Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal

luglio 29, 2014 § 1 Commento

Di questo autore ho già letto Ho servito il re d’Inghilterra e confermo una certa insofferenza verso uno stile di scrittura a flusso di coscienza che mi strema sempre. Questo volumetto è davvero smilzo (conta 118 pagine, inclusive di una prefazione e due appendici) e racconta la storia di Hanta, operaio praghese che lavora alla sua pressa per imballare la carta proveniente dai libri censurati dal regime comunista. Il romanzo è difficile  perché è scritto in modo particolare e chiama in causa fior di filosofi e perfino Gesù, ma mi è risultato particolarmente interessante perché procede per antitesi: Hanta è un operaio il cui lavoro è volto a distruggere la cultura, eppure egli rifiuta di lavorare a ritmi serrati (nonostante il vociare orrendo del suo padrone) e si prende il tempo di selezionare volumi che raccoglie nella sua casa oppure dona a vari amanti dei generi più disparati. Inoltre, si prende il tempo anche di inserire in ognuno dei cubi di carta pressata che crea un volume, o delle pagine, accuratamente selezionate, e di ornarne le superfici esterne utilizzando poster di riproduzioni artistiche. Quindi da quello che è un lavoro prettamente distruttivo scaturisce in realtà una costante opera creativa.

Per Hanta l’amore per i libri è totalizzante e viscerale:

Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari. (p. 3)

La storia di Hanta è poetica e lorda (sono dell’autore queste parole, tratte dall’intervista in appendice: ho imparato ad alternare il ritmo, i contrasti di colore, mi riusciva già […] porre accanto allo scolo un brillante […] scrivi in modo che i proto non siano in grado di comporre, il lettore sbalordito si prenda il capo tra le mani, il redattore pianga e rida, perda gli occhiali e litighi con sua moglie…), frammentaria e sbalorditiva, crudissima e proprio perché cruda a tratti svela delle tenerezze assurde che riempiono il cuore, delle bellezze preziose, che l’avvento di una nuova era vuole rubarci (ma vi prego, teniamoci strette le nostre piccole gioie). Il libro di Hrabal parla con entusiasmo di lotte tra ratti, fogne, mosche carnarie (spesso vi farà perdere l’appetito), amori poeticissimi, cieli stellati, gioie fugaci ma profondissime (soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri  dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so).

E io che pensavo di non riuscire a trovare nulla da dire su questo libro! Sicuramente c’è molto di più di quanto ho riportato e capito io (gran poco ne ho capito in effetti, che è anche il motivo per cui ho assegnato tre stelline – ebbene, la votazione per stelline mi confonde profondamente, a volte) e altrettanto sicuramente ho provato a tratti odio verso queste pagine, a volte profonda tenerezza.

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