Let The Great World Spin di Colum McCann

novembre 13, 2013 § Lascia un commento

Finalmente ho finito questo libro! Ma, come avrete capito, non è andata proprio benissimo. Let The Great World Spin (Questo bacio vada al mondo intero) è un romanzo di cui si è parlato molto. Inizialmente questo ‘hype’ mi ha spinto a comprarlo anche se non a leggerlo subito (purtroppo succede, quando ci sono troppi libri che distraggono). Nel tempo poi l’eccessivo scalpore mi ha prima infastidito e poi intimorito, e tutto sommato meglio così, in quanto forse l’impatto è stato meno brusco.

7277459Nella mia libreria di Goodreads ho etichettato questo libro come postmoderno. Non sono sicura che sia il termine esatto, né saprei darne una definizione precisa. Dal mio punto di vista (ovvero per quanto mi concerne e mi aiuta nelle mie scelte e riflessioni letterarie) un romanzo è postmoderno quando rifiuta la struttura tradizionale del romanzo, ponendo un’attenzione particolare alla forma. Questa attenzione formale secondo me a volte può davvero rendere un buon romanzo un capolavoro, ma spesso ha un esito più ambiguo e altrettanto spesso finisce con l’essere un filtro tra il lettore e il contenuto, se non addirittura una cortina di fumo che nasconde la mancanza di contenuti o la loro inconsistenza. Raramente amo questo genere di romanzi, perché per me la forma ha importanza solo fino a un certo punto, oltre al quale diventa un fastidio, un’esagerazione. Ovviamente, è questione di gusti, una preferenza che non riflette assolutamente il valore di un’opera. Spero di aver sgombrato il terreno da eventuali equivoci.

Dunque, devo ammettere che sono molto dispiaciuta di non essere riuscita ad apprezzare questo romanzo. Mi è piaciuta molto l’idea, il concetto sul quale è basato. Si tratta di una storia – anzi, molte storie – raccontata sullo sfondo del 1974, della guerra in Vietnam e del Watergate, con le conseguenti dimissioni di Nixon. L’autore rende però centrale la famosa camminata del funambolo Philippe Petit tra le Torri Gemelle, nello stesso anno, e questo non può non sovrapporre a questi eventi e a questa atmosfera lo spirito dell’11 settembre. Le stesse storie sono a volte solo flebilmente collegate l’una all’altra o all’esibizione di Petit (e queste le rende deboli, fastidiose, tempo perso quasi), ma a volte la connessione è davvero potente. Mi viene in mente il capitolo dedicato al giudice Solomon, ma anche quello dedicato a Lara. In generale però è stato davvero difficile per me interessarmi alle vite di queste persone così disperate, così disperatamente nei guai, terribilmente affossate, immerse in una New York davvero dura e ruvida e irredimibile. Non c’è un briciolo di speranza, tranne forse nell’ultimo capitolo, che si chiude, questo sì, liricamente e in modo perfetto.

In conclusione, ammetto che questo è un romanzo interessante, e capisco come possa piacere davvero tanto. A me ha ricordato un po’ Brooklyn (che mi è piaciuto, ma fino a un certo punto), ma anche Katherine Mansfield e soprattutto la mia amata Zadie Smith (più che altro in NW). E’ uno stile di scrittura, però, che trovo difficile anche se in alcuni casi anche per me è valsa veramente la pena impegnarmici. Inoltre i personaggi continuavano ad uscire di scena sempre molto prima del punto in cui avrebbe potuto cominciare ad importarmi di loro. E lo sfondo di una New York quasi post-apocalittica non ha aiutato. Peccato.

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