Friday Reads – L’armata dei sonnambuli

agosto 29, 2014 § 4 commenti

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Incomincia un mondonuovo, e il posto dei veri repubblicani è invetta alla torre, a risguardare la protagonista di oggi, ovvero la calca pulciosa con tanto di pezze al culo, il popolo famelico e smerdo eppure in piedi, assetato di sangue, enormissimo drago di fremenda bellezza!

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Amsterdam di Ian McEwan

agosto 29, 2014 § 2 commenti

A distanza di un paio di giorni dalla fine di questa lettura, ammetto che forse il mio giudizio è un po’ severo, ma non lo modifico perché anche se ho avuto modo di rivedere alcuni aspetti del romanzo, a conti fatti continua a non ammaliarmi come di solito mi accade con i romanzi di McEwan.

McEwan nei sui libri riesce solitamente a descrivere la psicologia dei suoi personaggi in modo approfondito e a porli di fronte a un dilemma morale. In Amsterdam, Clive e Vernon sono due amici che si ritrovano al funerale di Molly, ex amante – ma soprattutto, amica – di entrambi. Clive è un compositore di successo, impegnato a scrivere la sinfonia della sua vita, mentre Vernon è il direttore di un quotidiano ormai in declino. Al funerale è presente un altro amante di Molly, Julian Garmony, un politico reazionario disprezzato sia da Clive che da Vernon.

Nelle settimane successive al funerale Clive e Vernon sono abbastanza sconvolti da fare un patto dalle conseguenze inaspettate. Inaspettate soprattutto perché la loro amicizia viene messa a dura prova dal fatto che entrambi prendono una decisione moralmente discutibile. E a partire da queste decisioni si srotola una sequenza di eventi che conduce ad un colpo di scena finale che ho trovato, però, surreale. Non mi interessa poi così tanto i fuochi d’artificio quando leggo un romanzo di McEwan, mi interessa di più l’accanimento ossessivo sulle psicologie dei personaggi, spesso eccessivi ma sempre ‘giustificati’. Qui ci sono moltissimi spunti abbandonati, o addirittura mai presi in considerazione (per esempio, il punto di vista di Garmony, e della moglie) Stranissimo, a mio avviso, che sia l’unico romanzo di McEwan vincitore del Booker Prize.

The Town in Bloom di Dodie Smith

agosto 26, 2014 § Lascia un commento

Dodie Smith fornisce sempre letture soddisfacenti, anche se questa volta devo ammettere che non mi sono proprio innamorata. Ho trovato l’inizio del romanzo un po’ caotico: tre amiche si riuniscono al solito tavolo, cosa che fanno ormai da quarantanni ogni cinque anni. E come in tutte le precedenti occasioni, sperano di essere raggiunte anche da Zelle, che un giorno ha svuotato la sua camera al Club e si è dispersa nel mondo (e ne aveva ben donde, a dire il vero!). Poi Mouse,la voce narrante del romanzo, avvista su una panchina una barbona con le gambe da pony (a quanto pare caratteristica fisica peculiare di Zelle) e nonostante i cinquant’anni suonati esce dal ristorante e la rincorre come se non ci fosse un domani, addirittura inseguendola in taxi quando si lancia in un bus.

Di qui un flashback lungo quanto il libro (epilogo a parte) dove capiamo come si sono conosciute le quattro amiche e quali sono stati i grandi dilemmi della protagonista, aspirante attrice (di teatro, ça va sans dire) nella Londra degli anni Venti, e delle compagne di avventure Lilian, Molly e Zelle. Mouse ha avuto il vantaggio di essere cresciuta in modo non convenzionale dalla saggissima zia, e di possedere un’autostima incrollabile. Caratteristiche che rendono la narrazione brillante e divertente, per lo meno finché anche lei non cade vittima di un grande ammore.

Il finale mi ha lasciato un po’ perplessa, a parte gli ultimissimi paragrafi in cui Mouse riflette di non aver mai sofferto la solitudine e di non essere mai spaventata, ma soprattutto:

But I often felt astonished – astonished that I should be allowed to live here alone, to drive my own car, and sit up all night if I wanted to. Was I the only woman in the world who, at my age – and after a lifetime of quite rampant independence – still did not quite feel grown up?

The Weekend di Peter Cameron

agosto 25, 2014 § Lascia un commento

 

 

Bellissimo romanzo. The Weekend apre delicatamente uno squarcio nella vita del protagonista Lyle, che per un weekend si ritrova con la coppia Marian e John nella loro casa fuori New York. Solo che da questo squarcio escono sentimenti intensissimi, riportati con uno stile delicato e parole accuratamente scelte e tanto più incisivi per questo.

Il nodo della questione è che Lyle, Marian e John sono legati, per vari motivi, ad una quarta persona, Tony, mancata l’anno precedente. E Lyle si presenta a casa degli amici in compagnia del giovane Robert, conosciuto poche settimane prima. Nel mosaico si inserisce anche l’italiano Laura Ponti, in visita dall’Italia per stare con la figlia attrice, con cui ha un rapporto burrascoso.

The Weekend racconta molte cose con poche parole, che è un modo terribilmente bello di creare un romanzo apparentemente leggiadro ma in realtà denso di cose, avvenimenti, ricordi, azioni e pensieri, nonché dialoghi, ovviamente. Ogni volta che ci ripenso mi viene in mente qualcosa di nuovo ma sicuramente per me Cameron ha centrato l’immagine del lutto:

Lyle had thought mourning would progress mathematically, a gradual but perpetual diminution of sadness: a slow, sure journey. One left the beloved city and watched it shrink in the distance until it disappeared, gone but remembered, faintly and fondly. But Lyle’s journey was not like that: he found himself again and again clutching the closed gates of the empty city.

Friday Reads – The Weekend di Peter Cameron

agosto 22, 2014 § Lascia un commento

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The crowd bothered Lyle, who liked to think that when he was escaping from the city he was doing it alone; to be accompanied by a trainload of brightly dressed people clutching shopping bags stuffed with wine and baguettes spoiled his pleasure.

A Kiss Before Dying di Ira Levin

agosto 21, 2014 § 5 commenti

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E’ praticamente impossibile parlare di questo thriller senza rovinare qualcosa, ma ci provo: all’inizio del romanzo incontriamo il protagonista, il nostro American golden boy (biondo, bello, affascinante e premuroso) in preda alla più feroce delle rabbie, perché la sua ragazza, Dorothy, è rimasta incinta:

His plans had been running so beautifully, so goddamend beautifully, and now she was going to smash them all. Hate erupted and flooded through him, gripping his face with jaw-aching pressure. That was all right though; the lights were out.

Ebbene sì, perché il nostro biondino(per il momento anonimo) aveva tutte le intenzioni di sposarsi la compagna di università Dorothy, ma con il beneplacito del suocero, il magnate del rame della Kingship Copper Incorporated, e tutti i soldi che ne possono derivare. E ora che Dorothy ha rovinato tutto, perché il padre sicuramente le toglierà tutti i soldi se si sposa incinta come una svergognata, tocca porre rimedio. Ma come? Dopo un paio di tentativi, non rimane che ucciderla inscenando un suicidio. Cosa che scopriamo al secondo capitolo, più o meno, perché la prima parte è narrata dal punto di vista del killer.

Attenzione, però: a questo punto, Mr. Levin cambia le carte in tavola, perché il punto di vista diventa quello di Ellen, la sorella di Dorothy. C’è qualcosa che non la convince della morte della sorella e sì, forse è solo che è difficile ammettere che possa essersi suicidata, ma è decisa ad indagare e per questo si reca nella cittadina universitaria dove risiedeva. E se lei ha solo qualche sospetto, noi sappiamo che c’è un killer biondino e ogni volta che entra in scena un ragazzo biondo si arricciano i piedi (perché noi lettori sappiamo che è biondo, e sappiamo che ha ucciso Dorothy, ma non sappiamo come si chiama).

A questo punto penserete che non vale più la pena di leggere il romanzo, perché avete l’impressione di aver capito più o meno come va la faccenda… illusi! Sbagliatissimo! Mr. Levin ha ancora molti trucchi nascosti nella manica e li userà tutti, fidatevi. Anch’io all’inizio pensavo che questo romanzo non potesse tenere testa a Rosemary’s Baby o The Stepford’s Wives, ma mi sono dovuta ricredere.

Look at Me di Anita Brookner

agosto 20, 2014 § Lascia un commento

Non bello come Providence, che per il momento rimane la mia cartina di tornasole per la Brookner, ma comunque molto apprezzato. I romanzi della Brookner sono tutti simili, eppure vale sempre la pena di leggere il successivo.

Frances Hinton lavora come bibliotecaria presso un istituto medico, vive nella stessa casa che era dei suoi genitori insieme ad una specie di governante ereditata dalla madre e insieme a tutti i mobili e le suppellettili che la madre usava. Ha solo un’amica, la collega Olivia, e pochissimi impegni sociali, soprattutto dettati dalla sua buona educazione (per esempio la visita mensile alla precedente bibliotecaria). La sua è una vita di piccole routine perfettamente oliate, di abitudini, di certezze. Una vita noiosa, certo, ma sicura (viene appena accennata una precedente relazione finita molto male).

Quando Frances viene ‘adottata’ da una coppia di coniugi vivaci e festaioli, passa sopra a molti dei loro difetti, desiderosa sola di compagnia, perché, come recita l’incipit del romanzo, once a thing is know, it can never be unkown, e la fame di umanità di Frances è ferocissima. Addirittura rinuncia alla scrittura, un po’ perché per partecipare attivamente alla vita sociale bisogna un po’ smetterla di osservare minuziosamente e prendere note, un po’ perché la nuova amica Alix è curiosissima e totalizzante, e percepisce la scrittura di Frances come un’esclusione.

Purtroppo Frances scopre che la voracità della sua nuova compagnia si allarga a campi inaspettati, e che chi innocente non è, non crede e non accetta di credere nell’innocenza altrui. Che chi si espone rischia di bruciarsi, e Frances brucia di brutto.

Scritto perfettamente, ogni parola un significato, eppure anche ambiguo, Look at me è consigliato solo a chi non è troppo affezionato alla trama e sopporta bene le tonnellate di introspezione che la protagonista ci propina, con quella vena di egoismo che la contraddistingue.

Come al solito (e non è uno spoiler, è l’autrice) alla fine del romanzo si torna dove avevamo cominciato: la protagonista non è cambiata, i cattivi non hanno ricevuto la loro punizione. Proprio come nella vita vera, insomma.

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