Ristorante nostalgia di Anne Tyler

febbraio 12, 2014 § 3 commenti

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Sarebbe dovuto esistere un linguaggio a parte, pensava, per le cose che sono più vere di altre, per la verità totale, assoluta. Questa era la cosa più autentica della sua vita: non riusciva a capirlo e non ci sarebbe riuscita mai.

Anne Tyler è una spettacolare pittrice della realtà umana. La amo da molto tempo, da quando sono incappata quasi per sbaglio in Un matrimonio da dilettanti. Non tutti i suoi romanzi mi sono sembrati così incisivi e appassionanti (Breathing Lessons e The Beginner’s Goodbye non mi hanno particolarmente entusiasmato) ma Ristorante nostalgia (Dinner at the Homesick Restaurant) è sicuramente bellissimo.

Ristorante Nostalgia è il ristorante gestito da Ezra, un uomo quasi troppo buono per essere vero (troppo passivo per il suo stesso bene, in effetti, dato che la sua bontà gli è costata la persona più importante della sua vita – Rut, la donna che avrebbe dovuto sposare, e che invece gli è stata letteralmente rubata dal fratello Cody, perennemente geloso), un ristorante in cui cerca di servire i piatti di cui tutti sentono nostalgia e che non si trovano più, creando un’atmosfera accogliente e casalinga. In questo ristorante tenta perennemente di organizzare le cene di famiglia, che però non riescono mai a concludersi poiché c’è sempre una lite che fa scappare qualcuno prima del dessert.

Perla, la madre, è probabilmente la persona più permalosa: abbandonata – senza apparente motivo – dal marito con i figli ancora piccoli, è troppo orgogliosa per chiedere aiuto e si arrangia da sola, preoccupandosi e arrabbiandosi e isolandosi dal resto del mondo, finendo con l’essere abbastanza irascibile con i figli da lasciare almeno in uno di loro (non Ezra, il preferito, ma Cody, che si sente perennemente non all’altezza, un perenne secondo) il ricordo di una donna violenta, una pazza (quando alla fine del romanzo, al funerale di Perla, riappare il marito scomparso, è questo che Cody gli chiede, come ha potuto lasciarli, ancora indifesi, con una donna del genere).

Jenny è la più piccola, incapace di mantenere in piedi un matrimonio, perennemente evasiva, fino a quando l’età o il marito giusto o il numero giusto di figli la trasformano, emancipandola dall’eredità della madre e rendendola capace di ridere della vita, senza prenderla troppo sul serio (quando in precedenza, dopo due matrimoni falliti, le era sembrato quasi inevitabile sfogarsi sulla figlia con la stessa violenza che la madre le aveva riservato – ironico che sia proprio la madre a salvarla dal suo abisso).

Cody è il primogenito, e sarebbe rimasto figlio unico se non avesse rischiato di morire per malattia, da bambino. E’ stato proprio questo evento a convincere la madre di dover fare altri figli, di scorta, salvo poi rendersi conto che avere tre figli significa solamente triplicare la potenziale perdita. Cody è costantemente geloso del fratello Ezra (che pure, in modo estremamente contorno, apprezza anche molto) e arriva al punto di rubargli la promessa sposa (anche se lei, Rut, non è decisamente il suo tipo, e anche se il loro non si rivelerà – prevedibilmente – un matrimonio felice e lui continuerà per tutta la vita ad essere geloso di Ezra, dubitando addirittura della paternità del suo unico figlio) quasi a voler ribaltare lo schema di una vita, in cui qualsiasi ragazza portasse a casa finiva, in maniera più o meno reale non è dato sapere, per innamorarsi dell’ignaro Ezra.

Il romanzo si articola in capitoli narrati ognuno da un figlio diverso (solo nel primo capitolo la narratrice è la madre, ed è il capitolo più bello, secondo me, il capitolo che, su consiglio di un altro recensore, ho riletto alla fine del romanzo, merita), rivelando prospettive profondamente diverse. Certo la storia di questa famiglia è molto triste, ma anche molto realistica e fa riflettere. Lettura consigliatissima, io continuerò sicuramente a leggere questa fantastica autrice.

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