How It All Began di Penelope Lively

ottobre 29, 2013 § 2 commenti

Un altro bellissimo romanzo di un’autrice che amo da tempo, Penelope Lively. Dopo averla scoperta nel 2009 con Tre vite, ho continuato ad apprezzarla in Family Album e Amori imprevisti di un rispettabile biografo. How It All Began è un romanzo che riflette sulla casualità, sull’effetto che un singolo avvenimento, peraltro nemmeno particolarmente significativo e anzi piuttosto banale da un punto di vista universale, può influenzare in modo profondo molte vite.

13082293Nel caso specifico, la ormai anziana Charlotte viene scippata e gettata a terra, e si rompe quindi un’anca, ed è costretta a trascorre il periodo di guarigione a casa della figlia Rose e del genero Gerry. Impossibilitata ad insegnare alla sua classe serale, si offre di dare lezioni di approfondimento da casa, e le viene proposto di occuparsi di Anton, un immigrato dell’Est che parla inglese piuttosto bene ma ha un blocco nella lettura. La sua imprevedibile presenza in casa di Rose costituirà un diversivo piuttosto importante. Contemporaneamente, Rose è impossibilitata ad accompagnare il suo capo, Lord Henry, un anziano baronetto ex star dell’accademia nell’ambito della storia politica, ad una conferenza. Viene sostituita dalla nipote di Henry, Marion, che è una decoratrice di interni che sta vivendo una impasse lavorativa. Mentre Henry (privato delle sue note a causa di un malinteso con la nipote) fallisce miseramente nella sua conferenza, Marion conosce un uomo d’affari che si rivelerà un’occasione professionale d’oro (oppure no?). Il cambiamento dei suoi piani, comunicato al suo amante Jeremy, in un momento sbagliato, causa la rottura fra lui e la moglie Stella, eccetera eccetera.

Le conseguenze di un semplice accadimento (uno scippo) si ramifica in modo vertiginoso, travolgendo le vite delle persone in un modo che, esaminato in modo così preciso anche se piacevole da Penelope Lively, ci fa purtroppo riflettere su quanto poco influenti siano le nostre scelte di vita quotidiana: in realtà c’è una serie di avvenimenti a noi lontani ed incontri fortuiti che fornisce o sottrae alle nostre vite possibilità ed occasioni. Forse non è una riflessione piacevolissima se rivolta alla nostra stessa vita, ma nel caso del romanzo in questione provoca una narrazione davvero affascinante e per niente banale. In particolare ho apprezzato moltissimo la ‘formazione’ di Anton, a cui Charlotte insegna a leggere partendo dai libri per ragazzi (Where the Wild Things Are di Sendak e Charlotte’s Web di E.B. White, niente di meno) per non parlare dei parchi e dei musei di Londra che impara a conoscere. Consigliatissimo.

Small Island di Andrea Levy

ottobre 27, 2013 § Lascia un commento

6337511Bellissimo romanzo che intreccia i destini di due coppie molto diverse. ATTENZIONE SPOILER  Hortense sbarca a Londra nel 1948 per ricongiungersi con il marito Gilbert, conosciuto e sposato nella natia (per entrambi) Giamaica. Londra è un sogno di lunga data finalmente realizzato, ma la distanza tra l’ideale di un’Inghilterra raffinata e signorile e la Londra dura e razzista del dopoguerra è enorme. Anche Gilbert è rimasto segnato da un primo incontro con una terra madre che si è dimenticata delle sue ‘figlie’, le isole delle Indie Occidentali, come volontario della RAF durante la guerra, ma una volta tornato in patria la Giamaica sembra una small island, appunto, e sente l’esigenza di tornare in Inghilterra, un progetto che lo spinge ad unire la sua esistenza a quella di Hortense. Ma la small island è anche l’Inghilterra a cui torna Bernard, un uomo di mezza età che pensava di essersi sistemato e invece si arruola volontario nella RAF per evitare che la coscrizione obbligatoria lo destini alla fanteria (e al macello), viene destinato alla guerra coloniale e vive, in Birmania e in India, episodi che lo segnano profondamente. Per questo, una volta rientrato in Inghilterra, invece di tornare dalla moglie Queenie a Londra si ferma a Brighton, dove spia da lontano la famiglia di un commilitone morto per la stupidità di un terzo e per la sua volontà di fare la cosa giusta. Non che Queenie senta molto la sua mancanza: il non ritorno del marito la ha obbligata ad affittare delle stanze e la guerra è stata dura per lei forse più che per altre persone, eppure ora è padrona della sua vita, in qualche modo, e non legata ad un marito scelto esclusivamente per evitare un destino da schiava nella macelleria dei genitori.
I capitoli sono dedicati a questi quattro personaggi, nel presente, il 1948, ma anche in un ‘prima’ variabile in cui viene svelato il passato e il percorso di ognuno di loro. Viaggiamo quindi dall’Inghilterra alla Giamaica all’India per tornare all’Inghilterra di nuovo. Il tema principale del romanzo è lo spaesamento dei giamaicani, cresciuti nel culto della madrepatria, nel ritrovarsi in un mondo che non li riconosce e li ghettizza, ma nel confronto con la società americana (in particolare in un episodio centrale che non svelo) l’autrice sembra voler dire che in fin dei conti l’Inghilterra ha donato alle sue colonie un senso di appartenenza e di orgoglio, una conoscenza e un sapere che finiranno con il fare la fortuna di tutti gli immigrati, pronti per lottare per il loro diritto a definirsi inglesi. Certo, una visione un po’ idealistica direi (come sicuramente esagerato il ritratto dei neri americani incapaci di concepire altro rispetto alla segregazione) ma sicuramente di ispirazione. 

Nel complesso il romanzo coniuga perfettamente un ritmo veloce ed una trama appassionante con tematiche profondamente importanti. Consigliatissimo.

The Boys from Brazil di Ira Levin

ottobre 24, 2013 § 2 commenti

Ira Levin è uno scrittore che oggi è forse più famoso per le trasposizioni cinematografiche dei suoi libri che per i romanzi stessi. Fra i suoi più famosi infatti Rosemary’s Baby e La fabbrica delle mogli, da cui i film omonimI Rosemary’s Baby (1968) E La fabbrica delle mogli (1975) e il remake di quest’ultimo La donna perfetta (2004). Anche da The Boys from Brazil è stato tratto un film, omonimo, nel 1978, con Laurence Olivier e Gregory Peck.

12245208In The Boys from Brazil Yakov Lieberman, un ‘cacciatore’ di nazisti ormai fuori moda (sono gli anni Settanta) ispirato a Simon Wiesenthal, opera attivamente per rintracciare e portare alle autorità i nazisti rimasti in libertà dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il suo scopo è quello di far conoscere a più persone possibili gli orrori del nazismo, e continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica per evitare che simili atrocità accadano di nuovo.

Un giovane americano, Barry Kohler, simpatizzante del lavoro di Lieberman, lo chiama dal Brasile avvisandolo di un piano nazista per eliminare 94 persone in tutto il mondo occidentale, ma prima di poter fornire la prova di questo, viene ucciso. Gli obiettivi di questo piano sembrano altamente improbabili ma Lieberman per scrupolo di coscienza decide di indagare comunque su eventuali morti che corrispondano a quanto scoperto da Kohler. Se apparentemente tutte queste morti sembrano essere accidentali e tutte le ‘vittime’ non collegate a nazisti o anti-nazisti, quasi per caso Lieberman scopre un nesso fra due di queste persone, però un nesso talmente strano da complicare ancora di più la situazione.

Oltre ad essere ambientato negli anni Settanta, questo thriller fu anche scritto e pubblicato in quegli stessi anni, e anche se si sente, non si può negare che come thriller funzioni particolarmente bene. All’epoca probabilmente gli orrori che paventava potevano risultare anche molto più plausibili (storicamente, più che scientificamente immagino) ed inquietanti di adesso. Certo è che anche oggi è spaventoso riflettere su questa possibilità, e sulle implicazioni etiche che comporterebbe (sto cercando di non rovinare il romanzo a nessuno). Il romanzo soffre un po’ di una scrittura a tratti un po’ grossolana e spesso anche confusionaria (forse questo più che altro un effetto di un’impaginazione poco accurata della mia versione digitale) ma come direbbe Stephen King, è la storia che conta, e la storia fa venire i brividi, assicurato! Continuo a consigliare Rosemary’s Baby o La fabbrica delle mogli, che mi sono sembrati migliori di questo, ma anche The Boys from Brazil rimane una lettura affascinante.

The Collaborator di Margaret Leroy

ottobre 23, 2013 § Lascia un commento

The Collaborator (pubblicato anche come The Soldier’s Wife) è un romanzo ambientato sull’isola di Guernsey, come The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society, all’epoca della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca, ma le somiglianze finiscono qui.

Ora che il marito Eugene è al fronte, Vivienne vive nella tenuta di famiglia con la suocera e le due figlie, la quasi adolescente Blanche e la piccola Millie. Quando la guarnigione inglese viene ritirata dall’isola, Vivienne perde l’ultima possibilità di andare a Londra ospite della sorella Iris ed è costretta ad affrontare non solo la guerra, l’assenza del marito e il razionamento, ma anche l’occupazione tedesca. Quando conosce Gunther, però, uno degli ufficiali che hanno occupato la tenuta vicina alla sua, Vivienne si rende conto di provare per lui un interesse molto poco patriottico.

11253331The Collaborator è un romanzo ben documentato ma il taglio della storia lo fa sembrare storicamente inadeguato. Le molteplici liriche descrizioni, l’indecisione della protagonista e le sue scelte-non scelte così assurde stonano sullo sfondo di un’isola occupata, con pochissimo cibo, pochissimo legname per scaldarsi e i nazisti che installano campi di lavoro dove trattano in modo disumano i lavoratori, prigionieri di guerra. Vivienne non ha la minima forza di volontà e tutto ciò che accade è dovuto più alla sua incapacità di fare quello che ritiene giusto che alle sue decisioni, che non solo non sono sofferte ma non esistono proprio. La relazione che instaura con il ‘nemico’ Gunther è priva di pathos, passione, mistero. Prosaicamente i due si incontrano una notte ogni due per fare sesso e Vivienne si preoccupa solo di fraternizzare con i tedeschi ma non, per esempio, del tradimento nei confronti del marito (anche se il loro era un matrimonio infelice, non per questo è verosimile che non ci pensi nemmeno per un minuto). Particolarmente ipocrita il suo comportamento nei confronti delle figlie, assurdo il finale. In generale nessuno dei personaggi ispira empatia, sono più macchiette che persone, con battute ripetitive esclusivamente mirate ad enfatizzare la sofferta storia d’amore di Vivienne e che non danno nessuno spessore psicologico. Migliora leggermente nell’ultima parte, quando l’attenzione si sposta dalla storia d’amore di Vivienne al suo tentativo di aiutare uno dei prigionieri dei tedeschi, ma nel complesso comunque sconsigliato!

La piramide del caffè di Nicola Lecca

ottobre 22, 2013 § Lascia un commento

17161166La piramide del caffè racconta la storia del giovane Imri che, cresciuto in un orfanotrofio in Ungheria, non appena diventa maggiorenne decide di trasferirsi a Londra dove, ospite della generosa, nonché in bolletta, Lynne, trova un lavoro come commesso in una caffetteria della catena Proper Coffee. Imri è un personaggio talmente buono e positivo da sembrare quasi un sempliciotto: per lui ogni angolo di Londra è meraviglioso, la Proper Coffe è un paradiso in terra che ti offre delle grandi opportunità, è giusto dire sempre e comunque la verità nuda e cruda e sogna di vivere al St. George Wharf (che per lui assomiglia alla casa di Batman). Parallelamente alla storia di Imi, conosciamo anche l’orfanotrofio da cui proviene, e i vari orfani che sembrano tutto sommato condurre vite ben più felici di quanto ci si potrebbe aspettare.

La storia di Imri mi ha ricordato un po’ Amélie, con tanti comprimari positivi (Lynne, ma anche il collega spagnolo Jordi e il commesso di libreria Morgan) e alcuni cattivi da cartone animato (i direttori di filiale, la vicina di casa) che sono vere e proprie macchiette. Anche le macchiette, però, possono causare dei danni e ammaccare i sogni dei migliori, però nel romanzo di Lecca intervengono alcuni improbabili, svogliati super eroi che mettono le cose a posto.

Forse La piramide del caffè è un romanzo un po’ lieve, che contiene però tante verità e ha un modo delizioso di raccontarle. La sua levità, poi, viene distrutta brevemente ma catastroficamente, da un paio di accenni davvero oscuri (Esther Bathory e Myra Hindley) che aprono una fessura verso un mondo decisamente più disordinato di quanto non possa sembrare.

Nella Last’s War di Nella Last

ottobre 20, 2013 § 2 commenti

Leggere Nella Last’s War è il modo perfetto di capire davvero che cosa abbia significato la guerra (nello specifico la seconda guerra mondiale) per tutte le persone che, senza combattere al fronte, dovevano comunque vivere in una situazione che oggi è assolutamente impensabile.
Nella Last era una casalinga di 49 anni quando scoppiò il conflitto. Viveva con il marito e i due figli a Barrow-in-Furness, una località costiera della Cumbria. Il suo diario cominciò come progetto per Mass Observation, un’organizzazione di ricerca che dal 1936 agli anni Sessanta si proponeva di registrare per i posteri la vita quotidiana della popolazione inglese, sulla base di un gruppo di 500 volontari che partecipavano tenendo diari e rispondendo a questionari. Negli anni Ottanta il progetto fu rianimato e una delle conseguenze fu la pubblicazione di questo volume, in cui il diario di Nella Last venne adattato e ridotto.

863963Nella Last aveva un carattere molto forte e una personalità che esce dalle pagine, motivo per cui è piuttosto difficile immaginarla come bambina malaticcia o moglie sempre malata e sottomessa al marito, dedicata solo a lui e ai figli, mai fuori di casa se non con il marito, che comunque non amava uscire né la compagnia, nemmeno in casa.

Lo scoppio della guerra mette in luce la mentalità estremamente pratica di Nella, sia nell’aiutare gli altri sia nell’organizzare la propria casa e renderla piacevole e pulita. La sua abilità di preparare pasti buoni nonostante il razionamento e gli impegni fuori casa di volontariato è strabiliante. Ricordo molte descrizioni di come preparava i pasti partendo da pochi ingredienti poco appetibili e realizzando un ottimo piatto, o di come nelle occasioni speciali aprisse le torte preparate _mesi_ prima quando c’era più disponibilità di burro e zucchero e che aveva accuratamente conservato.

Questa mentalità fu molto utile nelle attività di volontariato per la guerra, ma lo fu anche la sua capacità di mostrare al mondo un volto sorridente, di fare battute e di essere sempre divertente e forte per gli altri, anche se dal suo diario è evidente che in realtà era una persona _ovviamente_ come tutte le altre, con i suoi dubbi e paure e i momenti di profondissimo sconforto

La decisione di contribuire allo sforzo bellico e di unirsi al WVS (Women’s Voluntary Service), di cucinare in una mensa per i militari e di occuparsi di un negozio dell’usato per raccogliere soldi per i pacchi da mandare ai prigionieri di guerra cambiò radicalmente la sua vita. Questo cambiamento e l’impegno quotidiano nonché la sensazione di essere utile agli altri costituì un considerevole miglioramento per Nella, nonostante ovviamente tutte le angosce relative alla guerra e ai due figli. Un cambiamento che la fece riflettere su quale sarebbe stato il destino di tutte le donne che durante la guerra avevano fatto cose significative e a cui dopo la guerra sarebbe stato magari chiesto di tornare alla vita di prima.

Nonostante la capacità di Nella, sempre più forte con il passare degli anni di conflitto, di godere delle cose più semplici, da una buona tazza di tè a un libro a una gita ai laghi a un buon pasto, nonostante il suo ottimo rapporto con le persone con cui entra in contatto con il suo lavoro, con i vicini e soprattutto con i due figli, nella sua casa c’è sempre un’ombra che è il rapporto con il marito. Uomo chiuso, tradizionalista, poco deciso e poco amante della compagnia e dei cambiamenti, non credo tuttavia che fosse il mostro che a volte si intravede nelle pagine del diario di Nella. Semplicemente credo che l’unione di due persone dai caratteri così diversi e opposti (il marito di Nella pensava che il riposo fosse la cosa migliore per Nella quando ebbe un esaurimento, ma per lei invece la cosa migliore sarebbe stata sentirsi impegnata e utile, e la compagnia) in un periodo in cui una moglie non si ribellava normalmente al marito, ma si assoggettava, abbia creato tensione per anni, una tensione che poi ebbe modo di sfogarsi durante il conflitto.

In ogni caso questo libro è imprescindibile, ed è davvero un peccato che non si possa leggere _tutto_ quello che Nella Last ha scritto, in parte perché alcuni diari vennero persi, in parte per decisione editoriale. In ogni caso ci sono ancora due volumi, che raccolgono il materiale scritto nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, e sono davvero ansiosa di procurarmeli!

Angry Housewives Eating Bon Bons di Lorna Landvik

ottobre 16, 2013 § Lascia un commento

Non pensavo che questo libro mi sarebbe piaciuto così tanto: non avevo letto la sinossi e l’aspetto poco invitante della mia copia (chiesta su Bookmooch, mi è arrivata addirittura da Israele, ma in condizioni davvero allarmanti, anche se niente che mi abbia effettivamente disturbato nella lettura) non mi convinceva, anche se conoscevo già l’autrice e mi era piaciuta in Patty Jane’s House of Curls.

228271Angry Housewives Eating Bon Bons è la definizione, decisamente condiscendente, che un marito dà del club del libro a cui appartiene la moglie. Di fatto si tratta di un gruppo di amiche che vivono nella stessa strada di Minneapolis, Fresia Court, e che condividono letture, dolci, sigarette, liquori, gioie, dolori e segreti dal 1968 al 1998, attraversando tutti i cambiamenti sociali e storici del periodo. Uno degli aspetti più fastidiosi a inizio romanzo è stato proprio affrontare la condiscendenza nei confronti delle donne, anche se devo ammettere che diversi dei matrimoni che vengono descritti sono veramente positivi e anzi, di ispirazione! Anche se probabilmente l’attrattiva più grande di questo romanzo è la presenza di un club del libro (ogni capitolo riporta il titolo di un libro e il nome della persona che lo ha scelto) di fatto questi libri non sempre vengono discussi nella narrativa. A volte c’è solo un tenue legame fra quello che succede e il libro scelto, ma è in ogni caso esaltante scoprire man mano i vari titoli e anche vedere come in tutto il romanzo la lettura sia considerata come una parte imprescindibile della vita delle protagoniste, tanto che, se qualcuno occasionalmente ammette di non leggere molto, riceve una  moltitudine di sguardi impietositi! In ogni caso la trama principalmente segue le vite di queste donne, ognuna delle quali si troverà ad affrontare momenti drammatici (ma anche momenti di estrema soddisfazione).

Se da un lato il susseguirsi di eventi drammatici (drammaticamente brutti come drammaticamente belli) sembra un po’ inverosimile, è vero che permette di riflettere su molte situazioni, spesso partendo da uno spunto storico, come la guerra in Vietnam o la diffusione dell’AIDS. Devo ammettere che mi sono commossa in diversi punti, e credo anche che il finale, parzialmente aperto – diversamente non penso fosse possibile – sia il migliore possibile.

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