La familia de Pascual Duarte di Camilo José Cela

giugno 30, 2014 § Lascia un commento

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Faccio una premessa che non interesserà a nessuno ma che serve alla sottoscritta: ho letto questo romanzo nell’ambito di un mio progetto di lettura in spagnolo. Quest’anno infatti mi sono riproposta di leggere almeno quattro libri in lingua spagnola e questo è il secondo (dopo La sombra del viento di Carlos Ruiz Zafón). Onestamente credo che in condizioni normali non mi avrebbe attratto moltissimo questo romanzo, ma mi sembrava adatto per il mio progetto (diciamocelo: soprattutto perché è breve!). Devo ammettere che, nonostante il registro del romanzo sia piuttosto basso, ho avuto dei problemi nella lettura e infatti dopo pochi capitoli sono stata costretta a leggere con il testo italiano affiancato, però nell’ultima parte mi sono resa conto di essere molto più sciolta per cui nel complesso posso dire che è stata un’esperienza positiva.
Nonostante i miei problemi, dovuti al fatto – ovviamente – che il mio spagnolo non è all’altezza, mi sento di affermare che il romanzo è scritto davvero bene (anche la traduzione che ho letto, di Salvatore Battaglia – non so se ne esistono altre – è molto bella anche se datata) e che l’autore è stato davvero bravo perché è riuscito a scrivere in uno stile semplice (questo dovuto alla natura del narratore, che vedremo poi) ma anche profondamente evocativo, esito non scontato visto la natura della narrazione e il tipo di protagonista.

La caratteristica principale di questo romanzo è sicuramente la sua brutalità, sia nella scrittura, che a volte è addirittura così scarna da obbligarti a fermarti e a rileggere, perché sembra impossibile liquidare certi fatti, certi avvenimenti, in pochissime parole, sia nella trama. La familia de Pascual Duarte infatti è la memoria di un contadino dell’Estremadura, che scrive dalla prigione in cui è rinchiuso, mentre attende la sua sentenza, che molto probabilmente sarà una condanna a morte. La scrittura del romanzo è quindi così semplice proprio a causa di questo narratore di origini umili e poco istruito. In realtà ci sono anche un’introduzione e una postilla ad opera del redattore, ma non il redattore del romanzo, bensì il redattore delle memorie di Pascual Duarte, in quanto l’autore utilizza l’espediente narrativo del manoscritto perduto e ritrovato per poter aggiungere del materiale ‘esterno’ alla storia del protagonista (un paio di lettere e qualche breve documento). Pascual Duarte indirizza queste memorie a un amico di una sua vittima, un omicidio che viene dichiarato subito nella dedica:

A la memoria del insigne patricio Jesús González de la Riva, Conde de Torremejía, quien, al irlo a rematar aquél, le llamó Pascualillo y sonreía.

Fin dal primo capitolo si capisce qual è il tipo di scenario. Infatti il protagonista descrive il suo paese natale, la sua casa, povera, ma di cui è stato perfino orgoglioso occasionalmente, i suoi passatempi, la pesca, la caccia, però conclude il capitolo con l’uccisione repentina e totalmente priva di senso della cagnolina con cui andava a caccia, la Favilla (la Chispa in originale). Un episodio totalmente assurdo, che dà il tono a tutto il romanzo, che ho scoperto poi essere il capostipite di un movimento chiamato tremendismo (un nome, una spiegazione) che utilizza uno stile di realismo estremo e anche esagerato, portato all’eccesso, addirittura grottesco.

Il protagonista infatti è un disgraziato a cui ne succedono di tutti i colori, a volte per la cattiveria del prossimo, a volte proprio per fatalità tanto che gli sembra di essere stato punito per i delitti che doveva ancora commettere. La struttura delle sue memorie ricorda quella del romanzo picaresco, che qui viene però appesantito da una visione della realtà pessimistica in cui l’unica via di fuga del protagonista sembra essere proprio la prigione, o la morte. Cresciuto da un padre violento e da una madre ubriacona e anafettiva, afflitto da lutti e tradimenti a ripetizione, Pascual interiorizza la violenza come unica risposta possibile. Pur tentando di resistere al richiamo del sangue, il suo sembra un destino ineluttabile, a cui non si può sfuggire perché tutta la sua vita lo ha portato ad accumulare tanta rabbia e tanto odio da non poterli sfogare se non con la violenza. La meraviglia di questo romanzo è che la scrittura di Cela ci spinge a provare compassione per un personaggio così primitivo, in balìa dei proprio peggiori istinti, un bruto fatto e rifinito, che però viene descritto in tutta la sua umanità: i pochi momenti felici, gli amori, i dolori. Lui stesso dice (e dopo la grottesca dedica, sono le sue prime parole):

Yo, señor, no soy malo, aunque no me faltarían motivos para serlo. Los mismos cueros tenemos todos los mortales al nacer y sin embargo, cuando vamos creciendo, el destino se complace en variarnos como si fuésemos de cera y en destinarnos por sendas diferentes al mismo fin: la muerte. Hay hombres a quienes se les ordena marchar por el camino de las flores, y hombres a quienes se les manda tirar por el camino de los cardos y de las chumberas. Aquéllos gozan de un mirar sereno y al aroma de su felicidad sonríen con la cara del inocente; estos otros sufren del sol violento de la llanura y arrugan el ceño como las alimañas por defenderse. Hay mucha diferencia entre adornarse las carnes con arrebol y colonia, y hacerlo con tatuajes que después nadie puede borrar ya.Se capiamo bene che lo scritto di Pascual Duarte è un modo dichiarato di liberarsi la coscienza tramite una confessione pubblica degli omicidi commessi, e forse anche un modo indiretto di tentare la carta della grazia (per quanto lui stesso neghi di volerla, perché uscire di prigione gli sembra solo un’ulteriore opportunità per cedere all’istinto omicida), a me sembra anche una rivendicazione della propria identità, della propria storia, che vuole presentare nella sua interezza.

Nonostante la sua crudezza, La familia di Pascual Duarte è un romanzo che consiglio caldamente (tanto ormai vi ho avvisati!) perché, ripeto, è scritto davvero bene. L’autore utilizza una narrazione talmente esagerata nella brutalità, nella miseria che descrive, da rischiare di anestetizzare il lettore, ci introduce un protagonista violento e brutale, ma riesce magicamente ad ottenere il risultato di evidenziarne l’umanità, riuscendo a farci immedesimare nelle sue peripezie! Un risultato davvero incredibile e meritevole. Ora devo solo riuscire a trovare le forze per affrontare quella che viene considerata l’opera più grandi di questo autore, L’alveare (La colmena), sperando sia un po’ meno cruento.

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