Niente, più niente al mondo di Massimo Carlotto

giugno 3, 2014 § 3 commenti

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NOTA: sono indietrissimo con le recensioni, ma sto cercando di recuperare!

Questo è un libro che volevo leggere da tanto*, ma non mi ero mai resa conto di quanto breve fosse, infatti si tratta più che altro di un racconto, nemmeno una novella. Niente più niente al mondo è un monologo, il monologo di una donna di mezza età, che lavora come colf, appartiene alla classe operaia (anche se in realtà forse è una classe che non esiste nemmeno più) e racconta la sua vita, una vita tutta “a risparmiare per non avere nulla, solo la certezza che in futuro potrà solo andare peggio. Una vita da discount, da cinesi, da rate a interessi zero, da affari imperdibili. Che sono sempre una fregatura.”

La protagonista è una donna amareggiatissima, che ha perso quasi subito tutti i suoi sogni di ragazza che dalla provincia sposava un uomo intelligente, che pensava l’avrebbe fatta vivere come una signora. Invece i licenziamenti, l’inflazione, la concorrenza degli immigrati portano la sua famiglia a vivere sempre contando i soldi fino all’ultima lira, sempre al risparmio, mercificando perfino il sesso matrimoniale. E mercificando anche l’unica figlia che, essendo carina, viene spinta costantemente a prendere ispirazione dal mondo della televisione, a proporsi a qualche trasmissione, al Grande Fratello, a vendersi in modo più o meno eclatante, tutto per evitare una vita di miseria economica. Miseria che però solo economica non è, perché è evidente che mancano gli strumenti culturali per poter affrontare una situazione difficile, ma che questa donna prende di petto nel modo peggiore, contabilizzando tutto.

Sono solo poche pagine, che si leggerebbero veloci se non fossero proprio indigeste, che tratteggiano un’Italia davvero meschina, che io non conosco ma che non sono così ingenua da pensare che non esista. Per tutto il monologo ho continuato a pensare che però il pensiero, la riflessione ci devono aiutare nel momento della difficoltà economica, perché è vero che la povertà abbrutisce proprio perché obnubila, ci impedisce il pensiero, però ci dev’essere sempre un qualcosa, una passione, un amore per la vita, per le piccole cose, che ci impedisca di inacidirci completamente. E qui non si parla solo di amarezza, di acidità, c’è un epilogo drammaticissimo, tremendo, ed episodi anche prima molto pesanti (come la denuncia al commissariato di polizia del fidanzato della figlia, reo di essere extracomunitario).

Quello di Carlotto è mondo consumista al massimo, dove trova valore solo la scelta economicamente valida, anche se umiliante per lo spirito. Non c’è salvezza nella famiglia della protagonista, fra un marito debole, de-mascolinizzato dalla mancanza di lavoro, dalle delusioni, da una moglie che gli contesta costantemente di essere stato un pigro, un fallito, una figlia deresponsabilizzata che vuole solo divertirsi, vivere normalmente e non pensare alle cose brutte, anche se questo non è possibile, ovviamente, nel contesto in cui vive, una madre morta nel corridoio di un ospedale e non si sa di che cosa perché tanto non è importante, signora, era vecchia, cosa cambia? La frase niente più niente al mondo, che viene costantemente ripetuta, proviene dalla canzone ‘Il cielo in una stanza’, suonata al matrimonio della protagonista molti anni prima, quando ancora sperava, e pensava di avere un futuro. Ora però descrive l’irrimediabilità dello sprofondamento morale, di un esito incomprensibile e violento, fra l’altro costantemente filtrato dalla protagonista attraverso la prospettiva della televisione.

Niente più niente al mondo è un racconto grottesco, ripugnante, che vorremmo negare, rifiutare eppure continuiamo a leggere pagina dopo pagina con la fascinazione dell’orrendo. Da questo punto di vista riuscitissimo, io fra l’altro ho visto che è stato portato in teatro come monologo (non so se è nato come monologo teatrale però) e ne immagino la potenza su un palcoscenico. D’altra parte, però, secondo me è un po’ mancante come racconto perché accenna solamente, abbozza, in modo teatrale e forte, certo, ma comunque senza approfondire storicamente e sociologicamente, una questione che è importantissima (stiamo parlando, ma questo è spoiler, degli omicidi in famiglia) e che forse è anche trattata in modo semplificato. Diciamo che difficilmente lo consiglierei soprattutto per la tematica, però ha colpito, questo è sicuro!

* per completezza, dico che di Carlotto ho letto diversi libri, incluso Il fuggiasco, che racconta della sua latitanza, ma tutti molti anni fa, secondo me in un momento in cui era particolarmente pubblicizzato per via del film tratto da Arrivederci amore, ciao. E’ uno scrittore bravo, che ha un po’ inaugurato il noir nostrano (ma proprio nostrano, si parla di Nordest) e però consiglio solo a chi ama il genere perché onestamente è molto cupo come autore.

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