Shirley di Charlotte Bronte

luglio 1, 2014 § Lascia un commento

Essendo una grande appassionata di letteratura inglese (anche se forse nell’ultimo anno le mie letture non ne sono state grande testimonianza) ovviamente conosco (nel senso che li ho letti) i tre romanzi più famosi delle sorelle Brontë (Jane EyreWuthering HeightsAgnes Grey), credo i nomi più famosi (insieme a Jane Austen) quando si parla di classici britannici. Shirley è il secondo libro pubblicato da Charlotte Brontë, subito dopo Jane Eyre, e se ne differenzia pesantemente, per stessa ammissione della scrittrice che nell’incipit esorta i lettori a non aspettarsi una storia d’amore: il romanzo è infatti ambientato nello Yorkshire del primo Ottocento e parla delle proteste operaie nei confronti dell’industrializzazione che riduceva i posti di lavoro in un momento storico già afflitto dalla povertà a causa delle guerre.

If you think, from this prelude, that anything like a romance is preparing for you, reader, you never were more mistaken. Do you anticipate sentiment, and poetry, and reverie? Do you expect passion, and stimulus, and melodrama? Calm your expectations; reduce them to a lowly standard. Something real, cool and solid lies before you; something unromantic as Monday morning (…) p. 3

Anche se Shirley è dichiaratamente un romanzo sociale, sono rimasta un po’ delusa dal fatto che il conflitto principale (fra l’industriale Robert Moore  e i suoi operai) viene ben presto accantonato e diventa solo lo sfondo contro cui viene costruito un triangolo amoroso (ebbene sì, nonostante le sue veementi dichiarazioni, in Shirley la trama principale è composta da bene due relazioni amorose). In realtà le aspirazioni e i problemi delle due parti sociali sono inizialmente delineate in modo molto coinvolgente: Robert Moore è un gentiluomo belga che desidera riabilitare il nome della sua famiglia, una potente dinastia commerciale ormai distrutta dalla guerra, e per farlo non ha altri mezzi che la sua industria tessile. I suoi operai sono ovviamente persone comuni, bravi lavoratori sacrificati al dio dell’industrializzazione e penalizzati da un contesto storico che li condanna alla povertà. Ben presto però è chiaro che il loro confronto non è l’obiettivo principale del romanzo, senza contare che la struttura della narrazione non fa che favorire la classe industriale nella persone di Robert Moore, che non è esattamente quello che mi sarei aspettata, e il conflitto viene risolto a fine romanzo proprio grazie alla sua generosità, una soluzione decisamente reazionaria.

***attenzione spoiler***

Poiché l’eponima Shirley non entra in scena che a romanzo molto avanzato (a p. 147 viene nominata per la prima volta) i primi capitoli sono dedicati alla coprotagonista, Caroline Helston, che sogna di sposare il cugino Robert (Moore) ignara del fatto che lui, sebbene provi della tenerezza nei suoi confronti, è più che mai intenzionato a non cedere alle lusinghe dell’amore, preso com’è dai suoi affari.  Quando Caroline realizza che i suoi sogni si sono infranti, ecco entrare in scena Shirley, ricca ereditiera, una bella ragazza socievole ed esuberante, che le offre la sua amicizia salvandola dal vuoto della sua esistenza. Un’amicizia profonda che però costringe Caroline ad essere testimone di una nascente simpatia tra Shirley e Robert, una simpatia che, nel momento in cui dovesse concretizzarsi in un fidanzamento e poi matrimonio, la priverebbe della presenza delle due persone più amate al mondo. Per fortuna l’autrice ci riserva delle sorprese, e le vicissitudini delle due eroine diventa un’occasione di profonda riflessione sulla condizione femminile, anche se il finale è tutto meno che rivoluzionario.

E’ chiaro che per leggere un romanzo che ha quasi duecento anni è necessaria una certa mediazione culturale: il deperimento di Caroline a causa della sua delusione amorosa sarebbe quasi imbarazzante, se non fosse l’occasione di una riflessione sul desiderio femminile di un’occupazione che però la società nega alle donne. Anche l’espediente della madre ritrovata è difficile da digerire, ma ci permette di salvare la dignità dell’eroina, che recupera la salute non grazie al melenso intervento del suo amore, ma dalle più pragmatiche attenzioni della madre. I difetti che non ho perdonato a Shirley sono altri: la lunghezza eccessiva, la verbosità, la confusione strutturale, l’incapacità di mantenere il tema principale (il conflitto sociale, appunto, che si conclude a tarallucci e vino, nel senso che le proteste degli operai vengono banalizzate) e anche l’espediente narrativo alla base dello snodo principale della trama, ovvero la realizzazione che Shirley non è mai stata innamorata di Robert ma lo trattava con confidenza perché innamorata del fratello, Louis, che era stato il suo tutore. E’ un escamotage che permette di salvare capre e cavoli (Caroline rimane amica di Shirley ed entrambe coronano il loro sogno d’amore) ma è anche poco credibile che in qualche momento Shirley non si sia sentita in obbligo di chiarire il rapporto con Robert per attenuare le sofferenze dell’amica.

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