The Believers di Zoe Heller

settembre 14, 2013 § Lascia un commento

The challenge of modernity is to live without illusions and without becoming disillusioned.


– Antonio Gramsci

Che cosa c’è di meglio di un romanzo su una famiglia disfunzionale? I libri a volte sembrano seguire un certo tortuoso percorso, anche se la scelta non è assolutamente voluta: prima il solitario e disadattato Mattias di Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, poi la coppia scoppiata di Wednesday Ash, infine la famiglia problematica di The Believers.

6024254Joel e Audrey Litvinoff si conoscono a Londra negli anni Sessanta e dopo qualche ora hanno già deciso di sposarsi. Eppure come ben sappiamo non è poi così importante come le storie d’amore iniziano, l’importante è come proseguono e come sono sostenute, coltivate ed annaffiate. Apparentemente la cifra stilistica della giovane moglie inglese (figlia di immigrati polacchi, in realtà) di Joel Litvinoff, brillante avvocato per i diritti civili, trapiantata in America, è stata per anni una sorta di cattiveria, di rifiuto di farsi impressionare da chiunque e da qualunque cosa. Un tratto charmant in una giovane bella donna, un po’ meno tale in una donna di ormai cinquantanove anni, in cui la cattiveria è passata dalla superficie all’essenza. Eppure l’amore per il marito, per quanto espresso in modo peculiare (solo perché nessuno potesse rubarle la scena) è sempre stato sincero e profondo. Quando Joel a causa di un ictus finisce in coma in ospedale, Audrey viene a conoscenza di una realtà molto difficile da accettare che riguarda il marito, e la sua lotta per venire a capo di questa storia si affianca alla sua testardaggine nel credere che il marito possa risvegliarsi e riprendersi.

Non è solo Audrey ad essere in difficoltà, ci sono anche le due figlie avute da Joel e un figlio adottato. Rosa dopo anni di attivismo politico perde la sua convinzione ma inizia ad avvicinarsi al giudaismo ortodosso, fra le grandi beffe della madre (sia lei che Joel ebrei, ma ovviamente atei); Karla sta avviando le pratiche per l’adozione insieme al marito, dato che non riescono ad avere dei figli, ma è chiaro che il suo non è un matrimonio felice e un incontro improvviso la renderà penosamente consapevole della situazione; Lenny è il figlio adottato, la cui madre è in prigione per rapina e che inspiegabilmente fin dall’inizio è diventato l’oggetto di un grandissimo e appassionato amore materno da parte di Audrey, che lo giustifica in tutto, forse non rendendosi conto di quanto sono diventati gravi i suoi problemi di droga, in cui continua a ricadere dopo numerose riabilitazioni.

Ho trovato la scrittura davvero godibile e vivace: nonostante le numerose pagine dedicate all’auto-riflessione dei personaggi il libro risulta scorrevolissimo e davvero interessante. Tutti i personaggi devono affrontare qualcosa non solo di molto spiacevole ma anche che pone degli interrogativi etici, e impone una scelta di vita importante. Forse non stranamente Lenny è il meno approfondito e risulta perciò anche il più antipatico, superficiale ed egocentrico. In realtà anche tutti gli altri personaggi sono a tratti poco amabili ma perfettamente veri e vividi, ed è facile tifare per loro, perché decidano alla fine di mollare e credere, e lanciarsi nel mondo, perfino la manipolativa Audrey (anche se non ho ancora deciso se il suo atto finale è più una liberazione o un atto estremo di mortificazione).

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