Eleanor Rigby di Douglas Coupland

giugno 2, 2013 § Lascia un commento

Eleanor Rigby

Where does loneliness come from?

Lizz Dunn, la protagonista di Eleanor Rigby, è una donna sola

My name is Lizz Dunn. I’ve never been married, I’m right-handed and my hair is deep red and wilfully curly. I may or may not snore-there’s never been anybody to tell me one way or the other.

e ci tiene a descrivere la sua solitudine, e la sua personalità, nel modo meno romantico possibile:

I’m not cheerful or domestic. I’m drab, crabby and friendless. I fill my days fighting a constant battle to keep my dignity. Loneliness is my curse-our species’ curse-i’ts the gun that shoots the bullets that make us dance on a saloon floor and humiliate ourselves in front of strangers.

Fin da bambina il motivo per cui certe persone hanno successo nella vita, ed altre no, è stato un mistero per lei, la sua vita una lotta constante, fino a quando un giorno, fuori dalla videoteca da cui ha appena noleggiato diversi film lacrimevoli che le terranno compagnia dopo l’estrazione dei denti del giudizio prevista per il giorno successivo, contemplando la cometa di Halley Liz prende una decisione improvvisa:

I decided that instead of demanding certainty from life, I now wanted peace. No more trying to control everything – it was now time to go with the flow. With that one decision, the chain-mail shroud I’d been wearing my entire life fell from my body and I was light as a gull. I’d freed myself.

Sembra quasi il risultato di questa decisione l’improvvisa chiamata che la porta al capezzale del figlio ventenne Jeremy, un figlio avuto a sedici anni e dato subito in adozione, un figlio di cui nemmeno la sorella e il fratello sono a conoscenza. La riunione con il figlio ha un effetto galvanizzante e riappacificante insieme: He behaved as if I was making him happy, simply by being me. What a novel idea. Purtroppo Jeremy è affetto da distrofia muscolare, e una versione piuttosto avanzata e dalla progressione veloce.

Non sono ancora sicura di cosa penso di questo romanzo. Sicuramente la narrazione in prima persona di Liz, che ci parla dal futuro e ha l’abitudine di evitare completamente un argomento fino a quando non è più possibile farlo, e quindi ci catapulta all’improvviso nel bezzo di un evento inaspettato, a volte anche estremamente surreale (sto pensando all’episodio dell’aeroporto in particolare), è avvincente, ma a tratti le sue riflessioni sulla solitudine e sulla mortalità (o semplicemente la morte) riescono ad essere vagamente noiose. Nel complesso una storia di evoluzione personale che nonostante la trama e il finale riesce ad evitare del tutto la svenevolezza grazie ad una profondissima e dolentissima tristezza che risulta piuttosto affascinante.

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