Mr Rosenblum’s List di Natasha Solomons

febbraio 6, 2014 § 4 commenti

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Assimilation was the secret. Assimilation. […] He was tired of being different; he did not want to be doomed like the Wandering Jew to walk endlessly from place to place, belonging nowhere. (2)

She couldn’t understand this obsession to be English while she could feel that other life drifting further away, like steam from a kettle through an open window. (16)

Mr Rosenblum’s List aveva tutti gli ingredienti per essere una lettura perfetta: è una storia che parla di immigrazione e integrazione, è ambientata a Londra e nella campagna inglese del secondo dopo guerra e l’autrice nelle prime tre pagine include un riferimento al poster ‘Keep Calm and Carry On’ (ormai inflazionato, me ne rendo conto, ma non posso non amarlo) e all’organizzazione Mass Observation. Oltretutto la copertina è assolutamente meravigliosa (anzi, scusate per la pessima foto, ma è stata fatta ieri, quando ancora imperversava il diluvio e non c’era l’attuale splendida luce).

Jack Rosenblum è un ebreo tedesco che nel 1937 si impegna per portare al salvo la famiglia. Purtroppo solo lui, la moglie Sadie e la figlia Elizabeth riescono ad emigrare in Inghilterra. Jack è un’entusiasta, e aspira a diventare un vero e proprio gentleman inglese, grazie ad una lista ricevuta allo sbarco (While you are in England: Helpful Information and Friendly Guidance  for every Refugee). Questa lista diventa la sua Bibbia personale, anzi vi aggiunge punti e approfondisce diverse questioni man mano che gli anni passano. Nel 1951, Jack ha realizzato tutti i suoi sogni, manca solo l’ultimo punto per diventare un gentiluomo inglese vero e proprio: An Englishman must be a member of a golf club. Così, anche se Jack non ha mai giocato a golf, si impegna per farsi accettare in un club, con scarsi risultati viste le sue ascendenze ebraiche. Le sue speranze vengono costantemente deluse fino a quando realizza qual è la soluzione: If you couldn’t get milk from someone else’s cow, you had to get your own. No golf course would admit him and so he must build his own. Senza dirlo alla moglie, vende la casa di Londra, affida la fabbrica di tappeti di successo che nel frattempo ha messo in piedi al suo capo officina e compera una proprietà nel Dorset.

I primi capitoli sono molto belli, parlano della vita a Londra di Jack e Sadie e mostrano molto chiaramente come Jack sia proiettato verso un futuro di assimilazione, e rifiuti di soffermarsi sul passato, mentre Sadie vive di memorie e di ricordi, specialmente dopo aver perso tutti i parenti rimasti in Germania. Chiaramente questa differenza li separa profondamente: lui non riesce a capire la moglie che si rifiuta di provare a essere felice, lei non capisce come il marito possa cancellare il passato e si sente colpevole della morte dei suoi parenti e condannata all’infelicità.

A partire dal quinto capitolo ho cominciato ad avere delle difficoltà sia con la trama che con il protagonista Jack. Il trasferimento nel Dorset non è semplice (la casa è un disastro, disabitata da anni, mezza diroccata, priva di bagno; il terreno non si presta a diventare un campo da golf e richiede grandi lavori ma Jack inizialmente è costretto ad affrontarli da solo) e i due vivono a tutti gli effetti vite separate. Jack più che perseverante pare un vero e proprio lunatico, che si rifiuta di vedere la realtà per quello che è e non capisce che il resto del mondo ride di lui. E’ così concentrato nel suo sogno da non preoccuparsi né della moglie né di nessun’altro e servirà un evento tragico per riportalo con i piedi per terra (il crollo del tetto rovina le uniche foto che Sadie possiede dei suoi genitori e del fratello, e lei impazzita dal dolore esce di casa in piena tormenta e rischia di morire). L’irresponsabilità di Jack mi ha infastidito molto e mi ha impedito di simpatizzare con la sua missione (fra l’altro costellata di difficoltà degne del più tragico Fantozzi). Ho capito molto di più la moglie Sadie, immersa nella sua tristezza e nei ricordi di infanzia, che il cottage nel Dorset sembra stimolare. Aggiungiamo a questo il fatto che i capitoli centrali sono davvero lenti: non succede quasi nulla se non innumerevoli disastri che costringono il nostro eroe a ricominciare più volte da capo il suo lavoro. Nemmeno l’incontro e l’amicizia con i locali viene approfondito (e questo nonostante loro siano i protagonisti degli unici atti di generosità presenti nel romanzo – quando tutto sembra perduto, è il loro lavoro a permettere la realizzazione del sogno di Jack), solamente un personaggio spicca, il rustico Curtis, una macchietta direi ma risulta molto simpatico. Alla fine l’autrice pensa bene, prima dell’agognato lieto fine, di affibbiare una mazzata finale che ha messo a terra sia il protagonista che me (non solo il consiglio municipale blocca i suoi lavori e gli nega il permesso di proseguirli, ma scopre che l’infido Sir William Waegbert gli ha soffiato non solo l’idea di costruire un campo da golf, ma anche il progettista, l’americano Bobby Jones, cosa che spezza il cuore a Jack).

In conclusione, qualche buon momento c’è, ma nel complesso la lettura è stata un po’ un’agonia e non mi sento di assegnare più di tre stelline. Sono in dubbio se leggere l’altro romanzo della Solomons che mi ispirava (The House at Tyneford) ma sicuramente non rileggerò questo né lo consiglio.

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