Le catilinarie di Amélie Nothomb

novembre 30, 2013 § 3 commenti

Amélie Nothomb è un’autrice fantastica e decisamente particolare. I suoi romanzi migliori per quel che mi riguarda sono quelli autobiografici, ma tutti sono meritevoli: solo uno dei tanti che ho letto mi ha proprio lasciato perplessa (Igiene dell’assassino).
9663020Le catilinarie ha un inizio molto brillante che sembra perdersi un po’ procedendo e terminare in modo che risulta curiosamente anticlimatico, ma è comunque una lettura che consiglio vivamente. Emile e Juliette sono una coppia di anziani coniugi, ma ancora innamorati come scolaretti. Dopo una vita al servizio del mondo decidono di ritirarsi e di godersi la pensione in campagna, in piena solitudine, il sogno di una vita:

Io e Juliette volevamo avere sessantacinque anni, e lasciare quella perdita di tempo che è il mondo. Cittadini dalla nascita, desideravamo vivere in campagna non tanto per amore della natura, quanto per bisogno di solitudine. Un bisogno forsennato simile alla fame, alla sete e al disgusto.
Quando abbiamo visto la Casa, abbiamo provato un delizioso sollievo: esisteva, allora, il luogo al quale aspiravamo dall’infanzia. Se avessimo osato immaginarlo, l’avremmo immaginato con questa radura vicino al fiume, con questa casa che era la Casa, graziosa, invisibile, scalata da un glicine.

La loro nuova vita in campagna è un’idillio: a breve distanza da un paesino in cui trovano il minimo indispensabile, lontano da tutto e da tutti, con l’unica eccezione di una sola casa, abitata da un medico, meglio ancora! Quando il suddetto medico, tale signor Bernardin, fa la sua visita di cortesia, è talmente silenzioso, impacciato, monosillabico da convincere i due sposini che non l’avrebbero più rivisto. Stranamente, il signor Bernardin si presenta anche il giorno successivo, dalle quattro alle sei, e poi il successivo e quello dopo ancora…
L’incombente visita quotidiana di questo essere silenzioso ed enigmatico riempie di angosce le giornate e le notti di Emile e Juliette. Emile si trova però incapace di prendere una posizione, di rifiutare l’ospitalità, di essere sgarbato. L’intrusione di un vicino maleducato lo costringe a scoprire qualcosa di sé che non conosceva, a fronteggiare la propria pusillanimità dopo sessantacinque anni di vita priva di sfide. Perché, come preannuncia Emile nei primi paragrafi di questo racconto in prima persona:

Non sappiamo niente di noi. Ci crediamo abituati a essere noi stessi. E’ il contrario. Più gli anni passano e meno capiamo chi sia la persona nel nome della quale agiamo e parliamo.
Non costituisce un problema. Che c’è di male a vivere la vita di uno sconosciuto? Forse è meglio: conosci te stesso e ti prenderai in antipatia.

I timidi tentativi di scoraggiare il signor Bernardin non funzionano, anzi evidenziano quanto maniacale sia l’imposizione della sua presenza. E quando alla compagnia si unisce anche la signora Bernardin, subitamente ribattezzata dai due coniugi ‘la cisti’ le cose degenerano e diventano sempre più surreali. Il rapporto con i vicini diventa sempre più simile a una guerra. Emile scopre in sé aspetti che non immaginava, e questa nuova consapevolezza lo allontana da Juliette, così come la consapevolezza dell’esistenza del signor Bernardin li allontana dal loro iniziale stato paradisiaco. Il tutto fino all’incredibile epilogo, che però come dicevo prima tutto sommato non mi ha colpito così tanto. Forse più che altro rattristato. Decisamente una lettura interessante anche se immagino che il tipo di scrittura non possa piacere a tutti.
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Le domande di Brian di David Nicholls

novembre 29, 2013 § Lascia un commento

Quando ho richiesto questo libro su BookMooch, l’unico motivo era l’autore, lo stesso di One Day, che mi era piaciuto molto (anche se ora, a distanza di anni, non posso dire che quel romanzo mi abbia lasciato molto). Tutti definiscono Le domande di Brian un libro divertente, funny. Ma davvero? Io mi ritrovo fuori dal coro come per quel che riguarda Fantozzi: fa ridere tutti, a me fa venire il crepacuore. Come istantanea della società italiana di un certo periodo è formidabile, ma davvero vi fa ridere? Torniamo a Nicholls. Neanche Brian mi fa ridere, o meglio le sue battute ogni tanto sono davvero divertenti e mi hanno fatto sbuffare volentieri, però in generale come personaggio l’ho trovato abbastanza odioso e anche un po’ deprimente.

Brian è uno studente delle superiori, orfano di padre, appassionato di Kate Bush e di letteratura, che si trasferisce all’università, dove si innamora perdutamente di Alice, una stronzetta dall’aspetto angelico, e fondamentalmente si umilia in tutti i modi possibili, riuscendo nel contempo a gettare alle ortiche la sua istruzione e a offendere profondamente la sua famiglia e i suoi amici, nuovi e vecchi. Per fortuna la mia esperienza universitaria è stata molto solare, anche se devo ammettere che Nicholls è bravissimo ad inquadrare certi momenti, certe sensazioni. Sicuramente sa scrivere. E bellissime le citazioni musicali e letterarie, anche se a un certo punto sembra davvero che Brian ami più l’idea della conoscenza che la conoscenza stessa. Queste sono le parti che mi hanno fatto apprezzare la lettura, peraltro molto scorrevole, di questo romanzo.

Perlomeno fino a quando sono arrivata al penultimo e all’ultimo capitolo, e Nicholls si è giocato la quarta stellina. Penultimo capitolo: ma davvero? (evidenziare per gli spoiler) Certo Brian è consapevole delle sue mancanze ma sembrava che si stesse redimendo, accettando il rapporto fra la madre e Dess, riconciliandosi con Patrick, facendo la pace con Alice (non che la meritasse, Alice sembra anche peggio di Brian). Poi all’improvviso fa la cosa più stupida dell’universo, e mi riferisco non alla risposta anticipata, ovviamente, ma proprio alla scelta di spiare le risposte. Subito dopo aver pensato che, tutte le volte in cui aveva imbrogliato in precedenza, il gioco non era valso la candela. E anche qui, Brian e la sua squadra avrebbero potuto vincere. E invece. Ultimo capitolo: ma perché? (evidenziare per gli spoiler) A distanza di tempo (un anno forse?) Brian è in vacanza con Rebecca, tutti sono felici e contenti e lui sta scrivendo di nascosto ad Alice. Ma perché? Rebecca non è mai stata credibile nel suo interesse per Brian ma comunque anche accettando questo non capisco l’interesse nei capitoli precedenti nei confronti di Lucy né l’insistenza finale di Brian nei confronti di Alice, che è evidentemente una persona poco per bene e il conseguente tradimento nei confronti di Rebecca (o per lo meno poco serietà).

Insomma, il finale di questo romanzo mi ha fatto soffrire enormemente, fisicamente. Dopo il penultimo capitolo avrei voluto lanciare il libro dall’altra parte della stanza ma ero al lavoro e dovevo contenermi. Una persona anni fa mi disse che se un romanzo suscita emozioni così forti vuol dire che è scritto bene. Non sono ancora sicura che avesse ragione, e comunque non riesco a non farmi influenzare da questi due capitoli nella mia votazione. Vi lascio con una citazione che spiega perfettamente l’approccio alla vita di Brian:

La metafora (o dovrei dire “similitudine”?) che continua a tornarmi in mente è che è stato un po’ come quando, da bambino, papà mi regalava una scatola di montaggio della Airfix. Mi sedevo al tavolo della cucina e prima ancora di aprirla controllavo di avere gli attrezzi giusti, la colla giusta, le vernici giuste, opache e lucide, e un coltellino da modellismo affilatissimo, e promettevo a me stesso che avrei seguito le istruzioni alla lettera, con pazienza, senza saltare alcuna fase, senza precipitare le cose, procedendo con cura, concentrandomi, concentrandomi a fondo, cosicché alla fine avrei avuto un modellino perfetto, l’ideale platonico del modellino di aeroplano. Ma a un certo punto qualcosa andava sempre storto (perdevo un pezzo sotto il tavolo, o facevo uno sbaffo con la vernice, o un’elica che avrebbe dovuto girare si riempiva di colla e restava incastrata, o sporcavo di vernice la cabina di pilotaggio trasparente, o le decalcomanie si strappavano mentre le applicavo), e quando lo mostravo a papà c’era sempre qualcosa, nel prodotto finale, che in qualche modo… non era come avevo sperato.

I cani e i lupi di Irène Némirovsky

novembre 28, 2013 § 2 commenti

I cani e i lupi è l’ultima opera di Irène Némirovsky, e come tale temo provochi aspettative assurdamente alte. Per me il suo capolavoro rimane Suite Francese, difficilmente eguagliabile e anche credo un libro a parte rispetto a tutto il resto della sua produzione.

La protagonista Ada è a inizio romanzo una bimba che accompagna il padre mediatore per i vari quartieri di una anonima città ucraina. Loro vivono nel ghetto, la zona più infame, in teoria anche l’unica in cui gli ebrei possono risiedere, ma si sa che i soldi e la perseveranza portano lontano e infatti gli ebrei più ricchi vivono sulla collina, in una specie di Eden, e a metà strada si assesta la borghesia. Ma la mobilità sociale è alta:

Un tale era nato nel ghetto. A vent’anni, messo insieme un piccolo gruzzolo, saliva di un gradino nella scala sociale: traslocava e andava a stare lontano dal fiume, nei pressi del mercato, al confine della città bassa; al momento del matrimonio abitava già dall’altro lato (quello proibito) della strada; e avrebbe continuato a salire, arrivando fino al quartiere dove, secondo la legge, nessun ebreo ha il diritto di nascere, di vivere, di morire. Si conquistava così il rispetto della sua gente, per la quale era a un tempo oggetto d’invidia e simbolo di speranza: scalare la vetta non era un’impresa impossibile. La fame, il freddo, la sporcizia non contavano niente davanti a un simile esempio; e dalla città bassa molti sguardi si sollevavano verso le fresche colline dei ricchi.

Come dare torto a questo popolo di oppressi, vituperati, schiacciati, perseguitati, scacciati, in perenne fuga verso un nuovo luogo, un nuovo futuro, una nuova possibilità?

I soldi fanno comodo a tutti, ma per un ebreo erano più necessari dell’aria, dell’acqua. Come vivere senza soldi? Come pagare i favori sottobanco? Come far entrare i figli a scuola quando la percentuale di ammissioni consentite era già stata raggiunta? Come ottenere l’autorizzazione per andare in un posto o in un altro, per vendere questo o quello? Come sfuggire al servizio militare? Ah, Dio mio, impossibile vivere senza soldi!

Così quando Ada e il cugino Ben fuggendo da un pogrom cercano accoglienza presso un lontano ramo della famiglia nella parte ricca della città, non meraviglia che entrambi reagiscano violentemente alla figura di Harry, il loro lontano cugino, che vive in un mondo di agi e spensieratezza: Ada sviluppa un amore che la accompagnerà per tutta la vita, Ben un odio e un furore e in entrambi questi sentimenti esaspereranno la loro già natura, congenita, storica, ricerca di qualcosa di più (anche Harry, che ha vissuto una vita da privilegiato, insegue sogni impossibili che, realizzati, non portano la felicità sperata).

Più che una storia d’amore, I cani e i lupi è la storia di questi disperati sempre alla ricerca della loro felicità promessa, sempre cacciati – una storia che si ripete e si ripete ancora…

After Dark di Haruki Murakami

novembre 27, 2013 § 2 commenti

Murakami è un autore che ho letto molto durante gli anni universitari. Oddio, molto: ho letto Tokyo Blues – Norvegian Wood, A Sud del confine, a Ovest del sole e, a prestito, La ragazza dello Sputnik, che mi è piaciuto più di tutti, tanto da averne successivamente comperata una copia tutta mia, per rileggerlo (non ci sono mai arrivata ovviamente). Come autore mi è sempre rimasto in mente, ma non ho più comperato nulla di suo fino all’inizio di quest’anno. Ero molto interessata a 1Q84 ma la mole mi incuteva un po’ timore (è sempre un rischio tornare a leggere un autore dopo anni: tante cose cambiano…) e quindi ho ripiegato su After Dark.

Questo romanzo ci descrive una notte in una non meglio specificata metropoli giapponese. Mari vuole passare la notte fuori casa (scopriremo poi perché) e legge un libro in una caffetteria. Qui incontra però un conoscente, Takahashi, che è in zona perché ha le prove con il suo gruppo jazz (provano tutta la notte, con una pausa) e attacca bottone con lei mentre mangia prima di trovarsi con gli altri musicisti. Mari rimane nuovamente sola ma non per molto: viene avvicinata da Kaoru, che ha avuto il suo nominativo da Takahashi: ha bisogno di qualcuno che faccia da traduttore per una ragazza cinese che non parla giapponese e che ha avuto un incidente. Può Mari aiutarla? Mari non sembra cercare compagnia ma decide di aiutare Kaoru e la accompagna. La ragazza cinese si rivela essere una giovanissima prostituta che è stata picchiata e derubata dal suo cliente nel love-hotel gestito da Kaoru.

Devo ammettere che i primi capitoli mi hanno lasciata un po’ indifferente, ma in breve mi sono appassionata a questa storia, che si sviluppa appunto nell’arco di una notte (ogni capitolo presenta il disegno di un orologio con l’ora). Mari sembra una persona molto riservata ma inaspettatamente la sua notte si intreccia con quelle di molte altre persone. Come al solito i dialoghi dei romanzi giapponesi hanno una qualità così diretta e trasparente: sembrano in grado di parlare di qualsiasi cosa senza filtri, senza problemi, spiegando tutto per filo e per segno, cercando di interpretare la loro realtà, il loro passato, le loro reazioni. Sono fantastici! After Dark è molto bello per la sua capacità di attraversare, in una notte, la vita diverse persone e rendercela interessante anche se abbiamo la visione solo del loro presente, con qualche sprazzo di passato e qualche intuizione del loro futuro, ma nulla più. D’altra parte, ci sono due aspetti che mi hanno un po’ indispettito: il finale aperto e l’inganno dell’autore nella trama. Per quanto riguarda il finale, è chiaro che è la struttura del romanzo a chiedere che sia aperto: è la descrizione di una notte, in fin dei conti, non una storia vera e propria. C’è però una della micro storie che Murakami inserisce nell’intreccio che rimane particolarmente e fastidiosamente aperta (di più nel paragrafo successivo). L’inganno dell’autore poi è questo: ogni tot capitoli ci sono degli ‘a parte’ che riguardano la sorella di Mari, Eri (anche la sua micro storia si inserisce nel flusso notturno, ma è un po’ a parte) e che inizialmente fanno pensare a qualcosa che poi decisamente non è, sembrerebbe un risvolto thriller o addirittura horror e c’è questa costante tensione che si affloscia quando si capisce meglio la situazione grazie a Mari.

Ora vorrei dire qualcosa in più relativamente a questi due aspetti, ma sarà un paragrafo pieno di spoiler per cui chi vuole evidenzi il testo per leggere. Dunque il finale aperto: dicevo che ci sta, è stilisticamente perfetto. Mi secca un po’ non avere scoperto che cosa leggeva Mari con così tanta attenzione 🙂 però non è _così_ importante. Mari e Takahashi stanno iniziando una bella amicizia, forse qualcosa di più, e Mari è chiaramente in procinto di migliorare il rapporto con la sorella. Kaoru e le sue dipendenti rimangono più nel limbo ma la loro trama era per forza più statica. Quello che mi ha infastidito ovviamente è stato non sapere più nulla del picchiatore folle, Shirakawa: un impiegato informatico che lavora di notte, Shirakawa è sposato con figli ma non vede mai né loro né la moglie per via dei suoi orari, che sembrano più voluti e organizzati che imposti (trova il tempo di fare ginnastica, lavarsi, frequentare un love-hotel regolarmente all’interno del suo turno). Seguiamo anche lui durante questa notte, ma non veniamo a scoprire niente di particolare: perché la sua esplosione di violenza nei confronti della prostituta cinese? e ora, che cosa succederà dato che i protettori della vittima hanno la sua foto? Certo, mi rendo conto che dal punto di vista formale anche questa micro storia è stata gestita perfettamente, però non posso che fremere al pensiero di non aver avuto quasi nessun indizio su di lui. Che senso ha questo personaggio così superficialmente tracciato? Rimane poi l’inganno di Murakami. Nei primi paragrafi dedicati a Mari sembra chiaramente suggerito che lei sia stata rapita o che il suo ‘sonno’ sia stato indotto da qualcuno che le vuole del male (ho sospettato a turno di Takahashi e anche di Mari e ovviamente di Shirakawa). A un certo punto Eri si sveglia in un capannone vuoto e dalle porte e finestre ermeticamente chiuse e trova una matita che riporta il nome Veritech, lo stesso della ditta per cui lavora Shirakawa. Poi scopriamo che in realtà questo deve essere stato un sogno, in quanto Eri dorme, sì, da due mesi, ma a casa sua, e non è sicuramente in pericolo fisico. Il sospetto che qualcuno l’abbia drogata e rapita pervade tutta la lettura del romanzo, e mi ha fatto costantemente cercare l’ambiguità nelle parole e nelle azioni di Takahashi e Mari (Shirakawa è già sciroccato in partenza). Ma è capitato anche a voi?

In conclusione: bello, davvero. Forse addirittura quattro stelle, ripensandoci. Non sono sicura se il mio prossimo Murakami sarà una rilettura o un nuovo romanzo, ma comunque non sono più impaurita dalla mole di 1Q84!

Weekly Wrap-Up ~ 25 novembre 2013

novembre 26, 2013 § 6 commenti

Camping
Eccomi con il secondo post dedicato al mio riepilogo settimanale! Ben quattro libri finiti e recensiti durante la scorsa settimana, anche se devo ammettere che erano libri poco impegnativi e ho avuto molto tempo libero al lavoro. Ritorno a Peyton Place è il seguito del famoso (una volta almeno, ora non so quanto) I peccati di Peyton Place. Si tratta di un libro godibile e anche interessante (parla molto di come il successo può influenzare una persona da molti punti di vista) ma non credo continuerò a leggere i libri di Grace Metalious (non che ne abbia scritti moltissimi, poverina, è morta giovane di cirrosi epatica e la sua vita è stata tutt’altro che felice). Vex e Kalix invece mi ha ricordato che ci sono delle bellissime e divertentissime serie fantasy/urban fantasy/mystery ecc ecc che devo continuare/completare/iniziare. Questa serie è composta di tre libri, almeno per il momento: ho letto il primo nel 2008 ma mi riprometto di leggere il terzo sicuramente entro il 2014! Con questo tomone ho passato delle bellissime ore, molto rilassante! Today di David Miller è un romanzo dedicato a Joseph Conrad. Purtroppo io di questo autore conosco ben poco (sia produzione che vita) e mi sono sentita un po’ spaesata. Non so davvero se questa sensazione sia dovuta al fatto che mi mancava il contesto o se semplicemente avrei dovuto leggere con più attenzione il libro. Devo ammettere che in questo periodo dato sono a un ottimo punto della mia sfida (leggere tutti i libri nella mia TBR – To be Read – List) tendo a leggere con una certa velocità… sono così impaziente!Non vedo l’ora di finire… Love in a Cold Climate è stato il mio libro del fine settimana, non poteva essere migliore, è una storia di nobili inglesi ricchi ed eccentrici alla Mitford (adoro queste sorelle!)

I miei propositi della scorsa settimana sono andati proprio a buon fine, e anche questa settimana inizia particolarmente bene perché ho già finito un libro (piccolino, After Dark di Murakami, e in realtà l’ho letto quasi tutto domenica pomeriggio). Il mio obiettivo è comunque finire I cani e i lupi di Irène Némirovsky, Le domande di Brian di David Nicholls (l’autore di Un giorno!) e cominciare Le catilinarie di Amélie Nothomb.

Sul fronte film, questa settimana ho visto 5 Broken Cameras, un documentario sull’occupazione israeliana candidato agli Oscar 2013 e Prometheus. Quest’ultimo è una specie di prequel di Alien. Mi è piaciuto parecchio e questa settimana io e la metà vorremmo iniziare una piccola maratona dei film di Alien. Un film alla settimana, perché di solito cenando guardiamo qualche puntata di telefilm. In questo periodo infatti stiamo guardando la terza stagione di Modern Family, che mi piace moltissimo! E’ una specie di falso documentario (all’inizio il fatto che alcuni personaggi parlassero direttamente alla telecamera in alcuni ‘a parte’ mi infastidiva, ma mi sono abituata prestissimo!) in cui assistiamo alla vita di tre coppie: Jay Pritchett, un uomo piuttosto ricco di mezza età che ha sposato in seconde nozze la bellissima e giovane colombiana Gloria, già madre di Manny, da un precedente matrimonio. Jay ha anche lui due figli di primo letto: Claire, casalinga un po’ maniacale ed ossessivamente perfettina, sposata con il fanfarone Phil, agente immobiliare (i due hanno tre figli: la maggiore, Haley, è una bella ragazza ma un po’ tarda, la secondogenita Alex è molto intelligente ma non ha una gran vita sociale e il piccolo Luke che appare un po’ storditello, avendo preso dal padre) e Mitchell, avvocato, gay, che vive da anni con il compagno Cameron, una persona decisamente sopra le righe, con cui ha adottato Lily, una bambina di origine vietnamita. Capirete che con queste premesse ci sono molte problematiche che vengono affrontate man mano in modo davvero esilarante. Credo che il personaggio che amo di più sia Cameron, forse perché è quello che mi assomiglia di meno in quanto temo di assomigliare molto di più a Claire!

Love in a Cold Climate di Nancy Mitford

novembre 25, 2013 § Lascia un commento

A inizio 2010 (pre-blog) ho scoperto le famosissime e affascinanti sorelle Mitford, grazie alla casa editrice Giunti e alla sua collana Iperborea, che ha pubblicato Inseguendo l’amore di Nancy Mitford. Love in a Cold Climate ha la stessa narratrice (Fanny) ed è ambientato nello stesso periodo, concentrandosi però su personaggi diversi. Nel gennaio 2011 ho letto Figlie e ribelli di Jessica Mitford, un memoir che racconta molti episodi dell’infanzia di queste sorelle, episodi che ritornano anche nei romanzi di Nancy, nell’agosto del 2012 Counting My Chickens, un altro memoir, questa volta di Deborah Devonshire (née Deborah Mitford). Nonostante l’interesse profondo per tutto quanto è pubblicato da e su questa famiglia, temevo di trovare questo romanzo noioso (avevo già provato senza esito a iniziarlo un paio di anni fa, durante un weekend fuori porta in moto – forse la mia concentrazione non era al massimo!), ma in realtà ho avuto una piacevolissima sorpresa!

Fanny continua a vivere la sua vita un po’ ai limiti di queste famiglie ricche ed eccentriche ma seguendone con interesse gli sviluppi. Questo romanzo si concentra su Polly (Leopoldina) Hampton, cresciuta dalla madre per fare il matrimonio del secolo. Gli Hampton sono una famiglia nobile ed estremamente facoltosa: è già abbastanza grave che Lord e Lady Montdore abbiano dovuto aspettare diciotto anni per avere un figlio, e questo figlio sia poi risultato femmina, e pertanto non in grado di ereditare la tenuta, ora pare anche che Polly sia talmente disinteressata all’amore da causare la più totale disperazione della madre. E quando le cose cambiano, lo fanno prendendo una piega totalmente inaspettata.

I libri di Nancy Mitford sono sempre divertenti: riesce a mantenere, esattamente come la sua narratrice Fanny, quella distanza/vicinanza alla upper class inglese fra le due guerre che è necessaria per dare vita a un mondo affascinante e prenderlo poi in giro per le sue assurdità ed incongruenze, ma con bonarietà, senza acidità né rancore. Un mondo così distante nel passato da permetterci di essere sfacciatamente nostalgici, e anche di stupirci davanti alla ‘modernità’ di alcune trovate dell’autrice, specialmente nel finale che è sussurrato più che urlato (c’erano dei limiti alla modernità temo) ma anche terribilmente malizioso. Rimane il seguito, Don’t Tell Alfred, in cui Fanny diventa finalmente la protagonista della sua storia, improvvisamente ricollocata a Parigi grazie al marito che viene appuntato Ambasciatore.

Today di David Miller

novembre 24, 2013 § 4 commenti

Today, di David Miller, è il frutto di un grosso acquisto fatto durante una delle offerte di Amazon sui libri per Kindle in lingua inglese. Non so assolutamente perché l’ho comprato, a dire il vero. Si tratta del resoconto di tre giorni, tre ‘today’ che ruotano intorno alla morte di Joseph Conrad (sì, lo scrittore): il suo ultimo giorno di vita, il giorno della sua morte, il giorno del suo funerale. Il romanzo è denso di personaggi che ruotano intorno allo scrittore e alla sua famiglia, ma di nessuno viene chiarito nella narrazione il ruolo e il rapporto con JC (che del resto è un grande assente): per questo c’è un elenco iniziale di una quarantina di dramatis personae. L’autore non concede nulla ai suoi lettori, e spesso è difficile inquadrare i personaggi, anche quando abbiamo capito chi sono.

Uno dei personaggi ‘principali’ è Lilian Hallowes, che lavorava come segretaria per JC. Inizialmente in visita per il compleanno del figlio più giovane, John, Lilian è chiaramente affranta dalla morte del suo datore di lavoro, ed è chiaro che prova dei sentimenti forti per quest’uomo, ma non si capisce esattamente la natura del loro rapporto (un’adorazione da parte della dipendente nei confronti di un inconsapevole datore di lavoro? una forte amicizia reciproca? qualcosa di più?) né il motivo dell’evidente antipatia da parte della moglie di JC. Questo da una parte è molto frustrante, dall’altra è ammirevole perché in fin dei conti la vita è esattamente così, senza spiegazioni.

L’autore si concentra più sulle necessità pratiche che derivano dalla morte che sui sentimenti che questa provoca, che emergono vividamente fra il comportamento bizzarramente sereno del medico e l’amico di famiglia che organizza il funerale, fra la descrizione di due personaggi che fanno colazione e quella del figlio di JC che lotta con gli abiti mentre si veste subito dopo aver appreso della sua morte. L’autore indulge in queste descrizioni di banali attività, che però a tratti risultano particolarmente significative, o uno sfondo perfetto per evidenziare la purezza istantanea di un moto di dolore, fastidio, confusione. Inoltre riflettono bene lo sconcerto di scoprire che, quando muore un nostro caro, bisogna comunque continuare a vestirsi, fare colazione, camminare: la banalità del vivere quotidiano non si ferma. Nel complesso una novella che richiede concentrazione, e ammetto di non averne avuta abbastanza in questi giorni. Anche se in molti momenti ho davvero apprezzato questa lettura, e ne riconosco la bellezza, l’ho trovata nel complesso un po’ confusionaria, forse perché non conosco (conoscevo?) nulla della biografia di Conrad. Da rileggere, penso.

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