L’archeologo di Arthur Phillips

dicembre 17, 2013 § 5 commenti

Wow! Questo libro è vertiginoso – e labirintico, nonché pieno di trabocchetti, proprio come mi immagino sia una piramide. Un esempio perfetto di doppio (!) narratore inaffidabile, L’archeologo è la storia di Ralph Trilipush, un archeologo inglese che si trova in Egitto negli anni Venti per scoprire la tomba del (presunto) re Atum-hadu, sullo sfondo della scoperta di Tutankhamon da parte di Howard Carter. Trilipush è finanziato dal padre della sua fidanzata Margaret, un magnate americano, e dai suoi soci, ed il suo resoconto, parte diario di viaggio, parte lettera alla fidanzata, parte relazione sulla sua scoperta, ci presenta un uomo arrogante, tronfio, pieno di sé, privo di qualsiasi senso dell’ironia e terribilmente noioso. Trent’anni più tardi, l’investigatore privato in pensione Harold Ferrell, ormai di stanza in una casa di riposo di Sidney, racconta ad un erede della stessa Margaret gli sviluppi dell’investigazione che, partita come tentato ritrovamento di un erede (illegittimo) di un ricco birraio inglese, Paul Caldwell, lo portò a contatto con Trilipush e con la famiglia del suo finanziatore. Anche Ferrell è molto pieno di sé, pur se in modo meno borioso e più simpatico (per lo meno più accattivante, anche se a un certo punto risulterà ancora più odioso di Trilipush).

Lo svolgersi delle due storie ci fa capire che sicuramente uno dei due narratori ci sta raccontando qualcosa di sbagliato. Ammetto di aver sospettato della reale fine di Paul Caldwell molto presto, ma è stato divertentissimo capire pian piano che la mia intuizione era corretta, e come la cosa era successa (sono ambigua, ma solo perché non voglio rovinare il libro a nessuno!). Non posso dire molto di più, se non che la storia mi ha profondamente appassionato, e anche tremendamente divertito (Phillips ha un’ironia davvero tagliente, e poi certe scene sono davvero divertenti!). Le carte finali, estranee sia al resoconto di Trilipush che alle lettere di Ferrell, mettono i puntini sulle i, ma è il gran finale che lascia senza fiato, anche se forse era prevedibile (ma io stavo pensando a dell’altro ovviamente).

L’autore è bravissimo a rendere interessante una storia narrata da due personaggi davvero antipatici: Trilipush è un arrogante pieno di sé che sfrutta tutte le persone che ritrova sulla sua strada pur di raggiungere il suo sogno e non si ferma davanti a nulla, né il ricatto né l’omicidio. Ruba una personalità fittizia per diventare l’uomo di buona famiglia e dai potenti mezzi che avrebbe voluto (dovuto, secondo lui) essere, e quando il suo piano non va come previsto la sua capacità di reinventare la realtà diventa patologica al punto da decidere di auto-imbalsamarsi identificandosi totalmente nel faraone a lungo inseguito; Ferrell sembra una persona normale, casualmente invischiato in un’indagine piuttosto nebulosa, ma anche lui si fa irretire da un sogno impossibile: l’amore di Margaret, la fidanzata di Trilipush, un personaggio davvero ambiguo, ma secondo me l’unico meritevole di una certa simpatia. Da questo momento in poi le sue motivazioni diventano sempre più ambigue e la sua capacità di discernere la realtà diminuisce sempre più fino a portarlo ad un atto estremo, su cui lui glissa ma che risulta ben chiaro da una delle lettere di Margaret. Mi sarebbe piaciuto molto sapere qualcosa di più di Margaret, o per lo meno dell’interlocutore di Ferrell, che di fatto non gli risponde mai, fatto che mi dà da pensare. Ma non posso certo lamentarmi, questo è un romanzo formidabile e lo raccomando vivamente!

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