Rose Under Fire di Elizabeth Wein

luglio 30, 2014 § Lascia un commento

 

Rose Under Fire è non un seguito, propriamente, ma è ambientato nello stesso universo di Code Name Verity, che ho letto all’inizio di quest’anno e che avevo acquistato senza sapere nulla dell’autrice. Anche qui si parla di ragazze pilota, e c’è anche Maddie, un personaggio importante nell’altro romanzo. La differenza sta che ad un certo punto Rose viene fatta prigioniera e rinchiusa in un campo politico tedesco.

Ora, la differenza più rilevante tra i due romanzi è che Code Name Verity per me si legge più come un romanzo d’avventura, mentre in Rose Under Fire il nodo centrale della narrazione non è nemmeno la trama (il romanzo parte lentamente ma quasi subito scopriamo che Rose è stata liberata e poi c’è un lungo flashback in cui racconta la sua prigionia) ma il senso di colpa della protagonista, in parte per essere sopravvissuta, in parte per aver perso di vista le compagne di prigionia con cui era stata liberata, in parte per la personale incapacità di parlare di quello che le è accaduto (ricordiamo che all’epoca degli eventi narrati molte persone pensavano che certi resoconti non fossero irreali, ma solo propaganda antinazista, perché erano cose troppo orribili per essere credute).

E’ proprio per questo che il romanzo è più cupo, difficile da leggere. L’autrice utilizza spesso l’espediente di creare una scena vagamente confortevole per poi introdurre a tradimento un particolare o un avvenimento agghiaccianti, che diventano ancora più crudeli grazie al contrasto creato. Inoltre le poesie (quelle di Rose e quelle di Edna St. Vincent Millay) sono particolarmente toccanti nel contesto del campo di prigionia in cui la poesia diventa un veicolo di ribellione, resistenza e resilienza (così come sono toccanti i continui paralleli con l’esperienza del campeggio.. c’è qualcosa di più innocente del campeggio?).

Dal punto di vista strutturale Rose Under Fire mi è sembrato piuttosto disorganico. Per esempio, sapere fin dall’inizio del libro che Rose è sopravvissuta è anti-climatico, anche se la fuga dal campo, lo ammetto, risulta comunque emozionante. Altrettanto anti-climatico è il fatto che, rientrata a Parigi, Rose non incontri nessuno dei suoi parenti, amici, colleghi… nessuno, a dire il vero, per lunghe settimane, a parte la cameriera dell’hotel. La scelta ha un suo perché narrativo, ma sinceramente è una situazione poco plausibile. Certo, i suoi genitori sono in America ma come, scopri che tua figlia, che ormai davi per morta, è miracolosamente sopravvissuta a un campo di prigionia e ti limiti a telefonarle?

Nonostante l’argomento trattato sia toccante (e affrontato in modo realistico, come ci spiega l’autrice a fine romanzo) sono rimasta in qualche modo delusa, perché mi aspettavo qualcosa di più simile a Code Name Verity. In realtà se avessi letto il romanzo senza saperne nulla credo l’avrei apprezzato molto di più.

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Corto viaggio sentimentale di Italo Svevo

luglio 30, 2014 § Lascia un commento

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Libriccino acquistato al supermercato (in qualche modo bisogna cedere alle tentazioni: io spesso al supermercato vorrei comperare un libro, ma raramente trovo un libro degno di essere adottato). Si tratta di un romanzo incompleto a causa della morte dell’autore (addirittura l’ultima frase recita “Alla stazione di Tries”) ed è un peccato davvero.

Racconta il viaggio del protagonista, un ormai anzianotto (ha sessant’anni, ma non sono mica i sessant’anni di oggi) signor Aghios che per motivi di lavoro deve prendere il treno da Milano a Trieste tutto solo, senza la moglie e il figlio. Poiché vive la vita familiare come un peso è contento di partire solo e di godersi la libertà. Il suo è un viaggio sperimentale: se gradirà la libertà di viaggiare solo, approfitterà delle occasioni che il lavoro gli riserva, altrimenti ritornerà alla placida vita in famiglia (La famiglia era come un velo dietro al quale ci si riparava per vivere sicuri e dimentichi di tutto). E’ proprio vero che familiari, amici, colleghi e conoscenti ci definiscono a tal punto che a volte, quando vogliamo fare qualcosa di diverso, osare un piccolo atto di ribellione alle nostre consuetudini, preferenze, gusti, ci sentiamo quasi trattenuti anche solo all’idea della reazione che il nostro cambiamento provocherà (e ci sono moltissime persone che si indignano perfino, quando qualcuno osa smentire i propri gusti, cambiare le proprie abitudini!)

Aghios è sia portatore di riflessioni così interessanti, in cui ci si identifica parecchio, sia l’ingenuità personificata: si altera parecchio quando la moglie ride della sua goffaggine (Aghios alla stazione non riesce a trovare il suo treno e quando lo trova, rischia di dimenticarsi il bagaglio a terra) e si preoccupa del contante che porta nella tasca della giacca (preoccupazione ben fondata, tra l’altro). Nel suo viaggio incontra persone diverse, che gli raccontano un pezzetto di mondo, eppure il suo è un viaggio soprattutto mentale (Aghios infatti è un tale rimuginatore da far concorrenza alle peggiori fra noi donne…) e ci rivela tutti i suoi pensieri, il suo autocompiacimento per la sua mentalità ‘moderna’ e tutte le sue reali piccinerie… Come dicevo, molto interessante e piacevole, ha acutizzato il mio desiderio di leggere altro di Svevo (all’attivo ho solo La coscienza di Zeno, anche se letto due volte), però essendo incompiuto non ho assegnato un voto alto.

Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal

luglio 29, 2014 § 1 Commento

Di questo autore ho già letto Ho servito il re d’Inghilterra e confermo una certa insofferenza verso uno stile di scrittura a flusso di coscienza che mi strema sempre. Questo volumetto è davvero smilzo (conta 118 pagine, inclusive di una prefazione e due appendici) e racconta la storia di Hanta, operaio praghese che lavora alla sua pressa per imballare la carta proveniente dai libri censurati dal regime comunista. Il romanzo è difficile  perché è scritto in modo particolare e chiama in causa fior di filosofi e perfino Gesù, ma mi è risultato particolarmente interessante perché procede per antitesi: Hanta è un operaio il cui lavoro è volto a distruggere la cultura, eppure egli rifiuta di lavorare a ritmi serrati (nonostante il vociare orrendo del suo padrone) e si prende il tempo di selezionare volumi che raccoglie nella sua casa oppure dona a vari amanti dei generi più disparati. Inoltre, si prende il tempo anche di inserire in ognuno dei cubi di carta pressata che crea un volume, o delle pagine, accuratamente selezionate, e di ornarne le superfici esterne utilizzando poster di riproduzioni artistiche. Quindi da quello che è un lavoro prettamente distruttivo scaturisce in realtà una costante opera creativa.

Per Hanta l’amore per i libri è totalizzante e viscerale:

Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari. (p. 3)

La storia di Hanta è poetica e lorda (sono dell’autore queste parole, tratte dall’intervista in appendice: ho imparato ad alternare il ritmo, i contrasti di colore, mi riusciva già […] porre accanto allo scolo un brillante […] scrivi in modo che i proto non siano in grado di comporre, il lettore sbalordito si prenda il capo tra le mani, il redattore pianga e rida, perda gli occhiali e litighi con sua moglie…), frammentaria e sbalorditiva, crudissima e proprio perché cruda a tratti svela delle tenerezze assurde che riempiono il cuore, delle bellezze preziose, che l’avvento di una nuova era vuole rubarci (ma vi prego, teniamoci strette le nostre piccole gioie). Il libro di Hrabal parla con entusiasmo di lotte tra ratti, fogne, mosche carnarie (spesso vi farà perdere l’appetito), amori poeticissimi, cieli stellati, gioie fugaci ma profondissime (soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri  dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so).

E io che pensavo di non riuscire a trovare nulla da dire su questo libro! Sicuramente c’è molto di più di quanto ho riportato e capito io (gran poco ne ho capito in effetti, che è anche il motivo per cui ho assegnato tre stelline – ebbene, la votazione per stelline mi confonde profondamente, a volte) e altrettanto sicuramente ho provato a tratti odio verso queste pagine, a volte profonda tenerezza.

The Provincial Lady Goes Further di E. M. Delafield

luglio 28, 2014 § Lascia un commento

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Secondo capitolo del diario di una lady di provincia, pubblicato negli anni Trenta da E. M. Delafield, scrittrice molto prolifica ma nota soprattutto per questi quattro romanzi (il primo è stato tradotto anche in italiano, per Neri Pozza – questo volume è noto anche come The Provincial Lady Goes to London, credo sia l’edizione americana). Come per il primo volume, preferisco non elogiare troppo questo romanzo (autobiografico eh, ma sempre romanzo) perché temo che arrivandoci con troppe aspettative si rischi di non trovarci molto. Si tratta di un libretto delicato, radicato nella quotidianità dell’autrice e condito da un’ironia lieve. La protagonista racconta in forma diaristica e vivace, infatti, le difficoltà di conciliare l’attività di scrittrice con il ruolo di casalinga, moglie e madre, la complicata gestione dei figli, di un marito musone e di un budget risicato, le aspettative sociali e intellettuali di compaesani, amici e conoscenti.

A seguito della pubblicazione del primo volume della Provincial Lady, e della ricezione del relativo assegno, la protagonista affitta un appartamento a Londra, che dovrebbe essere il suo rifugio dalle incombenze di tutti i giorni, dedicato alla scrittura. In realtà amici, conoscenti e perfetti sconosciuti non mancano di farsi vivi alla sua porta, con richieste a tratti davvero stravaganti. Fortunatamente queste piccole avventure non fanno che fornire materiale per questo romanzo! Divertente e piacevolissimo.

Legami di sangue di Irène Némirovsky

luglio 27, 2014 § Lascia un commento

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Sono innamorata di questa autrice da quando ho letto il giustamente osannato Suite francese nel 2008. Ho la nettissima impressione che di lei si stia pubblicando davvero tutto, e soprattutto anche molti raccontini come questo che, furbescamente da un punto di vista editoriale, vengono spalmati sulla lunghezza di una novelletta. Diciamo pure che sono 96 pagine, ma in realtà sono molto meno. Come ho spesso ribadito io non amo molto i romanzi brevissimi in quanto mi sembra di averli finiti ancora prima di affezionarmi ai personaggi, di riflettere su quanto letto. Certo ci sono le eccezioni. Legami di sangue è notevole per la scrittura e per l’indagine psicologica però non è, a mio avviso, un’eccezione: insomma, non è imperdibile, seppur bello.

In questa manciatina di pagine l’autrice riesce a regalarmi l’immagine nitidissima di una famiglia: tre fratelli – sposati – e una sorella – divorziata, si radunano per la solita cena domenicale a casa della madre, che vive sola con la domestica. La madre percepisce che i figli hanno dei problemi, che ci sono delle tensioni, ma i figli tendono a nasconderle tutto quanto è spiacevole nelle loro esistenze, per non darle un dispiacere, finendo però non solo per non avere nulla da dire, ma soprattutto con il creare un’enorme distanza tra loro e la madre, all’oscuro del novanta per cento della loro quotidianità.

Quando la madre si ammala, fratelli sorella e nuore si radunano al suo capezzale e improvvisamente i fratelli percepiscono quanto le mogli siano distanti, quanto solo loro consanguinei possano capirsi l’un con l’altro nel terrore della possibile perdita. Questo riavvicinamento, affiatamento, fa sì che i due fratelli maggiori si impegnino, per quanto vagamente, ad aiutare il minore, che desidera un prestito per un’impresa disperatissima, e che si rivela ancora più disperata del previsto quando, nella penombra della veglia, egli ne rivela tutti i particolari. I discorsi della notte al mattino hanno però una luce tutta diversa, si sa.

Ci sono due cose che non mi hanno convinto in questo racconto: la prima, è la brevità; la seconda, il finale troncatissimo. Non ho nulla contro i finali aperti ma questo, più che aperto, sembra mangiato dal cane. Al di là di questo nel bene e nel male la Némirovsky è sempre bravissima a descrivere i suoi personaggi, così umani, così deboli, così deprimenti – non tanto perché sono deprimenti, quanto perché sono veri, verissimi, e in loro vediamo noi stessi, come siamo o come potremmo, Dio ce ne scampi, essere.

El amor en los tiempos del colera di Gabriel García Marquez

luglio 22, 2014 § Lascia un commento

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Di Gabriel García Marquez ho letto, eoni fa, gli irrinunciabili Cento anni di solitudine nonché, con ancora più gusto, Cronaca di una morte annunciata. Più recentemente, ma nemmeno tanto, ho letto anche Vivere per raccontarla (che mi ha entusiasmato di meno, e di cui ricordo pochissimo). Quando ho acquistato questo volume, l’ho fatto principalmente perché cercavo romanzi in lingua spagnola per il mio progetto, e pensavo: con Gabo non si può sbagliare. Vero. E falso.

La trama di questo romanzo è presto detta: Florentino Ariza, un giovane colombiano di origini oscure, si innamora perdutamente della bella Fermina Daza. Quando lei lo rifiuta, e poi sposa un brillante medico di buona famiglia, Juvenal Urbino, Florentino decide di aspettare che la sua amata si liberi (ovvero, che il dottor Urbino muoia) per dichiararle il suo amore eterno e vivere finalmente la loro storia d’amore. Nel frattempo si impegna per crearsi una carriera, rinnova la casa della madre per accogliere la sua futura sposa, e indulge in numerosissimi incontri amorosi durante i quali non cede mai un briciolo di sé (infiel, pero nunca desleal, puah!). Addirittura una delle sue amanti viene brutalmente uccisa dal marito quando una disattenzione gli fa scoprire che gli è stata infedele, mentre Florentino decide di sedurre una ragazzina di cui è il tutore, che poi, abbandonata dopo la morte del dottor Urbino, finisce con il suicidarsi. Un tripudio di egoismo insomma. Non riesco a vedere il fascino di un innamoramento così tenace quanto superficiale (soprattutto considerando che il protagonista si concede di tutto, nel frattempo, con un’incoerenza incredibile!).

Se la storia principale dei due protagonisti è deludente e a tratti disgustosa, il contorno è affascinante: l’anonima città colombiana in cui si svolge la storia è tratteggiata mirabilmente, sembra di essere dentro il suo puzzo, la sua bellezza, il suo calore. La miriade di comparse (soprattutto amanti di Florentino) intreccia altrettante microstorie su questo sfondo, e la stessa caratterizzazione dei personaggi principali (Florentino, Fermina, anche il marito Juvenal) è minuziosa, realistica, pieno di tic umanissimi ed universali. Che dire, insomma: forse io sono una persona poco romantica, ma questa grande storia d’amore non l’ho mica vista. D’altra parte, Gabo il grande scrittore da queste pagine emerge tutto, il che non è dir poco.

Roderick Duddle di Michele Mari

luglio 21, 2014 § Lascia un commento

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Era da tempo che volevo leggere un romanzo di Michele Mari e avevo messo in wishlist Verderame, solo che poi è uscito questo Roderick Duddle, di cui diverse persone hanno parlato bene e devo dire che sono molto contenta di aver seguito questo consiglio. In generale, ringrazio tutte le persone che perdono tempo a dare la loro opinione sui romanzi che leggono, perché quest’anno – in cui mi sono riproposta di riscoprire la letteratura natia – sto scoprendo davvero molti autori italiani interessanti e meritevoli.

Fatta questa premessa, pur non avendo mai letto altro di Mari, ho capito che questo per lui è stato un divertissement: un romanzo di avventura che ricalca le orme dei grandi del genere (e non si risparmia omaggi alla letteratura, non solo a L’isola del tesoro di Stevenson, ma anche a Great Expectations di Dickens e Uomini e topi di Steinbeck) ma riesce ad essere anche fresco, divertente ed avvincente come forse le pagine dei classici faticano – oggi come oggi – ad essere.

Mari riesce infatti a tenere desta l’attenzione anche se, di fatto, la trama consiste solo in questo: un orfanello, tale Roderick, che viene cacciato dalla locanda dove viveva non appena la madre (una prostituta) muore, è in realtà il nipote, per quanto illegittimo, della vedova Pemberton, che sta per morire senza figli né eredi diretti e avendo molto sofferto di salute, ed essendo praticamente in punto di morta, incarica il suo amministratore di trovare il suo nipotino per eleggerlo suo erede universale. Tutte le persone che, direttamente ed indirettamente, vengono a sapere di questa eredità e del bambino che la otterrà, previa esibizione di un medaglione, cercano di trarre profitto dalla situazione. Si tratta insomma di un 500 pagine di imbrogli, giochi di forza, bravi mandati a rapire/ammazzare/intimidire la persona del caso, e un bambino che cerca di sopravvivere a tutto ciò.

Un romanzo che è un vero divertimento, non solo per la trama ma anche per tutti i piccoli giochi metaletterari che non servono a niente ma danno grandi soddisfazioni (sto parlando non solo dei personaggi che omaggiano, nel nome e a volte un pochino anche nel carattere, i romanzi di cui sopra – e chissà quanti riferimenti mi sono persa) ma anche del vezzo di trattare il romanzo come una traduzione dall’inglese (e l’ambientazione è inglese, resa benissimo senza la necessità di ammorbare i lettori con lunghissime descrizioni) nonché la breve cornice dell’azione, in cui lo stesso Michele Mari ha un piccolo ruolo.

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