That’s Not a Feeling di Dan Josefson

ottobre 10, 2013 § Lascia un commento

That’s Not a Feeling è un libro che mi ha deluso parecchio, anche se credo che la maggior parte di quello che mi è piaciuto sia dovuta più ad aspettative sbagliate mie che ad una mancanza del romanzo. Dan Josefson scrive bene e la sua prosa pulita e piacevole ha reso semplice continuare la lettura fino alla fine anche se non ero soddisfatta (inoltre da altre recensioni mi era sembrato di capire che da un certo punto in poi migliora, il che forse è anche vero, ma non come mi aspettavo).

13367236Benjamin viene accompagnato dai genitori a fare un tour di una scuola per ragazzi problematici a nord di New York, la Roaring Orchards School For Troubled Teens e durante la visita decidono di lasciarlo direttamente lì. Benjamin ha sedici anni e due tentativi di suicidio alle spalle e non è assolutamente contento della novità. Il romanzo racconta la routine scolastica utilizzando Benjamin come narratore anche onnisciente (cosa che non poteva essere all’epoca dei fatti narrati, ma forse poteva essere all’epoca della narrazione dei fatti, che avviene diversi anni dopo) e quindi ci presenta gli studenti ma anche il personale docente e meno e soprattutto il direttore, Aubrey.

La filosofia che sta alla base dei trattamenti terapeutici viene spesso nominata o invocata, ma mai spiegata. Assistiamo a una serie di incomprensibili e spesso incredibili trattamenti e decisioni, realizziamo che la maggior parte del personale non ha idea di cosa stia facendo e lavori più o meno nelle stesse condizioni degli studenti di cui si dovrebbe occupare, e che l’unico ad avere le idee chiare è Aubrey, ma non sembra qualcuno dotato di buon senso. L’atmosfera creata da questo romanzo mi ha ricordato moltissimo Arcadia di Lauren Groff. La scuola sembra fondata e gestita come una comune, con tutte le ingenuità e la mancanza di praticità del caso, completa di persone che sono convinte, persone che lo sono sempre meno e atti di dissenso. E’ chiaro che l’autore ha voluto presentarci questa scuola come metafora della nostra società, estremamente bizzarra e quasi completamente incomprensibile.

Il problema fondamentale per me è che pensavo che questo romanzo parlasse di un ragazzo problematico, invece Benjamin, nonostante il suo ruolo di narratore, di fatto rimane sempre sullo sfondo, è sempre sfuocato. Sappiamo che ha tentato due volte il suicidio ma la cosa non viene approfondita. A un certo punto del romanzo sappiamo che la madre si è data fuoco addormentandosi con la sigaretta accesa in mano, e duecento pagine dopo si capisce che anche lei aveva sicuramente problemi psicologici, ma la cosa rimane un accenno. In generale tutte le cose avvenute a questi ragazzi (ma anche ai docenti o al reso del personale o a Aubrey) prima della scuola e le loro dinamiche familiari non vengono affrontate. Sicuramente è tutto voluto, però significa anche che questi personaggi rimangono poco definiti ed è difficile curarsene, cosa anche positiva visto che alla fine tanto non sapremmo che fine ha fatto nessuno di loro, nemmeno Benjamin che sta scrivendo la storia. In conclusione, direi che non lo consiglio, anche se immagino che al giusto tipo di lettore privo di preconcetti possa piacere anche molto.

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