XY di Sandro Veronesi

febbraio 3, 2014 § 2 commenti

Si ritorna lì. Si ritorna sempre lì. Se Alberto non stava delirando, se non si è inventato tutto, se non è paranoico, o parafrenico, allora è successo qualcosa di, di – non so neanche come definirlo. Cosa dovrei dire? Che parola dovrei usare? Soprannaturale? E va bene, la uso: se Alberto non si è inventato tutto, allora è successo qualcosa di soprannaturale. Ecco, l’ho usato. Soprannaturale. E’ successo qualcosa di soprannaturale. E’ possibile. Se esistono le parole per dirlo, è possibile. Qualcosa di soprannaturale. Non fa nemmeno tanto effetto – e il problema, alla fin fine, non è questo. Il problema, se Alberto non si è inventato tutto, è che qualunque cosa sia successa, quella mattina, alle nove e quarantacinque, soprannaturale o no, è successa anche a me. (100)

Ho abortito, un anno fa. Dopo me ne sono pentita, me ne sono pentita immensamente, ma ormai era fatta e non si poteva rimediare. Ho abortito perché Alberto mi aveva messa incinta a tradimento, ora non sto a spiegarti come ma fidati, sapendo benissimo che eravamo agli sgoccioli e non avrei mai accettato di fare un figlio con lui. Ero furiosa, indignata, e ho agito come se non ci fossero alternative – dando per scontato che quella sola fosse la soluzione del mio problema. Invece un’alternativa c’era, e consisteva nel non considerare quel che mi era capitato come un problema, bensì come un’opportunità: un’opportunità per accettare, per l’appunto, anziché negare, per accogliere anziché rifiutare, e avvicinarmi alla donna che ho sempre desiderato diventare – autonoma, coraggiosa, generosa, saggia. E la verità è che io quell’opportunità l’ho anche vista, non è che nel furore del momento io non l’abbia vista: l’ho vista e ho fatto in tempo a riconoscere che il mio bene passava di lì: non abortire, dare un solenne calcio in culo ad Alberto ma tenere quel figlio non programmato – proprio perché non programmato, è chiaro? – e consegnarmi a un futuro improvvisamente – e meravigliosamente – ignoto, del quale non potevo prevedere alcunché, al quale non potevo porre condizioni – cioè quello che sognano tutte le persone insoddisfatte: un grande palpitante cambiamento, una svolta vera. Quest’opportunità io l’ho vista, l’ho riconosciuta come il mio bene ma poi subito dopo l’ho negata, e ho abortito. E’ successo esattamente come quando mi sono tagliata il dito, quindici anni fa – ed ecco perché non posso stupirmi, a questo punto, che quella cicatrice si sia riaperta: anche allora, quando stavo per compiere l’atto autolesionistico, nell’istante in cui stavo attaccando la crosta del pane col coltello sbagliato, io ho visto la sequenza di azioni giuste che avrei dovuto compiere – e poi però, l’istante dopo, ho ugualmente compiuto quella sbagliata. Io la chiamo sindrome di Bezuchov, come quel personaggio di Guerra e pace che si chiede perché, dopo avere riconosciuto dove sta il bene, continua a fare il male. (347-8)

E’ da tempo che desidero leggere Sandro Veronesi, anche se inizialmente mi sarebbe piaciuto provare La forza del passato, di cui comunque non so un granché (ma la copertina è bellissima). XY mi è capitato tra le mani grazie a Bookmooch, ma credevo si trattasse di un romanzo generazionale (tipo generazione X, generazione XY, per capirci :)). In realtà si tratta di tutt’altro.

XY parte strutturalmente come un giallo: la narrazione a due voci (subito non si capisce bene chi sono queste due persone) si concentra su un episodio particolarmente violento accaduto a Borgo San Giuda, un paesino della montagna trentina. Diversi cadaveri vengono rinvenuti intorno ad un albero che Beppe Formento ghiacciava tutti gli anni per i turisti che portava in giro con la slitta. E’ subito chiaro che questa tragedia ha molti risvolti incomprensibili: le vittime sono tutte morte per cause diverse, alcune naturali (cancro) altre no (un boccone di pane in gola) altre ancora inconcepibili (ferite da squalo). Lo stesso albero ghiacciato è diventato completamente rosso e le analisi rivelano che la colorazione è dovuta alla presenza di sangue. Non solo è incomprensibile come ciò sia avvenuto, ma il sangue contiene talmente tanti DNA da poter immaginare che contenga il DNA di tutti.

Don Ermete è il prete di Borgo San Giuda, un paesino di poche anime, fondamentalmente quattro famiglie originarie incrociate fra di loro, un posto per cui si era reso disponibile anni prima quando alla morte del loro precedente prete non era stato possibile trovare un sostituto. Don Ermete è un prete moderno (ascolta De André, ha una formazione scientifica, un passato apparentemente burrascoso e misterioso) ma ha anche una fortissima vocazione, e spirito di sacrificio. La reazione dei paesani alla tragedia lo spaventa, così come lo spaventa la sua stessa reazione di dubbio, al punto che decide di chiedere aiuto.

Giovanna Gassion è una ex campionessa sciistica, carriera abbandonata per una serie di motivazioni fra cui un banale incidente in cui si era ferita malamente un dito tagliando del pane con il coltello sbagliato. Ora lavora come psichiatra per la ASL ed è proprio lei che riceve la richiesta di aiuto di don Ermete. Invece di mettere in moto la macchina burocratica, però, Giovanna decide di prendersi un periodo di aspettativa e trasferirsi a Borgo San Giuda, ospite nella canonica, fingendo di essere un medico generico per non alienarsi le simpatie degli abitanti. Una decisione avventata causata soprattutto da due motivi: il primo è che l’ex fidanzato, Alberto, coinvolto professionalmente nelle indagini sulla strage di Borgo San Giuda, approfitta della sua curiosità per riavvicinarsi a lei e Giovanna decide di ‘scappare’ da questa intimità forzata, forte anche delle informazioni riservate che lui le ha rivelato; il secondo, più importante, è che lo stesso giorno della strage a Giovanna si riapre la vecchia ferita alla mano, nel sonno, senza motivo apparente, e le sembra che i due avvenimenti non possano che essere collegati.

I due cercano di aiutare gli abitanti di Borgo San Giuda, che sembrano aver sviluppato tutta una serie di stranezze e patologie a seguito della tragedia, con l’unica eccezione di un ragazzo che, al contrario, sembra rifiorire. Ma l’atmosfera inquietante, misteriosa, ambigua comincia a pesare sulle spalle sia di don Ermete che di Giovanna, fino a quando non decidono di mettere le carte in tavola e raccontarsi tutto quello che sanno (anche don Ermete ha delle informazioni riservate, grazie ad una confessione). Purtroppo la logica non è di nessun aiuto nel dipanare questa matassa (apparentemente le morti sono avvenute tutte nello stesso momento, lo stesso momento in cui si è riaperta la ferita di Giovanna; un esperto di squali ha analizzato il cadavere e ha confermato la morte per attacco di squalo, solo che lo squalo identificato in base ai morsi è estinto da secoli; le persone incaricate delle indagini le hanno coperte con il segreto di stato e hanno divulgato notizie false, addirittura arrivando a decapitare post mortem tutti i cadaveri per poter sostenere pubblicamente l’ipotesi di un attacco terroristico). La Ragione si deve arrendere alla Fede: gli eventi non sono spiegabili, si tratta del Male Assoluto, qualcosa che non può essere spiegato, etichettato o analizzato, ma si può affrontare solo armati di Fede e Bene.

Ammetto che questo romanzo è un po’ caotico, l’autore mi ha dato l’impressione di non sapere bene come portare a casa il messaggio (che poi che messaggio è? penso l’idea che l’incomprensibile esiste, e forse in generale sarebbe meglio evitare di analizzare così a fondo la nostra esistenza, ma piuttosto accettarla e viverla) in un finale che a me è piaciuto molto (bellissimo l’ultimo capitolo, un flusso di coscienza di Giovanna) ma che in generale capisco abbia deluso, perché del grande mistero ovviamente non veniamo a scoprire nulla. Ma quando belli, e credibili e avvincenti sono i due protagonisti, che sono riusciti ad avere tutta la mia attenzione per più di duecento pagine, nelle quali, diciamoci la verità, non succede un bel nulla? Terribilmente commovente la confessione di Giovanna, che rivela a don Ermete, il suo _grande peccato_, mentre lui decide di tenere il suo per sé.

La generosità di un prete che è un soccorritore da situazioni impossibili, di una donna che seppure spinta anche da considerazioni egoistiche decide di abbandonare la logica per fare una scelta difficilmente difendibile (per entrambi) è di grande ispirazione. Il concetto di comunità, in cui tutti si aiutano perché tutti si conoscono e non si può indossare una maschera (è vero che a Borgo San Giuda tutti hanno un segreto, ma sono segreti per gli estranei, fra di loro invece sono segreti di Pulcinella) spaventa come attrae, ma sicuramente scegliere di vivere in questo modo è degno di ammirazione.

Consiglio vivamente questo romanzo, se vi piace l’introspezione. Consiglio anche di leggerlo senza aspettative e preconcetti per quanto possibile. Io sicuramente continuerò a leggere Sandro Veronesi.

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