Weekly Wrap-Up ~ 24 febbraio 2014

febbraio 24, 2014 § 6 commenti

La scorsa settimana ho raggiunto il mio obiettivo del 2013: azzerare la mia TBR list! (meriterei un tripudio di stelline!)

firework animated gif on Giphy

Ho finito The Price of Silence di Camilla Trinchieri, un bel giallo che indaga la psicologia di una famiglia in crisi, Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear, un altro giallo ma questa volta storico, ambientato nel primo dopo guerra inglese, e Nelle foreste siberiane, un’incredibile testimonianza di viaggio (se viaggio si può chiamare) di Sylvain Tesson.

Purtroppo questa settimana non è iniziata benissimo dal punto di vista della lettura, però ho iniziato due libri e sicuramente mi piacerebbe (ma dubito di farcela) terminare La sombra del viento di Carlos Ruiz Zafon, una rilettura, ma in lingua, in preparazione della lettura del terzo capitolo di questa serie (lo so, la strada è lunga!).

Gli acquisti della settimana:

Nessuno! Due regali, però, estremamente graditi:

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I preferiti della settimana:

ovviamente, raggiungere un obiettivo a lungo perseguito!

le frittelle allo zabaione

Downton Abbey

Lo spreferito:

dover andare al lavoro invece di godersi la giornata (nella natura o semplicemente sul divano con un buon libro)

Buone letture!

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Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson

febbraio 24, 2014 § 3 commenti

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Mi ero ripromesso che prima dei quarant’anni avrei vissuto da eremita nei boschi.
Sono andato a stare per sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, all’estrema punta del capo dei Cedri del Nord. Il primo villaggio è a centoventi chilometri di distanza, non ci sono vicini, nessuna strada di accesso. Di tanto in tanto una visita. D’inverno temperature di meno trenta gradi, d’estate gli orsi in riva al lago. Insomma, un paradiso.
Mi sono portato libri, sigari e vodka. Il resto – spazio, silenzio e solitudine – c’era già. In quel deserto ho inventato per me stesso una vita sobria e bella. Ho vissuto un’esistenza che ruotava intorno a gesti semplici. Ho assistito al trascorrere dei giorni guardando il lago e la foresta, ho tagliato legna, pescato per mangiare, ho letto molto, camminato in montagna e bevuto vodka di fronte alla finestra. La capanna era un posto di osservazione ideale per cogliere i fremiti della natura.
Ho conosciuto l’inverno e la primavera, la felicità e la disperazione e, in ultimo, la pace.
Nella taiga ho subito una metamorfosi. Nell’immobilità ho ritrovato qualcosa che il viaggiare non mi dava più. Il genio del luogo mi ha aiutato ad addomesticare il tempo. Il mio eremitaggio è diventato il laboratorio di queste trasformazioni. Ogni giorno ho annotato i miei pensieri su un quaderno. Adesso quel diario è nelle vostre mani.

Essendo sia un’accanita lettrice che una persona piuttosto introversa, l’idea di passare sei mesi in una capanna in compagnia di un’accurata selezione di libri, senza compagnia umana se non strettamente occasionale, mi affascina parecchio. Sylvain Tesson è un viaggiatore francese che ad un certo punto della sua esistenza sente la necessità di isolarsi dal mondo, fermarsi, e perdersi nella contemplazione di ciò che lo circonda e del sé (questo mi ha ricordato Desolations Angels di Jack Kerouac).

E’ molto interessante il fatto che l’autore abbia scelto un luogo di isolamento che richiede un grosso impegno fisico: una capanna sulla sponda di uno dei laghi più freddi del mondo, in Siberia. Un posto dove fare legna è imperativo, gli sbalzi di temperatura massacrano il portatile e nemmeno il telefono satellitare funziona un granché. D’altra parte, molto tempo libero: per pensare, leggere, bere vodka, fumare sigari ed esplorare la natura.

Nonostante la mancanza di avvenimenti interessanti questo reportage mi ha affascinato molto, forse anche perché l’ho letto nell’arco di due mesi e quindi non ho rischiato l’overdose di descrizioni di natura ai limiti della sopravvivenza e riflessioni esistenziali.  Ammetto che non si tratta di un capolavoro: a tratti l’autore è un po’ troppo supponente, altre volte la venalità prevale. Non mi sembra che la sua scelta sia stata molto strutturata o filosoficamente pregnante, ma è una ricerca personale di significato, di un modo diverso di vivere che risulta interessante per gli spunti che fornisce. Detto questo, non so cosa Tesson abbia ricavato da questa esperienza, ma gliela invidio comunque un pochino (solo un pochino, perché io sarei morta al secondo giorno credo). E ho analizzato con fervore la lista dei libri selezionati per l’occasione!

Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear

febbraio 24, 2014 § 3 commenti

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Maisie Dobbs fa parte di una serie ambientata in Inghilterra nel primo dopoguerra. In questo primo volume l’eponima protagonista apre la sua agenzia di investigazioni, dopo aver lavorato con il suo mentore Maurice Blanche, che ora però si è ritirato. Il suo primo caso è piuttosto semplice (e anche poco interessante, per noi lettori, se non altro perché i protagonisti vengono abbandonati a caso chiuso) ma la porta a contatto con un mondo, quello dei veterani di guerra, che la tocca in maniera particolare. Venendo a conoscenza dell’esistenza di una comunità, chiamata The Retreat, dedicata appunto ai veterani, Maisie decide di indagare, percependo qualcosa di poco chiaro. L’indagine diventa poi tassativa quando scopre che James, il figlio della sua ex datrice di lavoro Lady Rowan Compton, è intenzionato a trasferirsi a breve proprio in questa comunità.

L’ambientazione del romanzo è davvero meravigliosa. Inizia e finisce nel 1929, ma c’è una parte centrale dedicata a spiegarci chi è Maisie Dobbs (una sguattera di cucina presso la casa di Lady Rowan Compton, che emerge grazie alla passione per la lettura e al diretto interessamento non solo della padrona di casa ma anche del suo amico Maurice Blanche, che istruisce personalmente Maisie e la prepara per gli esami di ammissione a Cambridge) e a descriverci la sua vita prima a Cambridge e poi come infermiera volontaria in Francia durante la Grande Guerra.

Maisie Dobbs è di difficile classificazione: di giallo ha, devo ammettere, ben poco. La prima indagine di Maisie è molto semplice, la sua indagine su The Retreat è più interessante ma lo svolgimento mi è sembrato poco realistico. E’ anche un romanzo storico: la guerra ha un ruolo fondamentale, ha lasciato strascichi nella vita di tutti i personaggi del romanzo, e in quella di Maisie in particolare, e ci vorrà proprio questa indagine per riconciliarla, diciamo, con il suo passato. E’ anche molto interessante vedere come una donna, e di classe sociale bassa, sia stata in grado di emergere in un campo così particolare.

Nel complesso il mio giudizio non è un 4 pieno, perché ho trovato il romanzo poco organico, un po’ dispersivo, e a tratti poco realistico, anche se mi è piaciuto molto, soprattutto la parte di approfondimento sul passato di Maisie. Essendo il primo di una serie, sospendo il mio giudizio in attesa di leggere il secondo volume, ma promette bene.

The Price of Silence di Camilla Trinchieri

febbraio 20, 2014 § 2 commenti

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Later I found out from An-ling that the Chinese don’t talk while they’re eating. And when you ask questions, they don’t always tell you how it is. If you ask if they’re hungry, they’ll say no even if they’re starving. “Saving face,” she said. For a while I thought being Chinese is about keeping secrets. An-ling sure had enough of them, but so did Mom and Dad. Then I started keeping some of my own. (67)

Ho scoperto questo romanzo (Il prezzo del silenzio in italiano) ancora quando bazzicavo solo aNobii e non avevo scoperto Goodreads. L’autrice è italo-americana (o meglio, italiana naturalizzata statunitense, figlia di padre italiano e madre americana, recita Wikipedia), e ha lavorato per molti anni a Roma come assistente al doppiaggio per registi come Fellini, Visconti, Wertmuller. Dopo essersi trasferita a Manhattan, ha cominciato a scrivere romanzi in lingua inglese.

The Price of Silence è un giallo, ma anomalo, proprio come piace a me. Segue il processo della protagonista Emma, un’insegnante italo-americana di inglese per stranieri, accusata di aver ucciso la giovane studentessa cinese An-ling. Alle fasi del processo si alternano le riflessioni di Emma, del marito Tom e del figlio adolescente Josh, che rivelano pian piano la realtà del legame tra Emma e An-ling.

L’autrice è bravissima a presentarci questi quattro personaggi in tutta la loro umanità e fragilità: Emma vive sotto il peso di una vecchia tragedia, nascosta e taciuta per anni a tutti, e il rapporto con An-ling, così sola e bisognosa di amore, rappresenta per lei un modo di gestire il suo passato e, in qualche modo, riscattarsi; il marito Tom che non la capisce e soffre per quello che percepisce come un allontanamento; il figlio Josh, immerso nella tempesta dell’adolescenza e comprensibilmente confuso. Emma non è un personaggio in cui è facile immedesimarsi (per fortuna, direi: per riuscirci, bisogna aver condiviso delle esperienze che non auguro a nessuno) però l’autrice riesce a renderla comprensibile. Forse nel romanzo rimane più nell’ombra il marito Tom, che risulta un po’ antipatico e meschino ma ha anche lui le sue ragioni. Josh è adorabile, chi non vorrebbe un figlio del genere, con tutte le sue incertezze? Ed infine c’è An-Ling, una ragazza apparentemente spensierata, che si rivela molto fragile, molto segnata e decisamente manipolatrice, anche se a lei va sicuramente tutta la nostra comprensione.

L’anomalia di questo giallo è che si concentra di più sull’indagine psicologica delle persone coinvolte che sull’omicidio: alla fine si ha un’idea piuttosto chiara di quello che è successo, ma è basata su quello che dichiarano i protagonisti, o che decidono di credere, per cui il dubbio rimarrà sempre e certe cose non vengono esplorate e rimangono inspiegate. Come nella vita, del resto.

Se c’è una riflessione sulla generosità che questo libro mi ha ispirato, è che nella maggior parte dei casi agiamo spinti da un profondo ed impellente bisogno personale anche quando sembra che stiamo facendo un favore al prossimo: Emma aiuta An-ling in un modo esagerato (la frequenta, la sostiene, le procura un loft a bassissima spesa, si trasferisce a vivere con lei) ma lo fa perché ne ha un tornaconto in qualche modo (le sembra di poter riscattare la morte della figlioletta, che lei stessa ha investito in macchina tentando di evitare un cane); Tom dà valore prima di tutto alla famiglia, ma nel processo schiaccia spesso la moglie, seppur guidato dall’amore; Josh bizzarramente è la persona che si interroga più di tutti sulle conseguenze delle sue reazioni, ma alla fine anche lui è spinto, almeno in parte, dall’egoismo: l’attrazione per la bella An-ling. E An-ling stessa è una persona così ferita da non poter far altro che macchinare e ferire gli altri a sua volta.

Romanzo che consiglio caldamente. Ce n’è sicuramente un altro che mi piacerebbe leggere: Finding Alice. Sotto il nome di Camilla T. Crespi ha poi pubblicato una serie di romanzi gialli che però mi sembrano già più tradizionali e meno interessanti.

Weekly Wrap-Up ~ 17 febbraio 2014

febbraio 18, 2014 § 1 Commento

Anche la scorsa settimana ho finito tre libri (sembra che faccia apposta, in realtà è proprio il mio ritmo!), anche se non sono particolarmente soddisfatta, forse perché per la prima volta da quando ho iniziato la mia sfida mi sono sentita particolarmente sfasata rispetto alle mie letture: credo avrei avuto bisogno di qualcosa di più sostanzioso. Ho iniziato la settimana con Ristorante Nostalgia di Anne Tyler. Quest’autrice mi piace molto ma ogni tanto mi imbatto in qualche suo romanzo che proprio non riesco a digerire per cui sono contenta che questo, invece, mi sia piaciuto moltissimo. Ho anche letto da qualche parte che lei lo ritiene la sua opera migliore. Il libro che in assoluto mi ha deluso questa settimana e che vorrei aver abbandonato è Rosie di Alan Titchmarsh. Non è che sia bruttissimo ma mi è parso piattissimo, privo di qualsiasi guizzo di vitalità, e appunto probabilmente sentivo la necessità di un po’ di cibo per la mente (che sicuramente non ho trovato qui) per cui posso proprio dire che sopra a questo autore va una bella croce. Il terzo romanzo che ho letto è Tutto può cambiare di Jonathan Tropper. Non avevo mai letto questo autore e mi aspettavo una cosa totalmente diversa. Si tratta sempre di un romanzo di evasione (anche se in realtà ha delle tematiche molto forti) scritto con umorismo e uno stile scoppiettante e molto coinvolgente. Temo che avrei potuto apprezzarlo molto di più in un momento più adatto, comunque Tropper ha scritto altri libri :).

I miei progetti per la settimana in corso sono: finire Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear e Nelle foreste siberane di Sylvain Tesson, che sono gli ultimi libri della mia TBR list (visto che ho già terminato ieri The Price of Silence di Camilla Trinchieri). Dopo di che, ho deciso che c’è un interregno fino al primo di aprile, quindi leggerò quello che mi aggrada!

Gli acquisti della settimana:

Nessuno!

I preferiti della settimana:

la colazione a lume di candela perché manca l’elettricità!

i fiori

il venerdì (perché sì!)

le canzoni di George Ezra alla radio

Lo spreferito:

quando i colleghi o collaboratori di lavoro fanno dei pasticci che a tua insaputa ti causano complicazioni e mal di testa

Buone letture!

Tutto può cambiare di Jonathan Tropper

febbraio 16, 2014 § 2 commenti

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Lavoro per la Spandler Corporation, un’azienda da trecento milioni di dollari, con uffici in dodici stati. Abbiamo più di cinquecento impiegati. Siamo noti in tutto il paese come una società leader nell’industria. I nostri clienti contano parecchio su di noi. Non produciamo niente. Non vendiamo niente. Non compriamo niente. Se non esistessimo, bisognerebbe farci inventare da Kafka.

Zach è un ragazzo trentaduenne dalla vita particolarmente felice: vive con il suo amico multimilionario Jed in un palazzo di arenaria di New York (quanto mi ha ricordato il film Spiderman questo particolare), lavora come mediatore per una grossa azienda e sta per sposare Hope, una ragazza bellissima, ricchissima e – incredibilmente – perdutamente innamorata di lui.

Un problema di salute (uno di quelli che ti fanno rimanere in sospensione totale fino a quando non scopri esattamente di cosa si tratta, per capirci) mette in discussione tutta la sua esistenza: improvvisamente Zach non è più sicuro di essere davvero innamorato di Hope, dato che potrebbe esserlo di Tamara, la vedova di Rael, carissimo amico d’infanzia morto in un incidente stradale. Altrettanto improvvisamente il padre di Zach ricompare alla sua porta dopo anni di latitanza, riportando a galla ferite mai guarite e rancori mai sopiti.

Anche se è difficile simpatizzare con le recriminazioni di Zach, il romanzo è molto coinvolgente: ha ritmo, il linguaggio è davvero ispirato (a parte qualche caduta di stile), divertente ed originale, molto cinematografico, e il narratore non si prende mai troppo sul serio – cosa necessaria dato che il protagonista è davvero uno squallidone lamentoso. Onestamente ho apprezzato molto di più le parti relative alla famiglia (soprattutto i due fratelli di Zach: Peter, affetto da disabilità mentale, e Matt, un musicista che mi ha ricordato incredibilmente Charlie Pace di Lost – la madre Lela l’ho trovata poco convincente come personaggio) rispetto a quelle amorose: che la storia con Hope non convincesse, era normale, ma nemmeno la storia con Tamara mi ha detto un granché.

Non so se leggerò altro di Tropper in futuro (onestamente mi aspettavo tutt’altro) ma questo è un romanzo carino, simpatico, una buona lettura d’evasione. Peccato per il finale zuccherosissimo, ma si può perdonare.

Rosie di Alan Titchmarsh

febbraio 15, 2014 § 4 commenti

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‘It’s a common misconception. That just because somebody is quiet and doesn’t make a fuss, they’re ineffectual.’

Da quanto ho capito Alan Titchmarsh è un famoso giardiniere e giornalista britannico, nonché romanziere. Rosie è un romanzo leggero e onestamente non posso dire che è brutto o scritto male, ma l’ho trovato davvero piatto e non sono riuscita ad interessarmi per nulla al destino dei personaggi (che a dire il vero sono rifiniti con l’accetta, unico difetto oggettivo che ho rilevato). Nemmeno le citazioni letterarie sono riuscite a risollevarmi il morale (e stiamo parlando di Jane Austen e Thackeray!), e mi sto ancora chiedendo come mai non l’ho abbandonato (probabilmente non pensavo di metterci così tanto a finirlo).

Nick Robertson è scapolo ora che la fidanzata Debs lo ha abbandonato per un agente immobiliare, e vive una vita tranquilla sull’isola di Wight, guadagnandosi da vivere dipingendo.  Una vita tranquilla per quanto possibile, in realtà, dato che la nonna di Nick, Rosie, una quasi novantenne in grado di passare per sessantenne, si caccia nei guai e tocca a lui risolverli e ospitarla, dato che il figlio di Rosie (e padre di Nick) è un uomo poco affidabile dedito soprattutto alle scommesse, e la nuora (madre di Nick) ha tutte le intenzioni di sistemarla in una casa di riposo. A questo aggiungiamo che il padre di Nick lo coinvolge in una consegna che ha tutto l’aspetto di un affare losco, che Nick incontra una donna interessante ma lei ha una figlia ed è complicato, e che Rosie gli chiede di verificare per quanto possibile una teoria strampalata sui suoi genitori biologici che coinvolge i Romanov e l’ambasciata russa…

Apparentemente un romanzo scoppiettante e vivace, in realtà per me è stato incredibilmente pesante e posso tranquillamente affermare che non leggerò più nulla di Titchmarsh.

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