La familia de Pascual Duarte di Camilo José Cela

giugno 30, 2014 § Lascia un commento

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Faccio una premessa che non interesserà a nessuno ma che serve alla sottoscritta: ho letto questo romanzo nell’ambito di un mio progetto di lettura in spagnolo. Quest’anno infatti mi sono riproposta di leggere almeno quattro libri in lingua spagnola e questo è il secondo (dopo La sombra del viento di Carlos Ruiz Zafón). Onestamente credo che in condizioni normali non mi avrebbe attratto moltissimo questo romanzo, ma mi sembrava adatto per il mio progetto (diciamocelo: soprattutto perché è breve!). Devo ammettere che, nonostante il registro del romanzo sia piuttosto basso, ho avuto dei problemi nella lettura e infatti dopo pochi capitoli sono stata costretta a leggere con il testo italiano affiancato, però nell’ultima parte mi sono resa conto di essere molto più sciolta per cui nel complesso posso dire che è stata un’esperienza positiva.
Nonostante i miei problemi, dovuti al fatto – ovviamente – che il mio spagnolo non è all’altezza, mi sento di affermare che il romanzo è scritto davvero bene (anche la traduzione che ho letto, di Salvatore Battaglia – non so se ne esistono altre – è molto bella anche se datata) e che l’autore è stato davvero bravo perché è riuscito a scrivere in uno stile semplice (questo dovuto alla natura del narratore, che vedremo poi) ma anche profondamente evocativo, esito non scontato visto la natura della narrazione e il tipo di protagonista.

La caratteristica principale di questo romanzo è sicuramente la sua brutalità, sia nella scrittura, che a volte è addirittura così scarna da obbligarti a fermarti e a rileggere, perché sembra impossibile liquidare certi fatti, certi avvenimenti, in pochissime parole, sia nella trama. La familia de Pascual Duarte infatti è la memoria di un contadino dell’Estremadura, che scrive dalla prigione in cui è rinchiuso, mentre attende la sua sentenza, che molto probabilmente sarà una condanna a morte. La scrittura del romanzo è quindi così semplice proprio a causa di questo narratore di origini umili e poco istruito. In realtà ci sono anche un’introduzione e una postilla ad opera del redattore, ma non il redattore del romanzo, bensì il redattore delle memorie di Pascual Duarte, in quanto l’autore utilizza l’espediente narrativo del manoscritto perduto e ritrovato per poter aggiungere del materiale ‘esterno’ alla storia del protagonista (un paio di lettere e qualche breve documento). Pascual Duarte indirizza queste memorie a un amico di una sua vittima, un omicidio che viene dichiarato subito nella dedica:

A la memoria del insigne patricio Jesús González de la Riva, Conde de Torremejía, quien, al irlo a rematar aquél, le llamó Pascualillo y sonreía.

Fin dal primo capitolo si capisce qual è il tipo di scenario. Infatti il protagonista descrive il suo paese natale, la sua casa, povera, ma di cui è stato perfino orgoglioso occasionalmente, i suoi passatempi, la pesca, la caccia, però conclude il capitolo con l’uccisione repentina e totalmente priva di senso della cagnolina con cui andava a caccia, la Favilla (la Chispa in originale). Un episodio totalmente assurdo, che dà il tono a tutto il romanzo, che ho scoperto poi essere il capostipite di un movimento chiamato tremendismo (un nome, una spiegazione) che utilizza uno stile di realismo estremo e anche esagerato, portato all’eccesso, addirittura grottesco.

Il protagonista infatti è un disgraziato a cui ne succedono di tutti i colori, a volte per la cattiveria del prossimo, a volte proprio per fatalità tanto che gli sembra di essere stato punito per i delitti che doveva ancora commettere. La struttura delle sue memorie ricorda quella del romanzo picaresco, che qui viene però appesantito da una visione della realtà pessimistica in cui l’unica via di fuga del protagonista sembra essere proprio la prigione, o la morte. Cresciuto da un padre violento e da una madre ubriacona e anafettiva, afflitto da lutti e tradimenti a ripetizione, Pascual interiorizza la violenza come unica risposta possibile. Pur tentando di resistere al richiamo del sangue, il suo sembra un destino ineluttabile, a cui non si può sfuggire perché tutta la sua vita lo ha portato ad accumulare tanta rabbia e tanto odio da non poterli sfogare se non con la violenza. La meraviglia di questo romanzo è che la scrittura di Cela ci spinge a provare compassione per un personaggio così primitivo, in balìa dei proprio peggiori istinti, un bruto fatto e rifinito, che però viene descritto in tutta la sua umanità: i pochi momenti felici, gli amori, i dolori. Lui stesso dice (e dopo la grottesca dedica, sono le sue prime parole):

Yo, señor, no soy malo, aunque no me faltarían motivos para serlo. Los mismos cueros tenemos todos los mortales al nacer y sin embargo, cuando vamos creciendo, el destino se complace en variarnos como si fuésemos de cera y en destinarnos por sendas diferentes al mismo fin: la muerte. Hay hombres a quienes se les ordena marchar por el camino de las flores, y hombres a quienes se les manda tirar por el camino de los cardos y de las chumberas. Aquéllos gozan de un mirar sereno y al aroma de su felicidad sonríen con la cara del inocente; estos otros sufren del sol violento de la llanura y arrugan el ceño como las alimañas por defenderse. Hay mucha diferencia entre adornarse las carnes con arrebol y colonia, y hacerlo con tatuajes que después nadie puede borrar ya.Se capiamo bene che lo scritto di Pascual Duarte è un modo dichiarato di liberarsi la coscienza tramite una confessione pubblica degli omicidi commessi, e forse anche un modo indiretto di tentare la carta della grazia (per quanto lui stesso neghi di volerla, perché uscire di prigione gli sembra solo un’ulteriore opportunità per cedere all’istinto omicida), a me sembra anche una rivendicazione della propria identità, della propria storia, che vuole presentare nella sua interezza.

Nonostante la sua crudezza, La familia di Pascual Duarte è un romanzo che consiglio caldamente (tanto ormai vi ho avvisati!) perché, ripeto, è scritto davvero bene. L’autore utilizza una narrazione talmente esagerata nella brutalità, nella miseria che descrive, da rischiare di anestetizzare il lettore, ci introduce un protagonista violento e brutale, ma riesce magicamente ad ottenere il risultato di evidenziarne l’umanità, riuscendo a farci immedesimare nelle sue peripezie! Un risultato davvero incredibile e meritevole. Ora devo solo riuscire a trovare le forze per affrontare quella che viene considerata l’opera più grandi di questo autore, L’alveare (La colmena), sperando sia un po’ meno cruento.

Clouds of Witness di Dorothy L. Sayers

giugno 29, 2014 § 3 commenti

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Questo romanzo è un giallo britannico classico e fa parte di una serie con protagonista l’investigatore Lord Peter Wimsey. L’autrice è famosissima in patria soprattutto per questi volumi, anche se in realtà era donna dai molti talenti, infatti lei stessa considerava come suo miglior lavoro una traduzione della Divina Commedia.
La serie è stata scritta principalmente tra gli anni Venti e Trenta dello scorso secolo. Il protagonista è appunto un titolato, il figlio cadetto di una famiglia nobiliare dello Yorkshire, che si occupa di investigazioni in modo del tutto amatoriale e per suo diletto. Essendo una persona fornita di moltissime doti (intelligenza, intuizione, conoscenze enciclopediche) Lord Peter riesce sempre a risolvere il caso brillantemente.

Purtroppo mi sono resa conto che non ho mai recensito il primo volume nel mio blog, per cui cercherò di parlarvi un pochino anche di Whose Body?, che fra l’altro mi è anche piaciuto molto di più rispetto a questo. Nel primo volume l’investigazione riguarda un cadavere che viene misteriosamente rinvenuto da un architetto nella vasca da bagno di casa sua. In questo caso è la madre di Wimsey a chiedergli di intervenire perché l’architetto, che è chiaramente sospettato, è una sua conoscenza. Contemporaneamente l’amico di Wimsey, il poliziotto Charles Parker, sta investigando sulla sparizione di un ricchissimo uomo d’affari, sir Reuben. I due casi apparentemente non hanno nulla in comune, ma Wimsey si convince che sono legati e inizia a lavorare in questo senso.
L’aspetto più interessante di questo romanzo sicuramente è il carattere particolare di Wimsey anche se possiamo dire che rappresenta il classico cliché dell’investigatore inglese. C’è da dire che probabilmente questi romanzi sono proprio all’origine di questo tipo di personaggio. Wimsey è un uomo pieno di energia e di talenti, è nobile, ricco ma anche molto sfacciato, divertente, dalla personalità esuberante e decisamente non rappresentativo di un certo tipo di nobiltà molto ingessata, quasi bovina nel rispetto delle convenzioni e dello status quo della loro classe. Un altro personaggio bellissimo è quello del suo valletto Bunter, che in realtà Wimsey ha conosciuto sotto le armi (era un sergente ai suoi ordini). I due sono profondamente amici, ma le convenzioni vogliono che il loro rapporto formalmente rispetti le distanze dovute, anche se poi in realtà vediamo che il loro rapporto è molto più profondo. Inoltre Bunter è a sua volta intelligente e pieno di risorse, oltre ad avere accesso a tutta una serie di persone del suo livello sociale, con cui il suo padrone chiaramente non potrebbe parlare alla pari.
Il romanzo è molto interessante perché l’antagonista è un uomo molto intelligente ma convinto di potere e dovere liberarsi dalle pastoie della coscienza morale, per cui dedito alle azioni più aberranti che contrastano invece con il mondo dorato in cui vive Wimsey e soprattutto con il suo dilemma etico relativamente al lavoro di investigazione che sta svolgendo. Lui non è del tutto convinto di avere il diritto morale di portare qualcuno alla forca: anche se chiaramente stiamo sempre parlando di persone colpevoli il protagonista si sente responsabile per quello che fa e riflette bene sul senso e l’utilità del suo coinvolgimento.

In questo volume invece, Clouds of Witness, la storia investigativa è molto più personale perché il protagonista deve scagionare il fratello, il primogenito Gerald, dall’omicidio del fidanzato della loro sorella, Lady Mary. Anche se le premesse sono abbastanza banali (il Duca Gerald viene accusato perché poche ore prima aveva litigato con lui e soprattutto non ha un alibi) la trama è piuttosto complessa perché le investigazioni svelano tre storie che si intrecciano grazie ad una serie di coincidenze incredibili: la storia di Gerald, che di notte vaga per la brughiera e non vuole dire dove è stato, la storia di Lady Mary, che fin da subito si capisce che sta nascondendo qualcosa, e la storia della stessa vittima, il Capitano Denis Cathcart, con un passato burrascoso e anche passionale.
Sicuramente la trama è più dinamica perché ci sono più persone coinvolte e anche geograficamente ci sono degli spostamenti richiesti dalle indagini a Parigi ma anche negli Stati Uniti da cui Wimsey rientra con un rischiosissimo volo transatlantico che fa grande scalpore. D’altra parte le tematiche sono classiche, perché si parla di tradimento e di amore e comunque l’unico personaggio dignitoso nonostante la disperazione delle sue scelte e del suo passato è proprio la vittima, mentre Lord Gerald e Lady Mary fanno veramente una figura meschina (uno perché ha una relazione con una donna provvisto di marito bruto e gelosissimo, che alla fine della storia muore mentre tenta di assassinarlo – ma quando la donna rimane vedova snobba subito il suo amante e le sue offerte di aiuto; l’altra perché nonostante il fidanzamento con la vittima – che comunque era un fidanzamento di interesse per liberarsi dell’atmosfera soffocante della casa di famiglia e dal controllo del fratello maggiore – accetta di scappare con il suo precedente innamorato, un socialista completamente inaccettabile per la sua famiglia, e poi lo difende pure quando pensa che sia stato lui ad assassinare il suo fidanzato, salvo poi scoprire che in realtà è solo un codardo).

Personalmente ho apprezzato molto di più il primo romanzo, probabilmente per me funziona di più uno svolgimento di investigazione logica piuttosto che più avventurosa come in questo episodio. E’ strano perché di solito i romanzi con più avventura sono più avvincenti però in questo caso io non sono d’accordo, ho trovato più noioso questo anche se sempre una lettura piacevole. Sono curiosa di leggere un altro romanzo perché in questo ha brillato molto Bunter grazie alle sue capacità investigative e anche di resilienza incredibile (c’è una scena nelle paludi dello Yorkshire notevolissima) mentre invece Wimsey mi è sembrato più frivolo del solito, un pochino pesante con le sue sciocchezze che invece in Whose Body? mi avevano fatto sorridere parecchio. Vorrei capire se mi sono già stufata di questa serie oppure se è stato solo un caso aver trovato questo episodio un po’ insulso.

The Sense of an Ending di Julian Barnes

giugno 28, 2014 § Lascia un commento

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The history that happens underneath our noses ought to be the clearest, and yet it’s the most deliquescent. We live in time, it bounds us and defines us, and time is supposed to measure history, isn’t it? But if we can’t understand time, can’t grasp its mysteries of pace and progress, what chance do we have with history – even our own small, personal, largely undocumented piece of it?

Non ho apprezzato molto la mia precedente lettura di Barnes (Arthur e George) ma devo ammettere che questa novella, invece, ha davvero catturato la mia attenzione. E’ la storia, raccontata in prima persona, di Tony Webster, un uomo ormai anziano, che a seguito di un bizzarro lascito (da parte della madre della sua ragazza dell’università) rivisita il suo passato e, spinto da un poderoso senso di colpa, ammette che la memoria gioca dei brutti scherzi. Il modo in cui il protagonista si ossessiona ripensando agli episodi del suo passato mi ha ricordato un po’ The End of the Affair, ma solo perché li ho letti a distanza ravvicinata. In realtà il libro più simile a questo è forse The End of the Story di Lydia Davis. Il passato diventa un labirinto e capire cosa è reale e cosa è stato modificato o addirittura inventato è estremamente difficile.

Tony Webster cerca di capire perché la madre di Veronica gli abbia lasciato una piccola somma e il diario del suo amico del college Adrian (nonché fidanzato di Veronica dopo lo stesso Tony) morto giovanissimo, suicida. Il diario di Adrian è però in possesso di Veronica e i suoi tentativi di dialogare con lei sono particolarmente frustranti. Ammetto di non aver ben capito il rapporto tra Tony e Veronica, tutto sommato mi sembra creato a uso e consumo della trama. Quando Tony crede di aver decifrato il rebus, il mondo si ribalta. Lo spiegone finale è un po’ sensazionalista (così come trovo esagerati il senso di colpa di Tony e la rabbia psicotica di Veronica), ma la storia che ci racconta Tony è, in tutta la sua tristezza, meravigliosa, il percorso di un uomo, poco coraggioso, un uomo qualunque in fin dei conti, che ha alla fine il coraggio di mettere in discussione la sua storia per scoprire la verità.

The End of the Affair di Graham Greene

giugno 16, 2014 § 6 commenti

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Romanzo inaspettato da parte di un autore che consideravo erroneamente ‘solo’ uno scrittore di genere (spionaggio). In realtà sapevo che Greene è un autore importante e ho anche letto un suo romanzo, di cui però mi ricordo davvero poco (L’americano tranquillo) anche perché l’ho letto sicuramente più di dieci anni fa. The End of the Affair è un romanzo che fra l’altro non parla per nulla di spionaggio, ma è ambientato nella Londra del secondo dopoguerra (quindi un’ambientazione fra le mie preferite) e racconta la storia di un triangolo amoroso che può sembrare un argomento classico ma in realtà qui viene trattato in modo poco convenzionale.

Il narratore del romanzo è Maurice Bendrix, uno scrittore piuttosto famoso. Dopo aver incontrato per caso Henry Miles, un funzionario pubblico di sua conoscenza, e aver scoperto che è in crisi perché teme che la moglie lo stia tradendo, Bendrix ripensa alla sua relazione proprio con la moglie di Miles, Sarah Bertram, una relazione interrotta non per sua volontà qualche anno prima. Lo scrittore, che si stava riprendendo da questo abbandono, ricade nella sua ossessione amorosa e, là dove il marito non vuole arrivare al punto di indagare sulla moglie per capire che cosa sta succedendo, lui senza troppi scrupoli assolda un investigatore privato. Avviso che da questo momento ci saranno enormi spoiler, non oscurati.

Il romanzo parla soprattutto dell’ossessione di Bendrix per Sarah, non solo nel presente narrativo ma anche nel passato, nella storia che lui ripercorre dopo questo incontro con il marito, che è una storia caratterizzata da parte sua dall’incapacità di abbandono nella relazione e di fiducia nella propria compagna, causata dalla consapevolezza di non poter avere un futuro come coppia. In realtà quando Bendrix si ritrova a leggere il diario di Sarah, sottratto dall’investigatore, scopre che lei lo ha sempre amato moltissimo, e che lo ha lasciato per uno scrupolo morale/spirituale: durante il loro ultimo convegno amoroso nell’appartamento di Bendrix, era infatti iniziato un bombardamento. Bendrix, sceso in ingresso per verificare la disponibilità del rifugio dello stabile, viene colpito da alcune macerie. Sarah, rimasta in camera, accorre e lo trova apparentemente morto. Tornata nella stanza in stato di shock, si ritrova, pur non credente, a pregare Dio di riportare in vita il suo amante, promettendo in cambio di rinunciare a lui. Quando dopo pochi minuti Bendrix la raggiunge, illeso, Sarah si convince di aver assistito ad un miracolo ed è proprio questo il motivo per cui lo abbandona, anche se a lui non spiega il perché, e addirittura inizia un percorso religioso molto contrastato e difficile.

La religione a cui Sarah si rivolge per cercare di capire che cosa è successo è il cattolicesimo, a cui lo stesso autore si era convertito, non senza perplessità che riverberano anche nella sua produzione letteraria (questo aspetto mi ha ricordato moltissimo i romanzi di Muriel Spark). La stessa trama di questo libro sembra aver avuto almeno parzialmente ispirazione autobiografica. Il romanzo ha un finale tragico da diversi punti di vista: superficialmente, è tragico perché Sarah muore per un infreddatura non curata proprio quando lei e Bendrix stavano per ricongiungersi. D’altra parte, sembra che Sarah non volesse tornare con Bendrix perché una parte di lei, anche se non completamente, era comunque convinta di avere a che fare con un Dio. Si può anche pensare che lei si sia lasciata morire proprio per evitare di cadere in questa tentazione.

Da agnostica, ho sempre grosse difficoltà a immedesimarmi nelle storie di fede, perché spesso la religione sembra chiedere dei sacrifici che non hanno senso (d’altra parte è proprio per questo motivo che si parla di fede). In questo caso però il romanzo ha un’attrattiva particolare nella figura della sua protagonista. Sarah infatti è il prototipo della donna superficiale: non solo tradisce il marito con Bendrix, ma prima e dopo questa relazione, e forse anche durante, lo tradisce anche con altri uomini. In realtà pur essendo spregiudicata, Sarah è una persona molto reale, molto onesta, e quando avviene questo episodio miracoloso che per lei è profondamente traumatico, ha il coraggio di mettere in discussione tutta la sua vita. Il marito e l’amante, d’altra parte, hanno di lei un’immagine che non è reale, ma una proiezione che si rifiutano di mettere in discussione, minimizzando ciò che per lei è un’autentica crisi morale e religiosa e che nel finale sembra anche essere supportata da tutta una serie di segnali che pian piano emergono. E’ proprio questo l’aspetto che mi ha intrigato di più nel romanzo, l’immagine di una donna complicata ma a cui viene negato il diritto alla profondità. Sicuramente questa lettura mi invoglia a continuare a leggere i romanzi di Greene.

 

We Have Always Lived in the Castle di Shirley Jackson

giugno 6, 2014 § 3 commenti

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My name is Mary Katherine Blackwood. I am eighteen years old, and I live with my sister Constance. I have often thought that with any luck at all I could have been born a werewolf, because the two middle fingers on both my hands are the same length, but I have had to be content with what I had. I dislike washing myself, and dogs, and noise. I like my sister Constance, and Richard Plantagenet, and Amanita phalloides, the death-cup mushroom. Everyone else in my family is dead.

Shirley Jackson è un’autrice che desideravo approfondire da tantissimo tempo, cioè da quando l’ho riscoperta grazie al racconto “La lotteria” e alla raccolta che la contiene. In realtà molti anni fa ho letto anche L’incubo di Hill House ma vergognosamente devo ammettere che non mi ricordo nulla di quel libro: prima o poi urgerà una rilettura.

We Have Always Lived in the Castle è un romanzo gotico, che parla di una famiglia che vive in una casa isolata (il castello del titolo, appunto). Questa famiglia è composta da due sorelle, Mary Katherine – Merricat – di 18 anni e Constance – Connie – di 28 anni, e da uno zio invalido, che vivono felici nella loro oasi (la casa e la terra circostante, accuratamente recintata a difesa da un mondo malevolo – gli abitanti del paese infatti sono profondamente ostili ai Blakwood). Fin dalle prime pagine siamo immersi in una narrativa che continua negarci delle certezze, prima di tutto grazie ad una narratrice poco affidabile, la stessa Merricat, una diciottenne che si comporta come una bambina, ma una bambina allucinata, neanche troppo velatamente minacciosa, capricciosa, dedita a mini rituali magici di protezione del suo piccolo mondo. Pian piano e in modo obliquo ci vengono elargiti particolari sulla vita passato della famiglia Blackwood che creano un’atmosfera di tensione, incertezza e anche la loro vita quotidiana, nella sua immobilità, è abbastanza surreale da non risultare propriamente rassicurante*.

La situazione viene sbloccata dall’arrivo di un cugino, Charles, con il decisamente malcelato intento di raggirare le cugine ed appropriarsi delle loro ricchezze. Il suo arrivo ovviamente scompiglia tutti ma in particolar modo Merricat, che è ostile al cambiamento e al mondo esterno ed è ostile anche a Charles che rappresenta entrambi, e per di più è un bifolco totale, che si stizzisce in modo esagerato degli inizialmente piccoli dispetti della cuginetta e delle sue manie, e del tempo e la pazienza che Connie dedica a lei e allo zio. I tentativi di Merricat di mandare via questo cugino invadente (anche lo zio lo mal tollera, anzi è divertentissimo il fatto che continui a dimenticarsi la sua identità e a notarlo solo come indistinta presenza molesta) tramite dispetti e rituali falliscono, per cui urge ricorrere a estremi rimedi. Solo che gli estremi rimedi come spesso accade sfuggono di mano, e culminano in una scena grottesca e allucinata di follia collettiva. Ho trovato il finale molto soddisfacente (anche se la morte dello zio mi è dispiaciuta molto, mi era simpatico) e trovo che funzioni, anche se la storia si ripiega su se stessa senza nessun colpo di scena finale. In generale il romanzo mi è piaciuto moltissimo, ma secondo me bisogna evitare di approcciarlo come se fosse un romanzo di tensione o addirittura un horror, perché sicuramente non regge da questo punto di vista. Il punto di forza della Jackson è proprio l’analisi psicologica del male e della follia e ciò che sconcerta di più è che riesca a far simpatizzare il lettore proprio con chi, razionalmente, non merita affatto simpatia.

* anche se, lo ammetto, l’idea di vivere in una grande casa immersa in un enorme giardino, libera dagli impegni sociali, con una cassaforte apparentemente zeppa di soldi, cucinando i prodotti del mio giardino e leggendo libri della biblioteca ha un fascino _enorme_ per me.

Ogni maledetto lunedì su due di Zerocalcare

giugno 4, 2014 § 3 commenti

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Premetto che non sono una grande lettrice di graphic novels e nemmeno di fumetti. Sono tantissimi anni che non ne leggo e comunque anche quando ne leggevo tendevo sempre ad ingurgitare perché per me purtroppo è la parola che conta e quindi tendo a sorvolare le immagini, quindi questo tipo di arte su di me è abbastanza sprecato. Detto questo, ho sentito parlare tantissimo e benissimo di Zerocalcare e ho anche letto diverse vignette pubblicate sul sito, che mi sono piaciute, quindi ho acquistato questo volume quando il mese scorso è andato in offerta. Mi aspettavo qualcosa di diverso, di fatto questa è una raccolta delle vignette del sito, legate però da una storia che fa da cornice a tutto il libro e che per me ha rappresentato un valore aggiunto.

Sulle tavole riprese dal blog posso dire che mi sembrano molto originali (anche se, ripeto, non sono aggiornata) e ho trovato calzantissima una definizione letta non mi ricordo più dove del lavoro di Zerocalcare: tante risate, molte fobie condivise, un fondo di tristezza. Ed è proprio così, perché Zerocalcare ci fa ridere moltissimo grazie a tutti quei problemi che ognuno di noi vive ogni giorno, per esempio ricordo le prenotazioni del treno oppure la richiesta di aiuto tecnologico della mamma Lady Cocca. D’altra parte questo protagonista ha un sacco di fobie e di difetti in cui ci si riconosce moltissimo e quindi è una lettura confortante. E’ vero anche che c’è della tristezza ed è qui forse più che mai che sento questa decina d’anni di differenza, perché le persone della mia età sono cresciute meno disilluse secondo me, hanno avuto più fortuna, hanno vissuto ancora molti anni in cui sperare e sognare era lecito e questo ci ha segnato, nel bene. La generazione di Zerocalcare invece mi sembra sia stata più sfortunata da questo punto di vista ed è anche uno dei motivi per cui ammiro ancora di più chi sceglie una strada meno frequentata, meno sicura, chi fa delle scelte originali sapendo bene che le possibilità di successo sono davvero poche.

Aggiungerei qualcosa proprio sulla storia che fa da cornice e che io ho amato moltissimo, perché le vignette simpatiche sono belle, ma questa metafora in cui utilizza la nave e il naufragio per raccontare, appunto, una generazione disillusa e che ha vissuto momenti storici di profonda amarezza, mi è sembrata davvero toccante. Ho letto in un’intervista che l’autore ha voluto contestualizzare le sue vignette storiche, molto scanzonate, dato che in realtà ovviamente la sua vita quotidiana, dalla fine del liceo ad oggi, non poteva esserne esaustivamente rappresentata. Secondo me è stato davvero un colpaccio di genio, mi è piaciuta moltissimo e mi ha alzato il livello del libro, che fra l’altro ho letto in condizioni pessime perché avevo un’edizione digitale e l’ho letta principalmente sullo smartphone…

Niente, più niente al mondo di Massimo Carlotto

giugno 3, 2014 § 3 commenti

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NOTA: sono indietrissimo con le recensioni, ma sto cercando di recuperare!

Questo è un libro che volevo leggere da tanto*, ma non mi ero mai resa conto di quanto breve fosse, infatti si tratta più che altro di un racconto, nemmeno una novella. Niente più niente al mondo è un monologo, il monologo di una donna di mezza età, che lavora come colf, appartiene alla classe operaia (anche se in realtà forse è una classe che non esiste nemmeno più) e racconta la sua vita, una vita tutta “a risparmiare per non avere nulla, solo la certezza che in futuro potrà solo andare peggio. Una vita da discount, da cinesi, da rate a interessi zero, da affari imperdibili. Che sono sempre una fregatura.”

La protagonista è una donna amareggiatissima, che ha perso quasi subito tutti i suoi sogni di ragazza che dalla provincia sposava un uomo intelligente, che pensava l’avrebbe fatta vivere come una signora. Invece i licenziamenti, l’inflazione, la concorrenza degli immigrati portano la sua famiglia a vivere sempre contando i soldi fino all’ultima lira, sempre al risparmio, mercificando perfino il sesso matrimoniale. E mercificando anche l’unica figlia che, essendo carina, viene spinta costantemente a prendere ispirazione dal mondo della televisione, a proporsi a qualche trasmissione, al Grande Fratello, a vendersi in modo più o meno eclatante, tutto per evitare una vita di miseria economica. Miseria che però solo economica non è, perché è evidente che mancano gli strumenti culturali per poter affrontare una situazione difficile, ma che questa donna prende di petto nel modo peggiore, contabilizzando tutto.

Sono solo poche pagine, che si leggerebbero veloci se non fossero proprio indigeste, che tratteggiano un’Italia davvero meschina, che io non conosco ma che non sono così ingenua da pensare che non esista. Per tutto il monologo ho continuato a pensare che però il pensiero, la riflessione ci devono aiutare nel momento della difficoltà economica, perché è vero che la povertà abbrutisce proprio perché obnubila, ci impedisce il pensiero, però ci dev’essere sempre un qualcosa, una passione, un amore per la vita, per le piccole cose, che ci impedisca di inacidirci completamente. E qui non si parla solo di amarezza, di acidità, c’è un epilogo drammaticissimo, tremendo, ed episodi anche prima molto pesanti (come la denuncia al commissariato di polizia del fidanzato della figlia, reo di essere extracomunitario).

Quello di Carlotto è mondo consumista al massimo, dove trova valore solo la scelta economicamente valida, anche se umiliante per lo spirito. Non c’è salvezza nella famiglia della protagonista, fra un marito debole, de-mascolinizzato dalla mancanza di lavoro, dalle delusioni, da una moglie che gli contesta costantemente di essere stato un pigro, un fallito, una figlia deresponsabilizzata che vuole solo divertirsi, vivere normalmente e non pensare alle cose brutte, anche se questo non è possibile, ovviamente, nel contesto in cui vive, una madre morta nel corridoio di un ospedale e non si sa di che cosa perché tanto non è importante, signora, era vecchia, cosa cambia? La frase niente più niente al mondo, che viene costantemente ripetuta, proviene dalla canzone ‘Il cielo in una stanza’, suonata al matrimonio della protagonista molti anni prima, quando ancora sperava, e pensava di avere un futuro. Ora però descrive l’irrimediabilità dello sprofondamento morale, di un esito incomprensibile e violento, fra l’altro costantemente filtrato dalla protagonista attraverso la prospettiva della televisione.

Niente più niente al mondo è un racconto grottesco, ripugnante, che vorremmo negare, rifiutare eppure continuiamo a leggere pagina dopo pagina con la fascinazione dell’orrendo. Da questo punto di vista riuscitissimo, io fra l’altro ho visto che è stato portato in teatro come monologo (non so se è nato come monologo teatrale però) e ne immagino la potenza su un palcoscenico. D’altra parte, però, secondo me è un po’ mancante come racconto perché accenna solamente, abbozza, in modo teatrale e forte, certo, ma comunque senza approfondire storicamente e sociologicamente, una questione che è importantissima (stiamo parlando, ma questo è spoiler, degli omicidi in famiglia) e che forse è anche trattata in modo semplificato. Diciamo che difficilmente lo consiglierei soprattutto per la tematica, però ha colpito, questo è sicuro!

* per completezza, dico che di Carlotto ho letto diversi libri, incluso Il fuggiasco, che racconta della sua latitanza, ma tutti molti anni fa, secondo me in un momento in cui era particolarmente pubblicizzato per via del film tratto da Arrivederci amore, ciao. E’ uno scrittore bravo, che ha un po’ inaugurato il noir nostrano (ma proprio nostrano, si parla di Nordest) e però consiglio solo a chi ama il genere perché onestamente è molto cupo come autore.

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