Le domande di Brian di David Nicholls

novembre 29, 2013 § Lascia un commento

Quando ho richiesto questo libro su BookMooch, l’unico motivo era l’autore, lo stesso di One Day, che mi era piaciuto molto (anche se ora, a distanza di anni, non posso dire che quel romanzo mi abbia lasciato molto). Tutti definiscono Le domande di Brian un libro divertente, funny. Ma davvero? Io mi ritrovo fuori dal coro come per quel che riguarda Fantozzi: fa ridere tutti, a me fa venire il crepacuore. Come istantanea della società italiana di un certo periodo è formidabile, ma davvero vi fa ridere? Torniamo a Nicholls. Neanche Brian mi fa ridere, o meglio le sue battute ogni tanto sono davvero divertenti e mi hanno fatto sbuffare volentieri, però in generale come personaggio l’ho trovato abbastanza odioso e anche un po’ deprimente.

Brian è uno studente delle superiori, orfano di padre, appassionato di Kate Bush e di letteratura, che si trasferisce all’università, dove si innamora perdutamente di Alice, una stronzetta dall’aspetto angelico, e fondamentalmente si umilia in tutti i modi possibili, riuscendo nel contempo a gettare alle ortiche la sua istruzione e a offendere profondamente la sua famiglia e i suoi amici, nuovi e vecchi. Per fortuna la mia esperienza universitaria è stata molto solare, anche se devo ammettere che Nicholls è bravissimo ad inquadrare certi momenti, certe sensazioni. Sicuramente sa scrivere. E bellissime le citazioni musicali e letterarie, anche se a un certo punto sembra davvero che Brian ami più l’idea della conoscenza che la conoscenza stessa. Queste sono le parti che mi hanno fatto apprezzare la lettura, peraltro molto scorrevole, di questo romanzo.

Perlomeno fino a quando sono arrivata al penultimo e all’ultimo capitolo, e Nicholls si è giocato la quarta stellina. Penultimo capitolo: ma davvero? (evidenziare per gli spoiler) Certo Brian è consapevole delle sue mancanze ma sembrava che si stesse redimendo, accettando il rapporto fra la madre e Dess, riconciliandosi con Patrick, facendo la pace con Alice (non che la meritasse, Alice sembra anche peggio di Brian). Poi all’improvviso fa la cosa più stupida dell’universo, e mi riferisco non alla risposta anticipata, ovviamente, ma proprio alla scelta di spiare le risposte. Subito dopo aver pensato che, tutte le volte in cui aveva imbrogliato in precedenza, il gioco non era valso la candela. E anche qui, Brian e la sua squadra avrebbero potuto vincere. E invece. Ultimo capitolo: ma perché? (evidenziare per gli spoiler) A distanza di tempo (un anno forse?) Brian è in vacanza con Rebecca, tutti sono felici e contenti e lui sta scrivendo di nascosto ad Alice. Ma perché? Rebecca non è mai stata credibile nel suo interesse per Brian ma comunque anche accettando questo non capisco l’interesse nei capitoli precedenti nei confronti di Lucy né l’insistenza finale di Brian nei confronti di Alice, che è evidentemente una persona poco per bene e il conseguente tradimento nei confronti di Rebecca (o per lo meno poco serietà).

Insomma, il finale di questo romanzo mi ha fatto soffrire enormemente, fisicamente. Dopo il penultimo capitolo avrei voluto lanciare il libro dall’altra parte della stanza ma ero al lavoro e dovevo contenermi. Una persona anni fa mi disse che se un romanzo suscita emozioni così forti vuol dire che è scritto bene. Non sono ancora sicura che avesse ragione, e comunque non riesco a non farmi influenzare da questi due capitoli nella mia votazione. Vi lascio con una citazione che spiega perfettamente l’approccio alla vita di Brian:

La metafora (o dovrei dire “similitudine”?) che continua a tornarmi in mente è che è stato un po’ come quando, da bambino, papà mi regalava una scatola di montaggio della Airfix. Mi sedevo al tavolo della cucina e prima ancora di aprirla controllavo di avere gli attrezzi giusti, la colla giusta, le vernici giuste, opache e lucide, e un coltellino da modellismo affilatissimo, e promettevo a me stesso che avrei seguito le istruzioni alla lettera, con pazienza, senza saltare alcuna fase, senza precipitare le cose, procedendo con cura, concentrandomi, concentrandomi a fondo, cosicché alla fine avrei avuto un modellino perfetto, l’ideale platonico del modellino di aeroplano. Ma a un certo punto qualcosa andava sempre storto (perdevo un pezzo sotto il tavolo, o facevo uno sbaffo con la vernice, o un’elica che avrebbe dovuto girare si riempiva di colla e restava incastrata, o sporcavo di vernice la cabina di pilotaggio trasparente, o le decalcomanie si strappavano mentre le applicavo), e quando lo mostravo a papà c’era sempre qualcosa, nel prodotto finale, che in qualche modo… non era come avevo sperato.

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