Venuto al mondo di Margaret Mazzantini

marzo 16, 2014 § 5 commenti

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E’ stato più facile prima correre sotto le granate che dopo passeggiare sulle macerie.

Quest’anno mi sono riproposta di leggere un libro italiano al mese, perché trovo scorretto ignorare la letteratura del mio paese, e sono convinta che ci siamo molte perle che aspettano solo di essere trovate. La Mazzantini non mi era piaciuta in Non ti muovere però di questo Venuto al mondo ho sentito parlare in termini tanto positivi da incuriosirmi.

Venuto al mondo è la storia di Gemma che, ormai cinquantenne, torna dopo molti anni a Sarajevo, su invito del vecchio amico Gojko. Con sé porta Pietro, frutto del suo amore per Diego, un fotografo genovese che ormai non c’è più. Il viaggio diventa un’occasione per ripercorrere il passato (e così scopriamo come inizia la storia tra Gemma e Diego, come finisce, e come nasce Pietro) e per parlare di una terra violentata dalla guerra.

E’ bello leggere un romanzo che parla della Bosnia e di Sarajevo come di un luogo di cui innamorarsi, popolato da persone forti e veraci. Per me i Balcani sono sempre stati un sinonimo immediato di odio e guerra e anche se questi aspetti sono molto presenti in Venuto al mondo, c’è molto di più nella rappresentazione di questa terra. Purtroppo io proprio non riesco ad apprezzare lo stile di scrittura della Mazzantini. In un romanzo che vuole essere crudo, io vedo solo manierismo, costruzione precisa delle frasi e della trama ma con un eccesso di particolari, di storie, di similitudini, che finisce con lo stomacare. A tratti la scrittura funziona, ma più spesso no. Le parti sulla guerra sono toccanti, ma il resto della storia pare costruito a tavolino per commuovere, fa stonare tutto, anche le parti che suonano più genuine.

Ci sono delle cose che mi sono piaciute, delle riflessioni, dei personaggi (Gemma no, Gemma non si può vedere, e che sia la voce narrante non aiuta), però avrei fatto a meno di molto melodramma, di molte infiorettature, di molta dispersione. Il troppo stroppia: mi pare come quando, da bambini, mischiavamo tutti i colori aspettandoci l’arcobaleno, e invece ci ritrovavamo con una pozzetta color fango. Ogni tanto ho trovato qualche filo di rosso, di blu, di verde, che non si era perso nel fango, ma non posso dire di aver apprezzato molto il risultato finale. Credo proverò con Il catino di zinco (di cui ho letto una bella recensione, e che, se non altro, è breve) però se non trovo niente di cui innamorarmi nemmeno in quel testo, ci rinuncio.

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