other object that I wanted to consume-food, drink, or a book. (179)

Nonostante l’intero romanzo sia totalmente egocentrico e anche l’indagine della storia d’amore riveli un certo numero di pensieri egocentrici e fastidiosi, e il fatto che anch’io come Vincent, pur ritenendo le emozioni importanti, non senta necessariamente il bisogno di esaminarle ossessivamente (non in questo modo, per lo meno), devo ammettere che l’autrice è davvero brava. La sua scrittura è bellissima, estremamente evocativa, pungentemente reale. Ci sono dei passaggi, anche poco rilevanti rispetto all’argomento principale, che sono semplicemente perfetti:

Little by little, as though the pages I had turned were forming a shield between me and my pain, or as though the four edges of each page became the four walls of a safe room, a resting place for me within the story, I began to stay inside it with less effort, until the story became more real to me than my pain. Now I read on, still stiff and heavy with pain, but having a balance between my unhappiness and the pleasure of the story. When the balance seemed secure, I turned off the light and fell asleep easily. (175)

Lydia Davis è famosa per i suoi racconti, molto brevi e molto densi (dicono che i suoi racconti più lunghi arrivino a non più di due/tre pagine) e proprio per la sua intera produzione quest’anno ha vinto il Man Booker International Prize. Questo romanzo, pur essendo molto bello, è anche molto difficile proprio perché la sua scrittura è molto impegnativa da reggere per 230 pagine. Anche se non sono un’amante dei racconti, penso che potrebbe essere molto interessante provare a leggerne alcuni dei suoi, e anche se questo romanzo, come dicevo, non è esattamente il mio genere, sono davvero contenta di averlo letto e credo che la lunghezza estrema di questa recensione lo dimostri bene!

Provincial Daughter di R. M. Dashwood

giugno 4, 2013 § Lascia un commento

Quando ho comperato questo romanzo non avevo realizzato che la figlia del titolo non è solo metaforica, in quanto Rosamund Dashwood è la vera figlia di E. M. Delafield (che in realtà si chiamava Edmée Elizabeth Monica Dashwood, Dashwood è il suo cognome da sposata, quindi la figlia utilizza il suo cognome da nubile – il marito si chiamava Truelove!) e Provincial Daughter è a tutti gli effetti una ‘scopiazzatura’ del primo libro di ispirazione autobiografica scritto dalla madre, Diary of a Provincial Lady, come la stessa autrice ammette:

Provincial Daughter (Virago Modern Classics)

It was in the ‘thirties that my mother, E. M. Delafield, wrote The Diary of a Provincial Lady and its sequels, as a light-hearted picture of domestic life in England at that time.
This book is intended as an equally light-hearted continuation of that picture; the Provincial Lady’s daughter in the ‘fifties. It seemed natural to write it in the same idiom; but if the result seems to any reader too imitative, or even plagiaristic, I can only ask their forgiveness, as the original Provincial Lady would, I am sure, most warmly have given hers.

Scritto quindi sempre sotto forma di diario fittizio, Provincial Daughter racconta tre mesi in una famiglia di provincia. La protagonista è afflitta da problemi economici, da un marito appassionato del fai-da-te e da tre figli maschi (nella vita reale diverranno poi quattro) piuttosto turbolenti (o forse, semplicemente, bambini) nonché da una ragazza alla pari tedesca particolarmente sentimentale, da amiche molto più raffinate e piene di buone intenzioni, da velleità culturali poco realistiche e da una carriera che stenta a decollare, eppure affronta tutto con un’ironia e uno sconcerto esilaranti, senza dimenticarsi di farsi incastrare in qualche impresa per pura e semplice debolezza di carattere.

Credo che dopo i primi capitoli e le varie lotte per riuscire a lavare (ma soprattutto ad asciugare) la biancheria di casa, fossi già pronta a baciare la mia asciugatrice, la mia lavatrice e finanche la mia caldaia, fidi compagni della vita di tutti i giorni che si producono in quanto richiesto senza particolari fatiche da parte mia. Paradossalmente anche se la maternità risulta piuttosto pesante dal quadro che emerge da questo romanzo (e tutto sommato, come dare torto alla provincial daughter, con tre figli maschi!) riesce ad apparire anche accattivante, anche solo per poter assistere a certe discussioni ed insuperabili prodezze per cui i bambini, si sa, spesso si distinguono.

Probabilmente è vero che non raggiunge le cime della madre (io ho letto solo il primo dei diari della Provincial Lady, per il momento) ma senza essere un capolavoro, né un libro originale vista la fonte di ispirazione, Provincial Daughter rimane una lettura sempre piacevole e sicuramente rasserenante (anche solo per confronto! ahah).

Riepilogo di maggio

giugno 3, 2013 § 8 commenti

Non so se capita anche a voi di acquistare libri un po’ a casaccio, a volte. A me è successo spesso quando scambiavo su aNobii e su Bookmooch, o con le offerte lampo di Amazon, ma anche, sebbene più raramente, con gli acquisti ‘normali’ ovvero a prezzo pieno, per capirci. Sono libri che entrano in casa così, di soppiatto, che rimangono a languire sugli scaffali e poi, quando mi capita di mettermi in testa di sfoltire la mia lista di libri da leggere, mi ricapitano in mano e mi intimoriscono (in alcuni casi mi terrorizzano). Per esempio questo mese ho occhieggiato con sospetto e temuto: Mrs. Parkington perché mi pareva noioso, One Way or Another perché sono racconti, anche se di un autore che mi piace molto, Cronache dalla ditta perché mi pareva un libro ‘musone’ e What Looks Like Crazy on an Ordinary Day perché mi pareva un chick lit poco interessante e pure datato.
Non so se essere contenta o sentirmi un po’ stupida per il fatto che poi, in definitiva, nella maggioranza dei casi, ci azzecco pure (basti vedere il mese scorso, i voti più scarsi sono andati proprio ai libri di questo tipo, con l’importante eccezione di Wolf Hall). Questo mese sono un po’ in controtendenza: dei quattro libri citati, due non mi hanno entusiasmato (ma nemmeno fatto schifo, ecco) e due mi sono invece piaciuti molto. In generale, non posso che ritenermi soddisfatta, non solo perché ho raggiunto la lettera D (ahah!) – sto leggendo infatti Provincial Daughter di R. M. Dashwood, il mio primo libro di giugno – ma anche perché ho letto libri che desideravo molto leggere, e comunque in generale con esito davvero positivo. Che dire, speriamo continui così!
Louis Bromfield – Mrs. Parkington 3/5
Eleanor Brown – Le sorelle fatali 4/5
Anita Brookner – Providence 5/5
Vera Brittain – Testament of Youth 3/5
Susan Cain – Quiet 5/5
Peter Cameron – One Way or Another 4/5
Andrea Cisi – Cronache dalla ditta 4/5
Isabel Colegate – The Shooting Party 4/5
Barbara Comyns – Our Spoons Came from Woolsworth 4/5
Douglas Coupland – Eleanor Rigby 4/5
Buone letture a tutti!

Eleanor Rigby di Douglas Coupland

giugno 2, 2013 § Lascia un commento

Eleanor Rigby

Where does loneliness come from?

Lizz Dunn, la protagonista di Eleanor Rigby, è una donna sola

My name is Lizz Dunn. I’ve never been married, I’m right-handed and my hair is deep red and wilfully curly. I may or may not snore-there’s never been anybody to tell me one way or the other.

e ci tiene a descrivere la sua solitudine, e la sua personalità, nel modo meno romantico possibile:

I’m not cheerful or domestic. I’m drab, crabby and friendless. I fill my days fighting a constant battle to keep my dignity. Loneliness is my curse-our species’ curse-i’ts the gun that shoots the bullets that make us dance on a saloon floor and humiliate ourselves in front of strangers.

Fin da bambina il motivo per cui certe persone hanno successo nella vita, ed altre no, è stato un mistero per lei, la sua vita una lotta constante, fino a quando un giorno, fuori dalla videoteca da cui ha appena noleggiato diversi film lacrimevoli che le terranno compagnia dopo l’estrazione dei denti del giudizio prevista per il giorno successivo, contemplando la cometa di Halley Liz prende una decisione improvvisa:

I decided that instead of demanding certainty from life, I now wanted peace. No more trying to control everything – it was now time to go with the flow. With that one decision, the chain-mail shroud I’d been wearing my entire life fell from my body and I was light as a gull. I’d freed myself.

Sembra quasi il risultato di questa decisione l’improvvisa chiamata che la porta al capezzale del figlio ventenne Jeremy, un figlio avuto a sedici anni e dato subito in adozione, un figlio di cui nemmeno la sorella e il fratello sono a conoscenza. La riunione con il figlio ha un effetto galvanizzante e riappacificante insieme: He behaved as if I was making him happy, simply by being me. What a novel idea. Purtroppo Jeremy è affetto da distrofia muscolare, e una versione piuttosto avanzata e dalla progressione veloce.

Non sono ancora sicura di cosa penso di questo romanzo. Sicuramente la narrazione in prima persona di Liz, che ci parla dal futuro e ha l’abitudine di evitare completamente un argomento fino a quando non è più possibile farlo, e quindi ci catapulta all’improvviso nel bezzo di un evento inaspettato, a volte anche estremamente surreale (sto pensando all’episodio dell’aeroporto in particolare), è avvincente, ma a tratti le sue riflessioni sulla solitudine e sulla mortalità (o semplicemente la morte) riescono ad essere vagamente noiose. Nel complesso una storia di evoluzione personale che nonostante la trama e il finale riesce ad evitare del tutto la svenevolezza grazie ad una profondissima e dolentissima tristezza che risulta piuttosto affascinante.

Our Spoons Came from Woolworths di Barbara Comyns

giugno 2, 2013 § Lascia un commento

Our Spoons Came From Woolsworth (I miei anni a rincorrere il vento nella traduzione italiana) è l’autobiografia romanzata dell’autrice, Barbara Comyns, che a ventun’anni e negli anni Trenta si ritrova a Londra, velocemente sposata ad un artista povero in canna e in possesso di un orribile carattere, la cui famiglia la incolpa di averlo irretito, abbassato al suo livello, e quando rimane incinta del primo figlio, anche di averlo incastrato con una famiglia quando la sua arte richiede tutta la sua attenzione. La protagonista del romanzo, Sophia, è totalmente naif, al punto da stupirsi e intristirsi grandemente quando scopre di essere incinta:

I had a kind of idea if you controlled your mind and said “I won’t have any babies” very hard, they most likely wouldn’t come. I thought that was that was meant by birth-control, but by this time I knew that idea was quite wrong.(37)

La serie di disavventure che si abbatte su di lei (e che lei stessa, occasionalmente, si autoinfligge) viene raccontata con un tono a metà tra il bambinesco e il distaccato, rendendo a volte necessario rileggere più volte qualche frase, nella convinzione di aver capito male. Il mondo le propina un modello di femminilità che nel suo caso di sicuro non è di aiuto:

There were stories, too, telling how much more men loved their wives if they were domesticated and had some children. In some of the stories the wives used to prefer going to work every day instead of doing the housework and having a baby. Their husbands always left these selfish wives, but just at the last minute before anything drastic happened, the wife would become all domesticated or find she was having a “little treasure” and the husband would come back. (48)

Anche professionalmente Sophia fatica a trovare un suo ruolo: si considera un’artista commerciale, e non valuta positivamente nemmeno i suoi scritti, che teme non possano essere considerati ‘libri veri’ a causa della sua scarsa educazione, ma nonostante tutto insiste, e alla fine sappiamo che l’happy ending non è solo quello sentimentale, ma anche il fatto di poter entrare in una libreria e comprare quello che è diventato, a tutti gli effetti, a real book:

I know this will never be a real book that business men in trains will read, the kind of business men that wear stiff hats with curly brims and little breathing holes let in the side. I wish I knew more about words. Also I wish so much I had learnt my lessons at school. I never did, and have found this such a disadvantage ever since. All the same, I am going on writing this book even in business men scorn it. (54)

Dove sono?

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