Le catilinarie di Amélie Nothomb

novembre 30, 2013 § 3 commenti

Amélie Nothomb è un’autrice fantastica e decisamente particolare. I suoi romanzi migliori per quel che mi riguarda sono quelli autobiografici, ma tutti sono meritevoli: solo uno dei tanti che ho letto mi ha proprio lasciato perplessa (Igiene dell’assassino).
9663020Le catilinarie ha un inizio molto brillante che sembra perdersi un po’ procedendo e terminare in modo che risulta curiosamente anticlimatico, ma è comunque una lettura che consiglio vivamente. Emile e Juliette sono una coppia di anziani coniugi, ma ancora innamorati come scolaretti. Dopo una vita al servizio del mondo decidono di ritirarsi e di godersi la pensione in campagna, in piena solitudine, il sogno di una vita:

Io e Juliette volevamo avere sessantacinque anni, e lasciare quella perdita di tempo che è il mondo. Cittadini dalla nascita, desideravamo vivere in campagna non tanto per amore della natura, quanto per bisogno di solitudine. Un bisogno forsennato simile alla fame, alla sete e al disgusto.
Quando abbiamo visto la Casa, abbiamo provato un delizioso sollievo: esisteva, allora, il luogo al quale aspiravamo dall’infanzia. Se avessimo osato immaginarlo, l’avremmo immaginato con questa radura vicino al fiume, con questa casa che era la Casa, graziosa, invisibile, scalata da un glicine.

La loro nuova vita in campagna è un’idillio: a breve distanza da un paesino in cui trovano il minimo indispensabile, lontano da tutto e da tutti, con l’unica eccezione di una sola casa, abitata da un medico, meglio ancora! Quando il suddetto medico, tale signor Bernardin, fa la sua visita di cortesia, è talmente silenzioso, impacciato, monosillabico da convincere i due sposini che non l’avrebbero più rivisto. Stranamente, il signor Bernardin si presenta anche il giorno successivo, dalle quattro alle sei, e poi il successivo e quello dopo ancora…
L’incombente visita quotidiana di questo essere silenzioso ed enigmatico riempie di angosce le giornate e le notti di Emile e Juliette. Emile si trova però incapace di prendere una posizione, di rifiutare l’ospitalità, di essere sgarbato. L’intrusione di un vicino maleducato lo costringe a scoprire qualcosa di sé che non conosceva, a fronteggiare la propria pusillanimità dopo sessantacinque anni di vita priva di sfide. Perché, come preannuncia Emile nei primi paragrafi di questo racconto in prima persona:

Non sappiamo niente di noi. Ci crediamo abituati a essere noi stessi. E’ il contrario. Più gli anni passano e meno capiamo chi sia la persona nel nome della quale agiamo e parliamo.
Non costituisce un problema. Che c’è di male a vivere la vita di uno sconosciuto? Forse è meglio: conosci te stesso e ti prenderai in antipatia.

I timidi tentativi di scoraggiare il signor Bernardin non funzionano, anzi evidenziano quanto maniacale sia l’imposizione della sua presenza. E quando alla compagnia si unisce anche la signora Bernardin, subitamente ribattezzata dai due coniugi ‘la cisti’ le cose degenerano e diventano sempre più surreali. Il rapporto con i vicini diventa sempre più simile a una guerra. Emile scopre in sé aspetti che non immaginava, e questa nuova consapevolezza lo allontana da Juliette, così come la consapevolezza dell’esistenza del signor Bernardin li allontana dal loro iniziale stato paradisiaco. Il tutto fino all’incredibile epilogo, che però come dicevo prima tutto sommato non mi ha colpito così tanto. Forse più che altro rattristato. Decisamente una lettura interessante anche se immagino che il tipo di scrittura non possa piacere a tutti.
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