84 Charing Cross Road di Helene Hanff

agosto 27, 2013 § 4 commenti

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84 Charing Cross Road è un libro che temevo molto, in parte perché ne ho letto tante meraviglie da lasciarmi totalmente intimidita e anche piena di aspettative, in parte perché essendo un libro epistolare temevo di potermi annoiare o di trovarlo poco avvincente (nonostante abbia avuto diverse riprove del fatto che questo genere funziona per me, rimango ancora un po’ titubante).
Helene Hanff era una sceneggiatrice (e scrittrice ovviamente) americana che viveva fra gli anni Quaranta e Cinquanta in una New York in cui era difficoltoso se non impossibile procurarsi copie decenti dei libri che lei desiderava leggere (titoli britannici e spesso volumi piuttosto oscuri). Grazie ad una pubblicità nel 1949 Helene contatta il negozio di libri usati londinese Marks & Co., chiedendo se era possibile acquistare determinati titoli. Da questo primo contatto nasce una corrispondenza, divertente e commovente, con Frank Doel, impiegato della libreria, e anche con diversi suoi colleghi. Helene li aiuta anche a superare il razionamento con pacchi alimentari nelle occasioni festive e spera sempre di poter andare a Londra non solo per conoscere fisicamente il luogo che già ama grazie alla letteratura, ma anche per visitare la libreria e soprattutto conoscere i suoi corrispondenti.

Quando Helene pubblicò questo libro nel 1970 ebbe finalmente la possibilità di viaggiare fino a Londra (grazie all’anticipo del suo editore inglese, che la voleva lì per pubblicizzare il libro, e grazie ad una serie di fortunate circostanze economiche). Durante questo viaggio Helene tenne un diario che fu poi pubblicato con il titolo di The Duchess of Bloomsbury e che è incluso nella mia edizione (non me lo aspettavo, perché in copertina non è riportato) ma che ho intenzione di leggere in un secondo tempo, perché le cose così buone vanno dilazionate nel tempo.

Mrs. Kimble di Jennifer Haigh *spoiler*

agosto 26, 2013 § Lascia un commento

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Mrs. Kimble racconta la storia di tre donne, le tre mogli di Ken Kimble, un uomo camaleontico e ambiguo che sembra reinventarsi nello spazio di un secondo. Trovo un po’ inverosimile la capacità di seduzione di Ken Kimble, forse comprensibile se si pensa che tutte le donne che riesce a sposare o comunque a circuire sono particolarmente vulnerabili per qualche motivo – Birdie è la prima moglie, e Ken la sposa quando lui ha trentadue anni ma lei solo diciotto; Joan è reduce da un intervento al seno che l’ha lasciata sfigurata e incapace di riprendere la sua carriera giornalistica; Dinah infine è afflitta fin dalla nascita da una grande voglia sul viso per la quale è sempre stata presa in gira, emarginata o per lo meno fissata quasi fosse un mostro.

Ken Kimble è un pastore ma il suo comportamento è assolutamente vergognoso. Per dare un’idea di quello che combina in tutto il romanzo: abbandona la prima moglie, Birdie (sposata quando lei aveva solo diciotto anni, e lui trentadue) e i suoi due figli e se ne scappa a fare l’hippy con una sua studentessa, che poi abbandona per sposare un’ereditiera ebrea. Con lo zio di lei, che lo accoglie nella sua impresa immobiliare, si finge ebreo. Quando Joan capisce di non poter avere figli pur desiderandoli molto, Ken torna dalla prima moglie e, fingendo di volersi riappacificare con lei e di voler riprendere confidenza con i figli portandoli in vacanza, li porta a vivere con sé (per fortuna loro scoprono il suo piano e scappano, tornando dalla madre).

Finale piuttosto positivo tutto sommato (tranne per la povera Joan) ma nel complesso romanzo davvero miserevole, per quanto ben scritto. Si sente la mancanza del punto di vista di Ken, e anche a volte è davvero difficile capire il comportamento delle sue mogli, anche se questo immagino sia normale dato che accade anche nella vita reale e non solo nei romanzi. Tutto sommato non lo consiglierei.

Incanto di Pietro Grossi

agosto 23, 2013 § Lascia un commento

Di Pietro Grossi sento parlare dai tempi di Pugni e de L’acchito, ma solo trovandomi di fronte Incanto ho ceduto: mi pareva una versione toscana di Io non ho paura di Ammaniti (non so esattamente come questa idea mi sia entrata in testa) e mi pareva un’ideale lettura estiva. In realtà il romanzo è molto diverso, e non credo che parli in modo particolare di amicizia o della formazione del protagonista o dei tre amici, anche se è difficile centrare il succo del discorso, forse una specie di universale ennui?

13146546La storia inizia in un paesino toscano dove non c’è poi questo granché da fare. Il protagonista, Jacopo, frequenta abitualmente l’amico Biagio, un ragazzino silenzioso e dedito ad inarrestabili vagabondaggi notturni, ed il sofisticato Greg, di famiglia molto facoltosa. Quando Greg trova una moto in un capanno della sua proprietà, i tre decidono di rimetterla a posto con l’aiuto del meccanico Paolino. E quando la moto è pronta, la inaugurano su uno spezzone morto di strada, recentemente asfaltato. Le giornate spese sulla Stradaccia sono sia l’apice che l’inizio del declino per i tre ragazzini, quel magico momento di passaggio che King è bravissimo a descrivere nei suoi romanzi, e che anche Grossi ha colto meravigliosamente: l’infanzia sta finendo, così come l’amicizia senza se e senza ma, in compenso si comincia ad avere un’idea di quello che può essere il futuro.
E il futuro sembra davvero meraviglioso: Jacopo viene selezionato dalla prestigiosa università di Glasgow per una borsa di studio in matematica, Biagio viene notato da un talent scout e comincia a correre professionalmente in moto, Greg eredita l’impero del padre. Eppure Jacopo, che è il vero protagonista di questo romanzo, prima o poi viene sempre roso dal tarlo della domanda ‘a che cosa serve’? Una domanda scomoda, che già la sua insegnante di matematica al liceo aborriva e censurava. Una domanda che lo spinge a cambiare facoltà e ad impegnarsi negli studi di fisica, una domanda che continua a martellarlo e a fargli mettere in dubbio tutto, finché un giorno viene assillato da un dubbio più grande degli altri.
Credo che la parte migliore del romanzo sia la prima: l’estate pesante della campagna toscana, l’amicizia semplice fra ragazzini, le gare in moto sono rese benissimo. E’ un’atmosfera molto maschile ma anche molto reale. Poi la narrazione si sposta a Glasgow e sembra quasi incanalarsi, sfruttando argomenti un po’ lisi: l’ambientazione straniera, gli ambienti di successo, l’accademico sfigatello che però attrae delle ragazze bellissime e che però non è capace di impegnarsi… Forse è vero come dicono i lettori di Grossi del primo minuto che si sente che questo è il primo romanzo, sono perciò curiosa di provare i suoi racconti. In ogni caso, lettura piacevole ed interessante.

Matrimonio a Bombay di Julia Gregson

agosto 20, 2013 § Lascia un commento

Matrimonio a Bombay è un romanzo scorrevole e simpatico nonostante conti ben 500 pagine, che però tutto sommato si fanno leggere per passare qualche ora di relax senza pretese. Piuttosto fuorviante sia il titolo che la copertina dell’edizione Newton Compton: da East of the Sun si passa a Matrimonio a Bombay con tanto di immagine di una donna indiana e triste sullo sfondo del Taj Mahal: in realtà la storia non riguarda, come verrebbe da pensare, un matrimonio indiano combinato, né il Taj Mahal viene mai nominato.

Tre ragazze inglesi si imbarcano per Bombay nell’autunno del 1928: la bella Rose sta andando a sposare un capitano di cavalleria, Jack, conosciuto a Londra, l’amica Tor (Victoria) l’accompagna per farle da damigella d’onore e poi passare la stagione in India presso una cugina, nella speranza di accalappiare un marito. Viva è la loro chaperon e sta tornando in India per recuperare un baule appartenuto alla sua famiglia, che lì è morta. Paure e speranze e aspettative vengono confermate o deluse nell’arco di un anno.

Anche se la storia è scorrevole, devo dire che è anche abbastanza inconcludente e mi meraviglia che il romanzo abbia vinto un premio (Romantic Novel of the Year (RoNa’s) Award 2009) in parte perché la trama è sviluppata davvero male e anche i personaggi sono piuttosto stereotipati, in parte anche perché a dire il vero io non credo che il fulcro di questo romanzo risieda nel romanticismo, inteso come sviluppo di storia o storie d’amore. Seguono spoiler.

Rose è una ragazza molto bella e molto buona e anche ogni ora sempre più insicura della sua scelta di sposare Jack, dopo averlo visto non più di cinque volte. Lo stesso Jack si è pentito e soffre di dover lasciare la sua amata amante indiana. Non c’è da meravigliarsi se quando finalmente si ritrovano e sposano i due non riescono ad andare d’accordo e hanno grosse difficoltà ad accettare la loro nuova vita. Questa trama inoltre non viene propriamente sviluppata, non viene data voce a Jack se non inizialmente e poi la cosa si chiude per modo di dire, obliquamente e parzialmente in contumacia.

Tor si può definire un’amante della bisboccia anche se ogni volta che incontra un uomo sogna il matrimonio e i bambini, ma per qualche motivo non riesce a farsi acchiappare da nessuno e dopo mesi di stagione la madre le spedisce il biglietto di rientro e la cugina che la ospita esce definitivamente di testa. Proprio appena prima della partenza Tor però incontra per la seconda volta un ragazzo, cambia opinione su di lui, e accetta di sposarlo. Miracolosamente le cose vanno alla grande, anche se il marito – Toby – ciarla alla grande.

Viva aspira a diventare scrittrice ma inspiegabilmente molla un buon posto di lavoro per andare a recuperare un baule privo di valore in India, probabilmente per dare fastidio al suo ex amante. Ferita dalla vita e perseguitata dal passato, Viva si impedisce di aprirsi sia con Rose e Tor, che nonostante tutto diventano sue grandi amiche, sia con Frank, il medico della nave con cui sono arrivate e che si è innamorato di lei. A seguito di ulteriori disavventure causate dalla terza persona a cui aveva fatto da chaperon durante la traversata, uno studente sedicenne malato di mente di nome Guy, Viva riesce ad affrontare i suoi demoni e ovviamente si sposa felicemente con Frank e finisce perfino il suo libro.

Durante tutto il romanzo numerosissime menzioni relative a Guy, al fratello dell’uomo che ha picchiato sulla nave e che vuole vendetta, agli indiani che si stanno ribellando al giogo inglese, alla chiusura dell’orfanotrofio in cui lavora Viva, al passato della famiglia di Viva e al contenuto del famoso baule si dissolvono come una bolla di sapone.

Come Thou, Tortoise di Jessica Grant

agosto 19, 2013 § Lascia un commento

Non ricordo come sono arrivata a questo romanzo (ormai è una costante) ma sono molto contenta di averlo letto. Come Thou, Tortoise è una storia un po’ atipica, e inizialmente, come per We are family non ero riuscita a farmi prendere (non ha aiutato il fatto di perdermi ogni tanto fra gli innumerevoli giochi di parole…) ma il parallelo è continuato, infatti la protagonista Audrey (Oddly) Flowers e la sua testuggine Winnifred mi sono piaciute sempre di più. Il confronto con We are family non è così forzato: in entrambi i casi il protagonista è una persona IQ-challenged, come recita la quarta di Come Thou, Tortoise, e il fatto che Audrey abbia un IQ basso e Al Santamaria un IQ molto alto non sembra creare grosse differenze: entrambi vivono la realtà in modo alternativo, in entrambi i casi la narrativa è incentrata sul tema della famiglia e sul tema dell’assenza di qualcuno amato, e in entrambi i casi c’è un’attitudine alla vita molto particolare, che inizialmente può sembrare poco pratica e attuabile ma diventa ben presto una fonte di ispirazione (ispirazione perché chiaramente non sono modelli di vita, ma semplici fonti di riflessione).

6216433Ricapitolo con un po’ di trama: Audrey vive in Oregon ma a inizio romanzo sta partendo per la sua città natale (St. John, Canada) dopo aver lasciato la sua testuggine Winnifred ad una coppia di amici, Linda e il suo ragazzo, attore shakespeariano). Audrey sta tornando a casa perché il padre è in coma a seguito di un incidente stradale (piuttosto bizzarro, tra l’altro). Purtroppo quando atterra lo zio Thoby le comunica che il padre è morto e che Toff (l’odiato, misterioso Toff) sta arrivando dall’Inghilterra in qualità di esecutore testamentario. Da qui parte una narrazione a due voci, una è quella di Audrey che nel presente sta cercando di accettare la morte del padre e poi anche di fare luce su alcuni aspetti della sua vita che non conosceva, intervallata a ricordi della sua infanzia passata con il padre Walter e lo zio Thoby, l’altra è quella di Winnifred, che oltre a sopportare le sgraziate cure di Linda e del suo ragazzo (e a conoscere Shakespeare) ricorda le avventure vissute con Audrey e il suo ex fidanzato Cliff (uno scalatore, già!).

E’ difficile dare un’idea del sapore del romanzo, prima di tutto la narrazione è molto particolare un po’ perché Audrey vede il mondo tutto a modo suo (bellissimi i giochi di parole, quelli che ho capito per lo meno!) un po’ perché l’altra narratrice è una testuggine per cui è chiaro che è un punto di vista inedito. Anche la trama è particolare perché di fatto si tratta più che altro di un viaggio nella memoria, di un percorso di crescita e di accettazione, non succedono molte cose (o meglio, non ci sono molti grandi eventi) eppure è difficile mollare il libro. Ammetto che alla fine alcuni piccoli misteri non vengono risolti, alcuni vengono suggeriti e non apertamente enunciati e altri ancora sì, vengono chiariti. Eppure come nella vita vera le cose difficilmente sono in bianco e nero per cui va bene così.

Si tu me dices ven lo dejo todo… pero dime ven di Albert Espinosa

agosto 18, 2013 § 6 commenti

Prima esperienza dopo più di dieci di anni di lettura in spagnolo. Ho trovato nella libreria locale questa novella che mi pareva perfetta per il mio scopo sia per lunghezza che per difficoltà. Inoltre il romanzo era nella mia lista desideri, per quanto mia mamma me ne avesse già parlato non molto bene, lei infatti ne è rimasta piuttosto perplessa.

10832326Formalmente Si tu me dices ven lo dejo todo, pero dime ven è un giallo: un protagonista che ci parla in prima persona di mestiere si occupa di ritrovare bambini scomparsi e/o rapiti (come privato, non facendo cioè parte di nessun corpo statale di investigazione). All’inizio della storia, dopo quella che sembra la rottura finale del suo matrimonio, parte per Capri, dove era già stato da bambino, per occuparsi di un caso che accetta anche se di fatto tutte le sue caratteristiche lo avrebbero spinto a rifiutare, in qualsiasi altro momento.

In realtà la trama investigativa non esiste, è poco meno di un esile struttura intorno alla quale l’autore organizza una serie di episodi, preannunciati, ritardati, interrotti. Gli episodi sono, fondamentalmente, degli incontri illuminanti che hanno permesso al protagonista di crescere e che ora, ripescati dalla memoria grazie alla rottura sentimentale e al caso investigativo a Capri (luogo che per il protagonista ha un’importanza particolare) lo spingono a riflettere e a prendere una decisione importante per la sua vita. Tutta l’atmosfera del romanzo ricorda un ibrido Coehlo/Albom con un pizzico di Richard Bach.

Forse letto in un altro momento questo romanzo mi avrebbe colpito ma ora come ora mi sembra un concetto piuttosto banale rivestito di una copertura dai colori soavi ma spesso logora o mal tagliata. Per intenderci, è il classico libro buonista che da ragazzine avremmo praticamente trascritto sulle nostre Smemoranda…

We are family di Fabio Bartolomei

agosto 17, 2013 § Lascia un commento

Fabio Bartolomei colpisce ancora nel segno con We are family (purtroppo non ho trovato il suo secondo romanzo in libreria). Anche se inizialmente ho faticato ad entrare nella storia (francamente non capivo dove l’autore volesse andare a parare, solo leggendo ho capito che in fin dei conti non mi importava) quando ci sono riuscita non ho potuto che provare tenerezza e amore per questi personaggi strampalati che a modo loro ci insegnano a prendere sul serio le cose più importanti (che ovviamente spesso se non sempre non coincidono per nulla con le cose che gli adulti standard ritengono importanti).                                                                                                                                                                       La risorsa principale di Al Santamaria, bambino prodigio, infatti, è di riuscire a mantenere il candore e la freschezza dell’infanzia non solo durante l’infanzia, ma anche nell’adolescenza e nell’età adulta. E a fare questo lo hanno aiutato sicuramente i genitori, che quando diventano troppo poveri per utilizzare l’elettricità, non se ne lamentano e armati di candele giocano all’oscuramente con i figli. Ovviamente la storia non è tutta qui, ma è preferibile non anticipare nulla della girandola inventiva e bizzarra messa in moto da Bartolomei.

Una storia che invita a tornare un po’ bambini, qualche volta, e lo fa con garbo, simpatia e leggerezza.

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