La nostalgia felice di Amélie Nothomb

maggio 8, 2014 § 3 commenti

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Tanta gente mi chiede di raccontare. Cerco di rispondere e quello che dico suona falso. Come potrebbe essere altrimenti? Urto contro il muro dell’indicibile. Non so se bisogna raschiarlo per ottenerne una particella infinitesimale o se è decisamente meglio scavarci una galleria. (118)

Amélie Nothomb è una scrittrice che leggo e amo da tempo (qui e qui trovate delle recensioni recenti). In particolare trovo affascinanti i suoi romanzi autobiografici. Tempo fa sono entrata in libreria in cerca di questo ma ho trovato La nostalgia feliceCon che gioia l’ho acquistato! Devo ammettere che non ne sono rimasta folgorata come con altri libri (Stupori e tremoriMetafisica dei tubi, Sabotaggio d’amore) e non è un romanzo che consiglieri ai neofiti della Nothomb, ma l’ho amato comunque.

Amélie, figlia di un diplomatico belga, passa i primi anni della sua vita in Giappone, poi ci ritorna a vent’anni e infine a quarant’anni le viene offerta la possibilità di tornare una seconda volta, per un documentario. L’esperienza è sconvolgente, considerando l’amore della scrittrice per questa terra, e per alcune delle persone che la popolano (in particolare, la sua tata che potete vedere anche in copertina e l’ex fidanzato Rinri).

Fino a oggi il mio idillio con il Giappone è stato perfetto. Contiene gli ingredienti indispensabili agli amori mitici: incontro abbagliante nel corso della prima infanzia, sradicamento, lutto, nostalgia, nuovo incontro all’età di vent’anni, tresca, relazione appassionata, scoperte, peripezie, ambiguità, unione, fuga, perdono, strascichi. (25)

Il resoconto di questo viaggio è in parte frustrante (perché è sconnesso, parziale, sfrondato)

Tutto quello che amiamo diventa racconto. […] Quanto si è vissuto lascia una musica nel cuore: è quella musica che ci si sforza di ascoltare tramite il racconto. Si tratta di scrivere questo suono con i mezzi del linguaggio. Un’operazione che presuppone tagli e approssimazioni. Si sfronda per mettere a nudo il turbamento che ci ha conquistati. (7)

in parte dona più di quanto ci si possa aspettare. Ad esempio, io mi sono innamorata dei giapponesi anche solo grazie a questo passaggio:

Per tradurre quanto abbia nostalgia dei miei anni di gioventù nel Kansai, sento l’interprete utilizzare il termine nostalgic invece dell’aggettivo natsukashii, che considero una delle parole emblematiche del Giappone. Dopo l’intervista, nel taxi che ci accompagna al ristorante prenotato dall’editore, cerco di chiarire la cosa con Corinne. – Natsukashii definisce la nostalgia felice – risponde – l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza. I suoi lineamenti e la sua voce esprimevano dispiacere, perciò si trattava di una nostalgia triste, che non è una nozione giapponese.

Si può non ammirare una nazione che non possiede il concetto di nostalgia triste? Ed infatti rientrando a casa, Amélie si ripromette di non essere più triste, di concedersi solo la nostalgia felice. Eppure questo viaggio sembra in parte un fiasco anche per lei: il Giappone di Amélie esiste nella terra dei ricordi, ma nella realtà incontrare persone che non si vedono da vent’anni per subito poi abbandonarle, rivedere luoghi che a volte sono stati stravolti senza giudizio ([…] non c’è futuro per ciò che è soltanto poetico. (101)) e dover rientrare poi in Francia, in una Parigi che non viene descritta nel migliore dei modi, sembra decisamente frustrante. Quindi, un viaggio dovuto, necessario, ma forse proprio per poterselo lasciare alle spalle, perché ormai questa è una terra che non esiste più. E, come afferma Amélie nella citazione a inizio post, rimane in fin dei conti un’esperienza indicibile.

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