The Woman in White di Wilkie Collins

aprile 22, 2014 § Lascia un commento

Wilkie Collins è uno scrittore dell’Ottocento inglese, amico di Charles Dickens (che non leggo da troppo tempo, ma che amo molto!). I suoi romanzi più famosi credo siano proprio The Woman in White The Moonstone, ma io ho iniziato la sua conoscenza con Armadale, letto addirittura cinque anni fa.

Quando ci si accinge a leggere The Woman in White, bisogna tenere ben in considerazione che si tratta di un vero e proprio librone: un romanzo ottocentesco in cui l’autore si prende il suo tempo per sviluppare la trama, e quindi lento, seppur avvincente. Se tutto questo non vi ispira, non perdete il vostro tempo!

Ora, la trama è presto detta: Laura Fairlie è un’ereditiera, orfana. Vive con la sorellastra, Marian Halcombe, e con lo zio. Laura, per espressa volontà del defunto padre, è promessa a Sir Percival Glyde ma, proprio quando il matrimonio sta per essere organizzato, ci sono due intoppi: il primo è che Laura si innamora, ricambiata, del maestro di disegno, Walter Hartright; il secondo è che qualcuno cerca di metterla in guardia sul suo promesso sposo e convincerla ad evitare le nozze…

Rispetto alla varie recensioni lette online, vorrei precisare che:

1. non sono d’accordo sul fatto che il millantato mistero, o meglio Secreto, che mette in moto tutta la narrazione e che ovviamente noi veniamo a conoscere solo alla fine del romanzo, sia ridicolo agli occhi moderni. In realtà tutto nasce (attenzione enorme spoiler) dal fatto che Sir Percival era un figlio illegittimo, in quanto i genitori non si erano mai sposati (la madre era già sposata, ma aveva abbandonato il marito che abusava di lei) pur avendo vissuto come tali. Rischiando di perdere titolo e beni, Sir Percival decide di falsificare i registri parrocchiali aggiungendo il matrimonio dei genitori – e in questo viene aiutato da Mrs. Catherick, che mette poi a parte del suo Segreto. Ovviamente per noi essere figli di una coppia non sposata non significa nulla, ma per Sir Percival significava la perdita di tutta la sua eredità, e la falsificazione dei documenti poteva significare, per lui come per la sua complice, la pena di morte! Le trovo delle motivazioni molto facilmente traducibili nel mondo attuale.

2. non trovo che la trama sia banale e scontata. Certo, questo può dipendere tranquillamente dal fatto che io sono particolarmente ingenua nelle mie letture, però a parte qualche sospettuccio, onestamente non ho previsto nessuna svolta nella trama.

3. non mi sono sentita particolarmente offesa dalla figura di Laura Fairlie, anche se ammetto tranquillamente che rappresenta la classica donzella in pericolo, che non sa fare niente per conto suo e deve essere salvata a ogni pie’ sospinto – non posso sentirmene offesa non solo perché il contesto è quello dell’Inghilterra dell’Ottocento, e dovrà pur voler dire qualcosa, ma anche perché la sua sorellastra, Marian Halcombe, pur essendo comunque vittima di qualche luogo comune, è davvero un personaggio ammirevole e da sola regge tutto il romanzo (bene, non da sola, ma ovviamente insieme al genio del male Conte Fosco).

In conclusione, se siete propensi alla massima sospensione dell’incredulità e non vi spaventano i mattoni, questo romanzo è totalmente consigliato! Non un capolavoro, forse, ma ottima letteratura di genere.

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First Love di Ivan Turgenev

febbraio 4, 2014 § 4 commenti

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First Love è una novella molto breve che parla, molto intensamente, di amore. Amore sfortunato, amore non corrisposto, quell’amore di cui è difficile parlare, ma di cui è quasi impossibile non scrivere, e con cui è facilissimo simpatizzare, perché ognuno di noi ne ha sofferto (‘That’s much better, tell us the story.’ ‘Why, certainly… no; I’d rather not. I’m not good at telling stories. They come out either too bald and dry, or else much too long and quite unreal; but if you’ll allow me, I will write down all I can remember and then read it to you.’).

Storia nella storia, il racconto di Vladimir Petrovich è la storia di un adolescente, catturato nel momento di trasformazione da fanciullo a uomo: sullo sfondo della campagna estiva, il protagonista vive tutti i fermenti della stagione e della sua età:

My blood was in a ferment within me, my heart was full of longing, sweetly and foolishly; I was all expectancy and wonder; I was tremulous and waiting; my fancy fluttered and circled about the same images like martins round a bell-tower at dawn; I dreamed and was sad and sometimes cried. But through the tears and the melancholy, inspired by the music of the verse or the beauty of the evening, there always rose upwards, like the grasses of early spring, shoots of happy feeling, of young and surging life. (4)

Come si fa a non riconoscersi in questi tumultuosi sentimenti di quel periodo in cui è tutto possibile e sembra che non succeda niente, e poi succede tutto e si vive in costante attesa, ansia, trepidazione? Un periodo che ricordo con benevolenza, e che sono contenta di avere vissuto, anche se preferisco decisamente la mia attuale età! Ovviamente Vladimir si innamora, si innamora perdutamente, di una ragazza, Zinaida, che non merita il suo amore, e si comporta come una civetta, con lui e con i suoi altri numerosi pretendenti. Un amore che per Vladimir è totale e devastante:

From that day my ‘passion’ began. […] I had ceased to be simply a young boy; I was someone in love. I say that my passion began from that day; and I might add that my suffering began on that day too. In Zinaida’s absence I pined: I could not concentrate: I could not do the simplest thing. For whole days I did nothing but think intensely about her. I pined away, but her presence brought me no relief. I was jealous and felt conscious of my worthlessness. I was stupidly sulky, and stupidly abject; yet an irresistible force drew me towards her, and it was always with an involuntary shiver of happiness that I went through the door of her room. (38)

Le cose peggiorano quando appare evidente che Zinaida si è a sua volta innamorata, ma di chi? Devo ammettere che leggendo la novella è abbastanza chiaro fin da subito chi è l’oggetto del desiderio e monta una certa aria di inevitabile tragedia, soprattutto quando il protagonista decide di passare la notte nel giardino, armato di coltellino, per scoprire chi è il misterioso amante. E nonostante tutto, Vladimir continua ad amare Zinaida, a cercarla: I didn’t want to know whether I was loved, and I didn’t want to admit to myself that I did not (quante volte ci siamo sentiti così?). Un sentimento agrodolce che si trasforma in dolore il giorno in cui finalmente arriva la grande rivelazione, un dolore che gli permette di crescere del tutto (o lo costringe?). Personalmente ero convinta che ci sarebbe stato un gran confronto tra Vladimir e il padre, che si rivela essere l’amante di Zinaida. In realtà Vladimir non sembra serbare rancori (e forse è troppo impegnato da sempre a cercare di ottenere un gesto di tenerezza da parte del padre). Il finale è comunque tragico, con il padre che muore giovane e Zinaida che muore di parto proprio appena prima che Vladimir riesca a rivederla da adulto. Inoltre mi rende triste l’immagine di V. da adulto, solo e nostalgico. Terribile anche la scena in cui il padre di V. frusta Zinaida, ammetto di non averla capita. E nel futuro, ecco un Vladimir adulto, di cui è dato sapere poco se non che è scapolo, e che riflette su quelle memories of that brief storm that came and went so swiftly one morning in the spring, e che sono nonostante tutto le sue memorie più care?

O youth! youth! you go your way heedless, uncaring – as if you owned all the treasures of the world; even grief elates you, even sorrow sits well upon your brow. You are self-confident and insolent and you say, ‘I alone am alive – behold!’ even while your own days fly past and vanish without trace and without number, and everything within you melts away like wax in the sun… like snow… and perhaps the whole secret of your enchantment lies not, indeed, in your power to do whatever you may will, but in your power to think that there is nothing you will not do: it is this that you scatter to the winds – gifts which you could never have used to any other purpose. Each of us feels most deeply convinced that he has been too prodigal of his gifts – that he has a right to cry, ‘Oh, what could I not have done, if only I had not wasted my time.’

Bellissimo e consigliatissimo. Penso che sicuramente lo rileggerò in futuro e spero di leggere presto altro di Turgenev. Peccato solo che non ci sia in realtà nessuna relazione positiva nel racconto. Forse l’unico personaggi positivo, che sa essere un po’ generoso, è il dottor Looshin, che cerca di avvisare Vladimir del pericolo che corre a frequentare certe compagnie, e cerca di essergli amico.

Pride and Prejudice di Jane Austen

maggio 2, 2013 § 3 commenti

Quest’anno si festeggia il bicentenario della pubblicazione di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, e quale momento migliore per rileggere questo meraviglioso romanzo, questa volta in lingua originale, e nella bellissima edizione Vintage? La cosa difficile è trovare qualcosa da dire che non sia stato già raccontato mille volte, in mille modi diversi. La storia la conosciamo tutti, quindi ammettendo che alcuni di voi non abbiano mai letto questo romanzo, mi limiterò a fornire un paio di osservazioni sul perché potrebbe o non potrebbe piacervi.

Pride and PrejudiceOrgoglio e pregiudizio potrebbe non piacervi perché non è un romanzo ‘impegnato’. Nonostante a posteriori questo romanzo e la sua protagonista, Elizabeth Bennett, possano essere stati fonte di ispirazione, non credo che Jane Austen, mentre vergava queste parole seduta al suo scrittoio, avesse un’agenda ‘politica’, credo scrivesse per dare sfogo alla sua creatività e realizzare la sua personalità. Se cercate un romanzo di denuncia o una narrazione provocativa, Jane Austen non fa per voi. Orgoglio e pregiudizio è un romanzo denso di arguzia e ironia, a volte pungente, ma sempre elegante; la storia è ambientata nell’ambito ristretto della gentry inglese del primo Ottocento, l’unico mondo che l’autrice conosceva. Uno stile e una scelta che non possono piacere a tutti, tant’è che già all’epoca Charlotte Brontë lo definì

a carefully fenced, highly cultivated garden, with neat borders and delicate flowers; but … no open country, no fresh air, no blue hill, no bonny beck (cit.)

In una delle mie attuali letture, la prima parte dell’autobiografia della femminista e pacifista Vera Brittain, l’autrice racconta di come, a inizio Novecento, sfidò la sua famiglia per poter continuare a studiare e contestò nelle sue scelte lo stile di vita tipico delle famiglie ‘bene’ della provincia inglese, tutte pettegolezzi e matrimoni. Nella sua vita Vera Brittain cercò sempre di allontanarsi dalla sua città natale e da un certo modo di pensare, a suo modo di vedere slegato dalla vita vera. Elizabeth Bennett a suo modo sfida lo status quo rifiutandosi di sposare il cugino Mr. Collins, rifiutandosi di essere una delle tante ragazze ‘accomplished’, preferendo essere se stessa e in generale rifiutando di giudicare le persone in base al loro status economico e alla loro accettabilità sociale, valutandole invece per la loro essenza (con qualche errore di giudizio, certo). Siamo ben lontani però dal poterla definire una suffragetta ante litteram.

Orgoglio e pregiudizio potrebbe piacervi, però, perché è quasi un manuale sulle relazioni umane, e l’ironia e i ritratti pungenti dell’autrice non scadono mai nel cinismo, anzi. Anche se l’autrice esprime, a mio avviso, attraverso la protagonista, la necessità di non farsi accecare dal buonismo (come la sorella, Jane), e la doverosità di un comportamento morale ed etico, nondimeno dimostra di avere un profondo amore per l’umanità, che osserva con il sorriso – ironico, ma pur sempre sorriso. Nei romanzi di Jane Austen i personaggi non sono perfetti, anzi: senza arrivare agli estremi di George Wickham, basta pensare al padre di Elizabeth che non è in grado di affrontare la frivolezza della moglie e delle figlie più giovani, e di fatto se ne disinteressa. I personaggi principali però, senza essere comunque perfetti, sono sempre dotati di buon senso e di un profonda moralità, nella cui luce tutta la storia viene interpretata. E’ affascinante questo genere di rettitudine che impedisce, per esempio, ad Elizabeth di raccontare alla sorella, e intima confidente, Jane, di come in realtà il loro zio sia riuscito a convincere George Wickham a sposare la sorella Lydia (ovvero grazie all’aiuto ed interessamento, anche e soprattutto economico, di Darcy). Così come è affascinante la perversione con cui la madre, la signora Bennett, a fine romanzo continui a considerare Wickham il miglior genero del mondo (e Darcy il più antipatico):

“I admire all my three sons-in-law highly,” said he. “Wickham, perhaps, is my favourite; but I think I shall like your husband quite as well as Jane’s.”

La storia di Elizabeth Bennett è una vera e propria favola: incontra il suo principe, ma lo snobba a causa dei suoi pregiudizi e del suo orgoglio; quando realizza il suo errore si pente, e viene premiata ottenendo il principe, che non solo la ama ancora ma si rivela essere un principe davvero, e non solo sulla carta. La Austen però ci racconta anche delle storie molto meno fiabesche, creando un universo decisamente vivo e realistico. Basti pensare alla ventisettenne Charlotte Lucas, che decide di sposare quel fanfarone di Collins solo perché, priva di dote e di particolari bellezze, sente che questa è la sua occasione di crearsi una vita agiata e felice. E vita agiata e felice sarà: Collins rimane un fanfarone, ed Elizabeth, delusa dalla sua scelta, le nega le sue intime confidenze, se non la sua amicizia e il suo supporto, ma nel complesso le cose vanno molto bene per Charlotte, che la Austen non punisce per quella che è, a tutti gli effetti, una scelta di comodo ma perfettamente accettabile in quanto pragmatica, anche se ovviamente tutto meno che fiabesca o romantica.

Concludo sperando di aver ispirato qualche nuovo lettore ad avvicinarsi a Jane Austen, non che lei abbia bisogno dei miei servigi, ovviamente!

The Importance of Being Earnest di Oscar Wilde

febbraio 2, 2013 § 5 commenti

Di Oscar Wilde ho letto, eoni fa (probabilmente per la scuola, e in italiano) solo Il ritratto di Dorian Gray, credo l’unico romanzo che abbia scritto. Per il resto, Wilde era scrittore di poesia, racconti e, ovviamente, commedie.

The Importance of Being EarnestThe Importance of Being Earnest (lo trovate in lingua originale qui) richiede di essere letta in lingua originale fin dal titolo, che gioca sull’assonanza tra l’aggettivo earnest e il nome proprio Ernest. E’ una commedia degli equivoci brillante e divertentissima, in cui due gentiluomini separatamente creano un ‘diversivo’ che permetta loro di esimersi dalle obbligazioni sociali di tanto in tanto (spesso, a dire il vero).

Algernon Moncrieff ha un amico invalido di nome Bunbury, al cui capezzale è urgentemente richiesto ogni qual volta vuole evitare una cena, specialmente a casa di parenti. Jack Worthing si è inventato un fratello poco di buono, Ernest, che lo costringe a recarsi in città tutti i fine settimana (qui frequenta Algernon proprio sotto le spoglie del fratello Ernest). I due vivono felici e contenti grazie ai propri stratagemmi, ma quando entrambi si innamorarono, devo fare i conti con i loro castelli di bugie.

Divertente, dissacrante, The Importance of Being Earnest è prima di tutto una satire delle convenzioni sociali Vittoriane (soprattutto l’importanza del ‘pedigree’). Non solo vedrò il (i) film, ma soprattutto recupererò le altre commedie di Wilde. Ora basta solo inventare un Bunbury personale che mi permette di rinchiudermi in casa a leggere…

Recensione 198 – Cold Comfort Farm

febbraio 14, 2012 § Lascia un commento

Autore: Stella Gibbons
Titolo: Cold Comfort Farm
(Titolo italiano: La fattoria delle magre consolazioni)
Edizione: Penguin, 2006 (prima pubblicazione 1932)
Pag.: 233
ISBN: 9780143039594

There have always been Starkadders at Cold Comfort.

Flora Post è una giovane ragazza che, più meno della seconda metà degli anni Trenta, si ritrova improvvisamente orfana. Poiché la sua rendita è insufficiente, e Flora ha ricevuto dai genitori un’educazione invidiabile ma ben poco utile in campo lavorativo, la nostra protagonista decide di rivolgersi a tutti i suoi parenti, offrendo la sua rendita in cambio di un tetto sopra la testa. Sfortunatamente gli unici che rispondono in termini accettabili sono proprio i candidati meno appetibili: gli Starkadders, che vivono in una fattoria nel Sussex, la Cold Comfort Farm del titolo (in italiano la fattoria delle magre consolazioni).

Ciò che bisogna assolutamente sapere prima di iniziare la lettura di questo romanzo, è che non solo si tratta di un romanzo comico (o per lo meno umoristico) ma anche che si tratta di una parodia. Cold Comfort Farm è la parodia del mondo rurale come descritto in tutta una serie di romanzi dell’epoca in cui possiamo includere anche Thomas Hardy (io ho pensato spesso a Tess dei d’Ubervilles), dato che gli altri autori saranno più o meno sconosciuti a noi italiani. Io non avevo ben presente questa caratteristica del romanzo, e dopo due capitoli in cui Flora è ospite di un’amica, il capitolo in cui sono piombata di colpo nel mondo di Cold Comfort Farm, con tanto di estenuante e allucinante descrizione dell’architettura della fattoria (estenuante, allucinante, e anche comica, questo lo devo ammettere) mi ha fatto pensare che ci fosse qualche errore di stampa… Una rapida ricerca mi ha fatto comprendere il mio errore: ah, ecco! l’orribile stile è voluto, è una parodia!

E poi ovviamente dal capitolo successivo in poi entra in scena Flora Post, una vera e propria boccata d’aria. E’ proprio il contrasto fra la sua logica e sensatezza, il suo amore per la pulizia e l’ordine e il melodramma, l’illogicità, l’eccessiva emotività e l’assurdità che caratterizzano il mondo degli Starkadders, a creare le situazioni più divertenti. Ed è davvero soddisfacente vedere come Flora, con grande abnegazione e sicurezza, dipana i gomitoli emotivi con cui sta vivendo proponendo un’alternativa, ovviamente più logica, e vincendo a piene mani. In questo senso devo dire che è chiaro l’omaggio a Jane Austen, e alle sue protagoniste sensatissime e lontane ad esempio dall’esempio famosissimo di Cime tempestose. Devo dire che ho apprezzato davvero Flora Post e il suo delizioso carattere (e il delizioso finale, anche!) e consiglio questo piacevolissimo romanzo a tutti!

Giudizio: 4/5

Recensione 197 – Il mondo nuovo

febbraio 11, 2012 § Lascia un commento

Autore: Aldous Huxley
Titolo: Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo.
(Titolo originale: Brave New World. Brave New World Revisited)
Traduzione: Lorenzo Gigli
Edizione: Mondadori, 2000 (pubblicazione originale: 1932)
Pag.: 340
ISBN: 9788804487807

Il mondo nuovo - Ritorno al mondo nuovo

Commento all’edizione italiana (1961 – tradotto da Lorenzo Gigli e Luciano Bianciardi).

Era d’obbligo la rilettura di questo classico della distopia (normalmente associato a 1984 di Orwell e anche a Fahrenheit 451 di Bradbury – spero infatti di riuscire a rileggere entrambi quest’anno). Il mondo nuovo parla di una società del futuro (ma immaginata negli anni Trenta da Aldous Huxley) in cui un governo totalitario tiene sotto controllo le popolazione attraverso l’eugenetica, il condizionamento mentale, il benessere materiale, il soddisfacimento di ogni desiderio e il soma, una droga estremamente piacevole e priva di sgradevoli conseguenze. Il tutto a favore dell’equilibrio sociale. Un uomo insoddisfatto della sua esistenza, Bernardo Marx porta la ‘pneumatica’ Lenina in una riserva di ‘selvaggi’ nel Messico. Qui i due incontrano una donna, Linda, proveniente dal mondo civilizzato. Dopo essersi persa nella riserva durante una tempesta, Linda aveva scoperto di essere incinta, e quindi non aveva osato rientrare nel suo mondo. Nel brave new world di Huxley, infatti, i rapporti personali e familiari sono demonizzati, e in particolar modo il rapporto madre/figlio, che a tutti gli effetti non esiste più. Bernardo decide di portare con loro Linda e il figlio John, ormai adulto, a Londra.

Il libro di Huxley ha sicuramente un grande valore, dovuto soprattutto alle sue idee, alla sua descrizione di una distopia che per alcuni aspetti è davvero terrificante e fa riflettere (anche se poi devo ammettere che il fatto che la maggior parte degli abitanti del mondo nuovo sia felice, per quanto artificialmente, e che coloro che prendono le distanze da questo mondo sembrano bambini viziati, non depone a favore). Se lo giudico dal punto di vista letterario, però, ed è questo che ho intenzione di fare, è chiaro che devo abbassare di una stellina il mio precedente giudizio (derivato da una lettura delle superiori, e viziato – chissà – dalla soggezione di fronte alla nomea letteraria di Huxley). La storia in sé e per sé non è per nulla affascinante: noiosa, seppur angosciante, la prima parte in cui l’espediente di un giro di visite di nuovi assunti permette di spiegarci per filo e per segno il funzionamento del nuovo mondo. Quando entra in scena Bernardo, è difficile credere che sia lui il nostro eroe: perennemente imbronciato, arrabbiato, piagnucoloso, bugiardo e desideroso di attenzione, pare che i suoi problemi con il mondo nuovo siano dovuti più al fatto che egli non è fisicamente all’altezza del suo ruolo, che ad una obiezione di natura morale.
Il suo amico è leggermente meglio, ma quando conosciamo John il selvaggio, è chiaro che sarà lui il fulcro della storia. Purtroppo a mio avviso anche affezionarsi a John, così moralista, è alquanto difficile. In quest’ottica, è difficile anche apprezzare o sentirsi emozionati dal finale.

Nel complesso, decisamente troppo didascalico ed ideologico, Huxley non mostra, ma pontifica. La storia non regge bene, non ha pathos, e i personaggi non muovono il lettore. Ho trovato anche lo stile parecchio arido ma non saprei dire se il difetto è della – datatissima – traduzione.

La recensione si riferisce solo a Il mondo nuovo. Rimando la lettura dei saggi, forse più interessanti, ad altro momento.

Giudizio: 3/5

Recensione 195 – La coscienza di Zeno

febbraio 5, 2012 § 4 commenti

Autore: Italo Svevo
Titolo: La coscienza di Zeno
Edizione: versione gratuita per Kindle
Pag: –
ISBN: –

La coscienza di Zeno è considerato uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento. Personalmente, non so cosa dire al riguardo, a parte che leggere questo romanzo è come trovarsi a cena con la regina Elisabetta e scoprire che anche lei mastica. Mi spiego meglio: lo sappiamo tutti che anche i reali masticano, perché sono persone come tutti gli altri, così come sappiamo bene che anche i grandi capolavori della letteratura possono essere leggibili e rilassanti. Solo che per me trovarmene uno tra le mani è sempre un grande shock. Positivo, chiaro.
La coscienza di Zeno è un libro amichevole. Zeno Cosini, il protagonista, è un uomo fortunato perché è di buona famiglia e il padre gli ha lasciato un’impresa che, fortuna delle fortune, viene gestita dal mitico Olivi. Zeno si trova perciò nella condizione di poter studiare ciò che vuole, e condurre la sua vita nel modo che più gli confà. Ma tanto ozio e tanto buon tempo non sono necessariamente una cosa positiva, infatti Zeno oscilla tra le più feroci assuefazioni (il fumo, l’amante) e la convinzione di essere malato, oltre che la sensazione di essere sempre inferiore alle persone che incontra e con cui si accompagna.
Nella maggior parte degli episodi che Zeno racconta, egli fa la figura del nullafacente inetto e, soprattutto, del fanfarone. A me pare una specie di Homer Simpson più conformato ma altrettanto incline ai comportamenti assurdi. E c’è chi dice che Zeno è il naturale risultato di una società malata, e questo può anche essere, ma mi pare un commento riduttivo. De La coscienza di Zeno a me piace soprattutto l’involontaria comicità del protagonista, un protagonista che secondo me non è preso sul serio dal suo autore. E che, nonostante i suoi periodici attacchi di melodramma, conduce una vita ben invidiabile, sicura e piena di soddisfazioni, come lui stesso spesso ammette. E il personaggio migliore è la spensierata Augusta, la moglie di Zeno, che nonostante una richiesta di matrimonio davvero spregevole, accetta di prendersi in carico questo buffone e affronta ogni sua fisima con una bella, spensierata e liberatoria risata (non proprio ognuna, si vedrà, la maggior parte).
Non ricordo assolutamente la prima lettura di questo romanzo, che probabilmente ho fatta quando ero alle superiori. Allora sicuramente rimasi colpitissima dall’accessibilità di questa narrazione, ma ora alla rilettura non mi sento di dare più di quattro stelle. A me questo romanzo non è parso noioso, anche se è vero che gli ultimi capitoli sono un po’ più lenti. Mi è piaciuto parecchio e l’ho trovato una lettura rilassante, ma al tempo stesso forse andrebbe letto un po’ più nel suo contesto per essere interpretato al suo meglio, soprattutto nella parte finale, che forse rappresenta proprio la filosofia ultima del romanzo.
Giudizio: 4/5

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