Into the Wild di Jon Krakauer

aprile 24, 2014 § Lascia un commento

L’ultimo autoritratto di Chris, con il messaggio: I HAVE HAD A HAPPY LIFE AND THANK THE LORD. GOODBYE AND MAY GOD BLESS ALL!

I now walk into the wild.

Una piccola premessa: non sono una grande amante della vita all’aria aperta – mi piace camminare, anche in montagna (in modo del tutto amatoriale) ma il mio habitat naturale è sicuramente un ambiente chiuso provvisto di libri. Into the Wild non è esattamente il mio genere, l’ho letto perché tutti ne parlavano bene e volevo capire se c’era arrosto oltre al fumo. Non sono estranea al fascino dell’idea di ritirarsi in solitudine nella natura, ma per me rimane un esercizio intellettuale – non penso neanche per un attimo di farlo sul serio. Ho delle grosse difficoltà a capire chi rischia la propria vita per pochi attimi di esaltazione e adrenalina e tendo sempre a pensare che debbano essere persone estremamente annoiate dalla propria vita per darle così poco valore. Forse Into the Wild mi ha in parte aiutato a capire questa mentalità (At long last he was unencumbered, emancipated from the stifling world of his parents and peers, a world of abstraction and security and material excess, a world in which he felt grieviously cut off from the raw throb of existence.), in parte confermato che nasce fondamentalmente da un disagio (“I think maybe part of what got him into trouble was that he did too much thinking. Sometimes he tried too hard to make sense of the world, to figure out why people were bad to each other so often. A couple of times I tried to tell him it was a mistake to get too deep into that kind of stuff, but Alex got stuck on things. He always had to know the absolute right answer before he could go on to the next thing”).

Jon Krakauer è un giornalista che si è ritrovato a dover scrivere un reportage sulla macabra fine di Chris McCandless, un ragazzo ventiquattrenne di buona famiglia i cui resti vennero ritrovati nel 1992 all’interno di un bus-rifugio nella terra selvaggia a nord del monte McKinley, in Alaska. Una storia che lo ha colpito moltissimo (anche a causa di una grande identificazione in alcuni aspetti caratteriali di Chris) e che lo ha spinto a decidere di scriverci un libro. Christopher Johnson McCandless si laurea in storia ed antropologia nel 1990 e subito dopo dona i suoi risparmi, libera il suo appartamento e si mette in viaggio con la sua vecchia Datsun. Quando fu costretto ad abbandonare l’auto, bruciò i suoi ultimi risparmi e i suoi documenti di identità e continuò i suoi vagabondaggi in autostop. Dopo mesi di autostop, vita sulla strada e lavori occasionali, durante i quali Chris conosce molte persone che rimangono affascinate dalla sua personalità, decide di affrontare il viaggio della sua vita: l’Alaska. Affascinato da sempre da questa terra selvaggia, Chris desidera dimostrare che è possibile viverci solo di quello che offre la terra. Armato di pochissimi strumenti (tra cui un fucile) sopravvive per 112 giorni per poi soccombere alla denutrizione (probabilmente a causa di una neurotossina ingerita tramite dei semi di una pianta commestibile, neurotossina non ancora studiata all’epoca).

La storia di Chris normalmente provoca odio o amore. Jon Krakauer è profondamente affascinato da questo ragazzo carismatico ed estremista che rifiuta la vita strutturata della società e si rivolge alla natura per ottenere un significato e uno scopo più profondi. Molti lettori del libro lo vedono come una figura eroica, una persona che ha avuto il coraggio di vivere davvero la sua vita, pertanto profondamente ammirevole nonostante lo sfortunato esito del suo esperimento. Altri, invece, vedono la sua storia come una cautionary tale: cosa non fare mai – la storia di un imbecille che si è addentrato nelle terre disabitate dell’Alaska senza attrezzatura appropriata, senza nemmeno una bussola o una cartina aggiornata, senza un piano, senza avvisare nessuno di dov’era e senza dare notizie di sé alla famiglia. Con il senno di poi, una maggiore conoscenza della zona o anche solo una maggiore organizzazione gli avrebbero salvato la vita, ma questa non sarebbe stata il genere di avventura perseguita da Chris. I suoi detrattori sottolineano anche quanto l’idealismo e il romanticismo ingenuo di Chris stiano ispirando altre persone altrettanto idealistiche e romantiche, che potrebbero seguirne i passi e morire a loro volta altrettanto inutilmente.

Personalmente, trovo affascinante Chris, e valide alcune delle sue argomentazioni (anche se non approvo mai l’integralismo morale, perché non trova riscontro nella realtà. Il mondo è troppo complesso per questo). La storia della sua vita fa riflettere. Le poche parole che ha lasciato fanno riflettere. D’altra parte, le principali sensazioni che mi hanno accompagnato durante la lettura sono state profonda tristezza e smisurato orrore (e anche, devo dire, uno spiacevolissimo senso di voyeurismo). NOn si può giudicare la sua scelta scindendola dall’orribile esito. Apparentemente Chris è riuscito ad affrontare la sua vita da tramp e la sua incombente fine con gioia e accettazione, ma io sicuramente non riesco a vedere il motivo per farlo. Non riesco a non pensare all’orrore dei suoi ultimi giorni e all’orrore della sua famiglia quando ha scoperto cosa gli era successo, e quanto vicino era, inconsapevolmente, alla salvezza. Non riesco a non pensare al fatto che sarebbe diventato qualcuno, se fosse sopravvissuto, che l’estremismo della sua gioventù si sarebbe smussato, che sarebbe diventato più comprensivo e tollerante nei confronti delle persone diverse da lui, che forse avrebbe scoperto che il seme del cambiamento della vita risiede nella nostra testa e nel nostro animo, e non necessariamente nelle condizioni oggettive della nostra vita.

Concludo con uno stralcio da una sua lettera a un amico conosciuto durante i suoi vagabondaggi:

So many people live within unhappy circumstances and yet will not take the initiative to change their situation because they are conditioned to a life of security, conformity, and conservatism, all of which may appear to give one peace of mind, but in reality nothing is more damaging to the adventurous spirit whithin a man than a secure future. The very basic core of a man’s living spirit is his passion for adventure. The joy of life comes from our encounters with new experiences, and hence there is no greater joy than to have an endlessly changing horizon, for each day to have a new and different sun. If you want to get more out of life, Ron, you must lose your inclination for monotonous security and adopt a helter-skelter style of life that will at first appear to you to be crazy. But once you become accostumed to such a life you will see its full meaning and its incredible beauty. […] Don’t settle down and sit in one place. Move around, be nomadic, make each day a new horizon. […] You are wrong if you think Joy emanates only or principally from human relationships, God had place it all around us. It is in everything and anything we might experience. We just have to have the courage to turn against our habitual lifestyle and engage in the unconventional living.

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