E poi, Paulette… di Barbara Constantine

luglio 31, 2013 § Lascia un commento

E poi, Paulette… è un romanzo garbato e divertente, che grazie ai suoi capitoli brevi e ai suoi personaggi originali e sopra le righe riesce a raccontare con leggerezza (leggerezza, non superficialità) una storia interessante, che ci può far pensare ad alcuni problemi sociali con un’ottica diversa e forse un po’ di speranza in più.

E poi, Paulette...Ferdinand vive solo nella sua grande fattoria da quando il figlio, la nuora e i due nipotini si sono trasferiti vicino al ristorante che gestiscono. Quando la vicina di casa Marceline rimane letteralmente senza un tetto sopra la testa, Ferdinand la invita a trasferirsi da lui, insieme ai suoi animali – un cane e un asino – fino a quando non saranno ultimati i lavori di riparazione. La convivenza si rivela molto piacevole, e così quando la nuora chiede a Ferdinand di invitare da lui anche il suo padre adottivo, rimasto recentemente vedovo e ora in depressione, ci vuole un attimo a rendere agibile un’altra camera. Lo spazio è così tanto che anche le sorelle Lumiere, spaventate da un nipote spaccone che vuole la sua eredità in anticipo, possono trovare il loro angolino e quando la più vecchia delle due comincia ad avere problemi di salute basta aspettare fuori dalla scuola per infermiere e trovare qualcuno che sia disposto a dare una mano in cambio di vitto e alloggio…

Una vera e propria catena, in cui anziani e giovani si ritrovano quasi per caso a vivere in comunità e rinforzano questa scelta invitando sempre nuove persone. Ognuno contribuisce al menage comunitario come può, sia economicamente che in altri modi, dimostrando una saggezza forse poco realistica, ma sicuramente molto accattivante. Non potrebbe essere questo il nostro prossimo modello di vita? Speriamo…

The Memory Box di Margaret Forster

luglio 30, 2013 § Lascia un commento

Margaret Forster mi ha incuriosito molto grazie a questo blog, che ne parla molto anche se non c’è una recensione di The Memory Box. La trama di questo romanzo è molto interessante: la protagonista, Catherine, si ritrova costretta ad affrontare il ricordo della madre Susannah, morta quando lei aveva pochi mesi, grazie ad una scatola dei ricordi che quest’ultima aveva preparato negli ultimi mesi di vita, e che Catherine si era sempre rifiutata di vedere, preferendo considerare la matrigna Charlotte la sua vera e unica madre. Ora però che sia suo padre che Charlotte sono morti, e la loro casa deve essere velocemente svuotata per la vendita, Catherine ritrova la scatola in soffitta e non può far altro che portarla a casa con sé, finendo con l’esserne ossessionata, anche se gli oggetti che vi ritrova diventano l’occasione per un percorso di crescita e di scoperta.

The Memory BoxLe riflessioni che lo scontro di Catherine con la morte dei genitori (sia biologici che ‘adottivi’) e con la memoria – per anni rifiutata – della madre Susannah porta alla luce, senza parlare degli oggetti impacchettati da quest’ultima nella scatola dei ricordi, sono molto interessanti e condivisibili. Nonostante questo, inizialmente hanno un sapore un po’ didascalico, anche se mi sembra che con il passare delle pagine la narrazione diventi più fluida (a meno che non sia stata io ad abituarmi al tipo di scrittura, invece). L’espediente grazie al quale l’autrice ci parla sia della vita di Catherine che della madre Susannah è intrigante: una misteriosa scatola dei segreti, riposta in soffitta da trentun’anni, rifiutata da Catherine per dieci anni (a lei viene svelata l’esistenza di questa scatola in occasione del suo ventunesimo compleanno) e ora, una volta aperta, ancora più misteriosa in quanto gran parte degli oggetti che vi sono stati riposti non hanno un significato immediatamente riconoscibile e non c’è una lettera accompagnatoria. Il mistero della scatola però non è per nulla un mistero, semplicemente Catherine negli anni si era sempre rifiutata di sapere qualcosa della madre e ora che ne è incuriosita, l’unica persona ancora in vita che può raccontarle qualcosa è una persona parziale e inacidita e di fatto non si raggiunge mai una vera soluzione del mistero, anzi si può dire che l’ultima parte del romanzo è un lungo anti climax.

Lettura interessante però anche abbastanza lenta, a tratti noiosa: quando Catherine decide di investigare sull’origine degli oggetti ci si aspetterebbe qualcosa di più rocambolesco, invece le sue ricerche sono piuttosto dimesse anche se risultano comunque piuttosto inverosimili, per tutta una serie di ragioni (lo stesso astio di Catherine nei confronti della madre non è molto verosimile, sebbene necessario per sviluppare la trama). Nel complesso comunque una lettura piacevole, spero di poter apprezzare di più qualche altro romanzo di questa autrice, fra l’altro molto prolifica.

White Oleander di Janet Fitch

luglio 25, 2013 § 2 commenti

White Oleander è esattamente il genere di libro che normalmente eviterei come la peste, perché unisce un linguaggio lirico a una storia estremamente tragica, e sebbene questi due elementi non sono necessariamente negativi, molto spesso insieme sono il segnale perfetto per il genere di narrazione che non amo per nulla, ovvero un misto di autocommiserazione e celebrazione della depressione. The End of the Story di Lydia Davis è uno dei pochi esempi di narrazione perfettamente riuscita che utilizza un linguaggio ricco e affronta una tematica deprimente (la fine di una storia, come enuncia il titolo). White Oleander si colloca molto lontano da questo ideale (e che comunque io ho apprezzato solo fino a un certo punto, proprio perché non è il mio genere).

White OleanderIl romanzo racconta la storia di Astrid, una ragazzina che finisce in affidamento poiché la madre Ingrid ha assassinato (in modo piuttosto bizzarro e complicato) il suo ex amante, che l’aveva scaricata dopo che lei aveva buttato al vento tutte le sue regole e filosofie di vita. Se crescere con Ingrid non è stato semplice, le varie famiglie affidatarie che vengono affibbiate alla nostra protagonista sono decisamente tragiche (e mi domando se davvero gli affidamenti funzionano così negli Stati Uniti – e forse anche in Italia – un po’ come andare a fare la spesa). Ovviamente si tratta di una storia di formazione, in cui le varie vicissitudini accompagnano Ingrid nella sua crescita e nel suo tentativo di staccarsi dall’influenza ipnotica della madre e di crearsi una propria vita al di fuori della sua influenza.

Nel complesso ammetto che si è trattato di una lettura coinvolgente, e che l’autrice è riuscita a rendere molto l’idea di questa California abitata da bizzarri personaggi e frustata dal Santa Ana che fa impazzire ancora di più la gente. Nonostante questo, il romanzo ha dei bei difetti, soprattutto è poco realistico: la serie di disgrazie che capitano a Ingrid, il tipo di persone che incontra nei suoi vari affidamenti, le sue stesse scelte, il suo comportamento, sono poco credibili ed eccessivamente melodrammatiche. Da questo romanzo il film del 2002, già visto all’epoca. Rivisto ora, ammetto che regge solo se non si conosce il libro. Di fatto taglia e semplifica parecchio la storia, sbiadendola di molto.

Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante

luglio 24, 2013 § 3 commenti

Seguito del bellissimo L’amica geniale, già recensito qui, Storia del nuovo cognome mantiene pienamente e anzi supera le promesse e fa perdonare anche il finale brusco (anche perché questa è una trilogia, per cui prima o poi uscirà l’ultimo volume, speriamo già quest’anno). Mi pare impossibile aver letto anni fa (stiamo parlando del 2007) La figlia oscura e di non averlo apprezzato, forse ero troppo immatura io, prima o poi lo rileggerò.

Storia del nuovo cognomeE’ chiaro che uno dei temi principali della Ferrante è questo rapporto ambivalente con Napoli: quanto ci si può allontanare dalle proprie origini? Quanto si può rifiutare prima di perdere quello che ci rende ‘noi’? Quanto si può mediare tra un passato che ci ha creati e un futuro a cui aspiriamo, quanto è difficile? Lila e Lenù continuano a combattere, combattere contro Napoli, contro il rione, contro una mentalità che le vuole nei ruoli di sempre, incasellate, assorbite da una vita che le vuole smussare fino a renderle uguali a tutte le altre. Eppure loro resistono, resistono sbagliando, scontrandosi anche fra di loro, pentendosi e arrabbiandosi e provando dolore, ma riuscendo infine, a mio parere, a rimanere fedeli a sé stesse e anche al rione. Non dimenticano da dove arrivano, e il buono di un passato e di un luogo che non è solo qualcosa da cui scappare. Eppure non dimenticano dove vogliono andare, anche se questo obiettivo è spesso oggetto di ripensamenti, dubbi e pentimenti.

Il fatto è che questi romanzi danno una gran dipendenza, non si possono lasciare fino a che non sono finiti, e poi quando sono finiti ci si continua a pensare, e mancano. E allora consiglio a tutti di leggerli, perché meritano davvero.

Ognuno muore solo di Hans Fallada

luglio 23, 2013 § Lascia un commento

Geoff Wilkes nella postfazione afferma che in questo romanzo Hans Fallada comprende e celebra la banalità del bene, e che questo è ciò che rende questo romanzo così importante. Ognuno muore solo racconta la storia di Otto e Elise Hampel, una coppia di lavoratori di Berlino che, a seguito della morte del loro unico figlio in battaglia, decidono, pur essendo stati disinteressati alla politica fino a quel momento, e semmai simpatizzanti del nazismo, di impegnarsi in un’attività di resistenza, ovvero di scrivere cartoline in cui incoraggiavano i cittadini tedeschi alla resistenza nei confronti del regime, e di abbandonarle in edifici pubblici particolarmente frequentati. La loro storia si intreccia ad altre persone, come l’investigatore che sta indagando su questo mistero delle cartoline o alcuni coinquilini del condominio dove risiedono, o la fidanzata del figlio.

Ognuno muore soloE’ importante leggere anche libri su com’era la vita sotto il regime, la vita del cittadino medio, intendo. E da questo lungo ma appassionante affresco si può evincere che il coinvolgimento delle persone nel nazismo fu più una questione di opportunismo o di sopravvivenza, che di convinzione politica o condivisione ideologica. Qui non si parla molto degli ebrei, eppure si ricrea un mondo di sospetti, delazioni, spie: tutti si osservano e spesso le denunce vengono fatte non tanto per ottenere qualcosa quanto per la paura di cosa potrebbe succedere se qualcuno scoprisse che una denuncia non è stata fatta. In questa ambientazione paranoica, è rinfrescante la stoica e pura ostinazione dei due protagonisti, che scelgono un’attività di resistenza forse poco importante, ma come sottolinea Otto, in fin dei conti è pur sempre un’attività  per cui stanno rischiando la vita, e a nessuno si può chiedere di rischiare qualcosa di più della vita stessa.

Nel mondo ricreato da Fallada, non ha poi molta importanza il risultato effettivo di queste azioni di resistenza, ciò che importa è che i protagonisti che si ribellano sconfiggono il nazismo in termini ideali, rifiutandosi moralmente di accettare la situazione esistente, sforzandosi di sovvertire l’ordine costituito, rischiando il tutto per tutto. Un romanzo certo angosciante, e triste, però anche bizzarramente speranzoso.

Il dolce frutto di Elaine Dundy

luglio 15, 2013 § 15 commenti

Il dolce fruttoNon so bene cosa mi aspettassi da questo romanzo, ma evidentemente non ci ho trovato questo granché. Il dolce frutto è un romanzo semi-autobiografico e racconta le vicissitudini di una giovane ragazza americana a Parigi. Sally Jay Gorce da bambina scappava sempre di casa fino a quando lo zio Roger la convocò a casa sua per capirne le motivazioni. Sally Jay voleva la sua libertà per ‘star fuori fino a tardi e mangiare tutto quello che mi piace quando mi pare’. Non solo, non vuole che le vengano presentati ‘tutte le madri, i padri e i fratelli delle mie compagne di scuola. E altre simili robacce. Non mi lascerei presentare a nessuno. Non ho mai desiderato conoscere nessuno di quelli che mi hanno presentato. Ho voglia di conoscere tutta l’altra gente…’. Così lo zio Roger, molto comprensivo, le offre un patto: Sally Jay smetterà di scappare di casa e otterrà, all’ottenimento del diploma, due anni in Europa finanziati da lui. E così diversi anni più tardi, Sally Jay è a Parigi e pare che le sue aspettative nei confronti della libertà non siano tanto cambiate…

L’autrice della postfazione, Camilla Baresani, traccia un limite molto preciso tra la letteratura rosa tradizionale (harmony, romance…) e la chick lit affermando che in quest’ultima le protagoniste non sono donne melense bensì persone consapevoli e auto ironiche, e non cercano necessariamente l’amore della propria vita, bensì un po’ di sano divertimento. Mi pare che la situazione sia parecchio più sfumata di così, però capisco l’idea di base: Il dolce frutto è una specie di antenato della chick lit odierna, solo scritto meglio. Ed effettivamente è scritto bene, con dei dialoghi spesso fulminanti, delle osservazioni taglientissime e spesso divertentissime. L’idea che siano praticamente tutti episodi reali (l’autrice disse qualcosa come ‘le parti insensate sono tutte vere, quelle logiche le ho inventate’) non so se sia più spassosa o più angosciante.

Il dolce frutto è quindi un romanzo piacevole e scorrevole, eppure non mi ha coinvolto o interessato più di tanto, sarà che forse è invecchiato male, oppure magari è uno di quei romanzi generazionali che ha senso solo per il lettore in fase di contestazione più o meno adolescenziale. Il problema della contestazione è che si finisce comunque con l’obbedire ad un set di regole, solo che sono esattamente l’opposto di quelle che volevamo abolire. Sarebbe stato più interessante se in qualche modo la protagonista ci avesse dimostrato di saper scegliere qualcosa non perché è qualcosa che i genitori non le avrebbero permesso, ma semplicemente perché le piace, fosse anche solo un vestito (notevole la sua preoccupazione per i vestiti, che risultano sempre totalmente inadatti alla situazione, anche se in un paio di episodi la cosa non mi meraviglia affatto…)

La notte ha cambiato rumore di María Dueñas

luglio 14, 2013 § 2 commenti

Ennesimo (casualmente) polpettone storico che mi capita tra le mani in questo periodo così consono. Affascinante, avvincente, avventuroso e persino romantico, La notte ha cambiato rumore racconta la storia di Sira Quiroga, una modesta sartina di Madrid. Sono gli anni Trenta e Siri sta per sposarsi quando conosce un uomo carismatico che le fa perdere la testa, la seduce e la porta via con se (ovviamente senza sposarla). A seguire rivelazioni familiari, un trasferimento nel Marocco spagnolo e improvvisi sconvolgimenti che costringeranno Sira a rimboccarsi le maniche e, grazie a nuove, impensabili amicizie, aprire un atelier ad Algieri. E sullo sfondo di una guerra civile, il regime franchista e le prime avvisaglie della seconda guerra mondiale, Sira viene invitata a dare il suo contributo in un modo che non avrebbe creduto possibile: facendo la spia. 

La notte ha cambiato rumoreAmmetto che la catena di avvenimenti in cui Sira rimane coinvolta sono piuttosto improbabili, e che la catena di incredibili disgrazie che la perseguita è davvero notevole, eppure sono piccolissime pecche in un romanzone di ampio respiro che coinvolge riuscendo anche a presentare delle ambientazioni storicamente interessanti e più generalmente anche piuttosto inedite (per lo meno rispetto alle mie solite letture). Il tema dello spionaggio è sempre affascinante, così come il mondo arabo, e in generale l’autrice riesce a creare molti personaggi secondari davvero accattivanti (Felix, Candelaria). E’ un romanzo di quasi settecento pagine, ma non le sentirete nemmeno, fidatevi! A quanto pare recentemente l’autrice ha pubblicato il suo secondo romanzo, spero mantenga lo stesso livello, io intanto lo segno per l’estate prossima!

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