The Children of Men di P.D. James

ottobre 5, 2013 § 2 commenti

P.D. James è una famosa giallista inglese che non ho mai avuto occasione di leggere (devo ammettere che i suoi gialli non mi hanno mai particolarmente interessato). Il suo romanzo Children of Men è finito nella mia wishlist solo perché ero interessata a vedere il film che ne hanno tratto (omonimo). Anche se dalle recensioni si capisce che il tema è stato trattato in modo molto diverso, è una mia regola leggere prima il libro, sempre (a meno che non faccia altrimenti per sbaglio!). Ora che sto leggendo diverse recensioni, scopro che è opinione molto diffusa che il film sia migliore del libro, comunque.

902756Children of Men è un romanzo inusuale per l’autrice, si tratta infatti di una storia fantascientifica: siamo nel 2012 e da ormai venticinque anni non nascono più bambini (nessuno, in nessun luogo del mondo). Il protagonista, Theo Farn, professore di storia, vive a Oxford e conduce una vita piuttosto egoista e comoda, come del resto quasi tutti i suoi concittadini, dal momento in cui è stato chiaro che la razza umana si stava estinguendo. La portata, sia pratica che psicologica e spirituale, di questo evento (chiamato Omega) è chiaramente enorme. Il Regno Unito è governato da un Guardiano (Warden) che mantiene una blanda e ben tollerata tirannia e che è il cugino di Theo, con cui ha passato tutte le estati della sua infanzia, anche se i due non sono particolarmente legati. Per i primi anni del suo governo Theo era stato il consigliere del cugino ma ormai quegli anni sono lontani. La vita di Theo cambia viene avvicinato da un piccolo gruppo di dissidenti, amatoriale e con seguito nullo, che però gli chiede di intervenire presso il Guardiano chiedendo alcuni cambiamenti (effettivamente ci sono dei punti oscuri nella politica governativa).

Nonostante il romanzo possa essere tranquillamente classificato come fantascienza (distopica), il ritmo e la caratterizzazione di Children of Men è molto particolare (e mi fa pensare che forse in realtà i gialli di questa autrice siano molto più interessanti di quanto pensavo). La narrazione è organizzata come un diario, tenuto dallo stesso Theo, con qualche capitolo scritto da un narratore onnisciente. Il diario viene iniziato dal protagonista come un modo di riflettere sulla sua vita (l’infanzia, la morte del padre, le estati passate con il cugino, la carriera accademica, il matrimonio, ecc.) affrontata sempre con un piglio piuttosto egocentrico e con la volontà di non diventare mai responsabile per nessuno. Quando il suo destino si incrocia con quello dei dissidenti, nella sua testa cambia qualcosa, ed è affascinante assistere al processo in cui, messo di fronte a determinati eventi, Theo abbandona il suo quieto vivere e si lancia nella mischia.

Estremamente riflessivo, questo romanzo pecca di un’eccessiva lentezza. Potrebbe essere stato sfrondato parecchio, e invece così la lettura diventa faticosa, specialmente nella seconda parte che dovrebbe essere la parte di azione. Nonostante l’introspezione, l’unico personaggio che risulta ben delineato è il protagonista, mentre i dissidenti rimangono delle macchiette un po’ sfuocate. Ho trovato anche il finale drammatico ma forse affrettato e sicuramente un po’ sospeso. Una lettura sicuramente interessante ma che va affrontata con una buona dose di pazienza e volontà.

Recensione 197 – Il mondo nuovo

febbraio 11, 2012 § Lascia un commento

Autore: Aldous Huxley
Titolo: Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo.
(Titolo originale: Brave New World. Brave New World Revisited)
Traduzione: Lorenzo Gigli
Edizione: Mondadori, 2000 (pubblicazione originale: 1932)
Pag.: 340
ISBN: 9788804487807

Il mondo nuovo - Ritorno al mondo nuovo

Commento all’edizione italiana (1961 – tradotto da Lorenzo Gigli e Luciano Bianciardi).

Era d’obbligo la rilettura di questo classico della distopia (normalmente associato a 1984 di Orwell e anche a Fahrenheit 451 di Bradbury – spero infatti di riuscire a rileggere entrambi quest’anno). Il mondo nuovo parla di una società del futuro (ma immaginata negli anni Trenta da Aldous Huxley) in cui un governo totalitario tiene sotto controllo le popolazione attraverso l’eugenetica, il condizionamento mentale, il benessere materiale, il soddisfacimento di ogni desiderio e il soma, una droga estremamente piacevole e priva di sgradevoli conseguenze. Il tutto a favore dell’equilibrio sociale. Un uomo insoddisfatto della sua esistenza, Bernardo Marx porta la ‘pneumatica’ Lenina in una riserva di ‘selvaggi’ nel Messico. Qui i due incontrano una donna, Linda, proveniente dal mondo civilizzato. Dopo essersi persa nella riserva durante una tempesta, Linda aveva scoperto di essere incinta, e quindi non aveva osato rientrare nel suo mondo. Nel brave new world di Huxley, infatti, i rapporti personali e familiari sono demonizzati, e in particolar modo il rapporto madre/figlio, che a tutti gli effetti non esiste più. Bernardo decide di portare con loro Linda e il figlio John, ormai adulto, a Londra.

Il libro di Huxley ha sicuramente un grande valore, dovuto soprattutto alle sue idee, alla sua descrizione di una distopia che per alcuni aspetti è davvero terrificante e fa riflettere (anche se poi devo ammettere che il fatto che la maggior parte degli abitanti del mondo nuovo sia felice, per quanto artificialmente, e che coloro che prendono le distanze da questo mondo sembrano bambini viziati, non depone a favore). Se lo giudico dal punto di vista letterario, però, ed è questo che ho intenzione di fare, è chiaro che devo abbassare di una stellina il mio precedente giudizio (derivato da una lettura delle superiori, e viziato – chissà – dalla soggezione di fronte alla nomea letteraria di Huxley). La storia in sé e per sé non è per nulla affascinante: noiosa, seppur angosciante, la prima parte in cui l’espediente di un giro di visite di nuovi assunti permette di spiegarci per filo e per segno il funzionamento del nuovo mondo. Quando entra in scena Bernardo, è difficile credere che sia lui il nostro eroe: perennemente imbronciato, arrabbiato, piagnucoloso, bugiardo e desideroso di attenzione, pare che i suoi problemi con il mondo nuovo siano dovuti più al fatto che egli non è fisicamente all’altezza del suo ruolo, che ad una obiezione di natura morale.
Il suo amico è leggermente meglio, ma quando conosciamo John il selvaggio, è chiaro che sarà lui il fulcro della storia. Purtroppo a mio avviso anche affezionarsi a John, così moralista, è alquanto difficile. In quest’ottica, è difficile anche apprezzare o sentirsi emozionati dal finale.

Nel complesso, decisamente troppo didascalico ed ideologico, Huxley non mostra, ma pontifica. La storia non regge bene, non ha pathos, e i personaggi non muovono il lettore. Ho trovato anche lo stile parecchio arido ma non saprei dire se il difetto è della – datatissima – traduzione.

La recensione si riferisce solo a Il mondo nuovo. Rimando la lettura dei saggi, forse più interessanti, ad altro momento.

Giudizio: 3/5

Recensione 132 – Soltanto un sorriso

settembre 17, 2011 § Lascia un commento

Autore: J. D. Robb (Nora Roberts)
Titolo: Soltanto un sorriso
(Titolo originale: Rapture in Death)
Serie: Eve Dallas/In Death, #4
Traduzione: D. Cerutti Pini
Edizione: TEA, 2009
Pag.: 368
ISBN: 9788850220120

La serie ‘In Death’ o di Eve Dallas come è più nota in Italia, è una serie mystery/romance con ambientazione scientifica creata dalla famosissima scrittrice romance Nora Roberts, e pubblicato sotto lo pseudonimo J. D. Robb. La protagonista è appunto Eve Dallas, tenente della Omicidi di New York in futuristico Ventunesimo secolo, e il marito, il mega miliardario Roarke.

In questo quarto volume Dallas e Roarke stanno godendosi la loro luna di miele e per fortuna è già quasi finita quando viene interrotta da un suicidio. A questo ne seguiranno altri, tutti poco verosimili in base alla carattere delle persone. Dallas è decisa a provare che si tratta di una serie di omicidi, ma non è semplice, dato che le prove puntano altrove.

Come sempre una lettura piacevole: niente di spettacolare (questa volta il colpevole l’ho individuato pure io, che sono notoriamente una ciofeca) ma ottimo per qualche ora di relax.

Giudizio: 3/5

Recensione 103 – Giorni memorabili

luglio 27, 2011 § Lascia un commento

Autore: Michael Cunningham
Titolo: Giorni memorabili
(Titolo originale: Specimen Days)
Traduzione: Ivan Cotroneo
Edizione: Bompiani, 2007 (prima edizione 2005)
Pag.: 410
ISBN: 978-88-452-5903-6

Lei disse (sebbene non parlasse con le parole): Siamo questo adesso. Eravamo stanchi e sfruttati, vivevamo in stanze minuscole, mangiavamo dolci di nascosto, ma adesso siamo raggianti e pieni di gloria. Non siamo più qualcuno. Siamo parte di qualcosa di più grande e meraviglioso di quanto i vivi possano immaginare. (129-30)

“Si guardi intorno,” disse. “Vede felicità? Vede gioia? Gli americani non sono mai stati così ricchi, la gente non è mai stata così al sicuro. Non hanno mai vissuto così a lungo, così in buona salute, mai, in tutta la loro storia. A una persona di un secolo fa, non di più, questo mondo sarebbe sembrato il paradiso. Possiamo volare. I nostri denti non marciscono. I nostri bambini non hanno un po’ di febbre un momento e poi il momento dopo sono morti. Non c’è letame nel latte. C’è latte, quanto ne vogliamo. La Chiesa non può arrostirci vivi se la pensiamo diversamente. Gli anziani non possono lapidarci perchè abbiamo commesso adulterio. I nostri raccolti non vanno a male. Possiamo mangiare pesce crudo nel deserto, se vogliamo. E ci guardi. Siamo così obesi che ci servono lotti cimiteriali più grandi. I nostri bambini di dieci anni si fanno di eroina, o uccidono bambini di otto anni, o fanno tutte e due le cose. Divorziamo più velocemente di quanto ci sposiamo. Tutto quello che mangiamo deve essere sigillato perchè, se non lo fosse, qualcuno lo avvelenerebbe, e se non trovano come metterci il veleno, ci mettono dentro degli spilli. Un decimo di noi è in galera, e non riusciamo a costruire le nuove carceri abbastanza in fretta. Bombardiamo gli altri paesi semplicemente perchè ci innervosiscono, e la gran parte di noi non solo non saprebbe trovare questi paesi su una cartina, ma non saprebbe neanche dire in quale continente si trovino. Tracce degli ignifughi che mettiamo nei rivestimenti e nei tappeti cominciano a venire fuori nel latte materno. Quindi, mi dica. Direbbe che funziona bene? Le sembra una storia che dovrebbe continuare?”

Cunningham riprende lo stile tripartito già utilizzato ne Le ore, romanzo che ho letteralmente adorato. Anche qui le tre parti ruotano intorno a un romanzo e a un autore, in questo caso Foglie d’erba di Walt Whitman.
Nella prima parte siamo nella New York dell’Ottocento e un ragazzino in parte deforme prende il posto in fabbrica del fratello maggiore, morto proprio schiacciato da un macchinario. Ossessionato da Whitman,  il ragazzino comincia a sentire gli spiriti dei morti che cercano di fare del male ai vivi attraverso le macchine. Nella seconda parte, ambientata nella New York moderna, un’investigatrice della polizia si trova a dover fronteggiare dei ragazzini kamikaze che piazzano bombe senza un apparente schema, e che sembrano far capo a un’eccentrica donna che conoscono come Walt Whitman e che li ha allevati con i versi di Foglie d’erba. Nella terza parte siamo in una New York futuristica. Il protagonista è un drone che viene dichiarato illegale e pertanto fugge prima di essere ‘ucciso’. Alla sua fuga si unisce un’aliena, una razza che sulla terra è destinata ai lavori meniali e alla discriminazione.

Non mi è piaciuto come Le ore, e dubito che Cunningham si ripeterà per quel che mi riguarda. In generale il romanzo sembra parlare di oppressione e di ribellione all’oppressione, anche se in realtà nella seconda parte la ribellione non è tanto nei confronti di un’oppressione, quanto nei confronti di uno stile di vita solo apparentemente migliore, ma in realtà da boicottare. L’ambientazione della prima parte è stata la mia preferita, ma il protagonista visionario non mi ha entusiasmato. La seconda parte è forse quella che ho capito meno ma che ho apprezzato di più (forse perchè la protagonista era il personaggio più comprensibile, più avvicinabile). La terza parte l’ho trovata un po’ tirata, sia per la parabola del protagonista sia per l’ambientazione. Nel complesso un romanzo molto interessante.

Giudizio: 4/5

Recensione 029 When You Reach Me

marzo 1, 2011 § Lascia un commento

Autore: Rebecca Stead
Titolo: When You Reach Me
(Tit. italiano: Quando mi troverai)
Edizione: Andersen Press Ltd, 2011
(Ed. Italiana: Feltrinelli, 2010)
Pag.: 208
ISBN: 9781849392129

Non avevo mai sentito parlare di A Wrinkle in Time (Nelle pieghe del tempo in italiano) prima (figuriamoci averlo letto). Non mi interessa molto il viaggio nel tempo come tematica letteraria (anche se alcuni dei miei libri preferiti parlano di viaggi nel tempo). Ma quando ho letto recensioni superlative su When You Reach Me, vincitore del premio Newberry Medal, di Rebecca Stead, ho pensato che fosse una buona lettura. Sfortunatamente, questo romanzo è stato una delusione. Anche se è un libro piacevole, non sono riuscita a sentirmi coinvolta.

Ambientato nella New York degli anni Settanta, When You Reach Me parla della dodicenne Miranda, che vive in uno squallido appartamento insieme alla madre. Ci sono molti intrecci: la partecipazione della mamma di Miranda a un quiz televisivo (implicando il rapporto di Miranda con la madre single, la possibilità di un nuovo patrigno, la questione della povertà e dell’autorealizzazione), il migliore amico di Miranda, Sal, che viene colpito senza motivo da un altro ragazzo e smette di parlarle, la conseguente ricerca di nuovi amici, l’innamoramento, la questione della razza e dell’evoluzione dell’amicizia, e degli anonimi e misteriosi biglietti che forse provengono dal futuro. Il romanzo per ragazzi A Wrinkle in Time apparentemente è stato una fonte di ispirazione per l’autrice, nonchè il libro preferito di Miranda, che continua a rileggerlo. Altri temi importanti sono la redenzione e la morte. Non è una sorpresa quindi che così tanti argomenti in un romanzo per ragazzi di 208 pagine non vengano particolarmente sviluppati.

***spoiler***
Non riesco a scrivere una recensione di questo libro senza svelare la trama, per cui siete avvisati!

La mia prima impressione è stata di caos. Fin dall’inizio non era chiaro cosa uno show televisivo, un amico che smette di parlare alla protagonista, un senzatetto e i biglietti misteriosi potessero avere in comune. Alla fine diventa piuttosto chiaro che, mentre sullo sfondo c’è la vita di famiglia di una ragazzina che sta imparando molte cose sull’amicizia e sull’amore, la storia principale è quella di Markus, che accidentalmente provoca la morte di un altro ragazzo (Sal). Da adulto costruisce una macchina del tempo e ritorna nel passato per impedire a Sal di morire. Nel frattempo si mette in contatto con Miranda e la convince a scrivere una lettera al se stesso bambino con le istruzioni per realizzare quanto sopra descritto (paradosso temporale).

Comunque, se ancora non capisco il ruolo del quiz televisivo o dell’amicizia con la malata Annemarie e l’elegante Julia, o del lavoro al negozio di sandwich, trovo che queste sottotrame siano più interessanti di quella principale. Non mi interessa Markus, che colpisce Sal senza motivo e poi non capisce che Sal possa essere spaventato di lui. Non mi interessa il viaggio nel tempo e l’idea di un adulto che concepisce un piano così inaffidabile per salvare un ragazzino. D’altra parte, mi piacerebbe aver letto di più sulla mamma di Miranda e il suo fidanzato, sugli amici di Miranda e anche sul proprietario del negozio di sandwich, la cui stessa esistenza sembra dovuto solo alla necessità di sollevare la questione della razza. In conclusione, una lettura piacevole ma non aspettative niente di più!

Voto: 3/5

English Version

I had never heard about A Wrinkle in Time before (let alone read it). Moreover, I don’t really care about time travel as a literary theme (though some of my favourite books are about time travel). But when I read enthusiastic reviews on When You Reach Me, Newberry Medal Award winner, by Rebecca Stead, I thought it could be a great reading. Unfortunately, this YA novel proved to be a disappointment. While a perfectly fine novel, it failed to involve me.

Set in 70s New York, When You Reach Me is about sixth grader Miranda, living in a squalid flat with her mom. There are several storylines: the appearance of Miranda’s mother in a television quiz (involving Miranda’s relationship with her single mother, possibility of new step-father, issues of poverty and self-realization), Miranda’s best friend Sal getting punched without reason by another boy and stopping talking to her, subsequent making of new friends, romance, issues of race and friendship evolution, and mysterious notes coming from unknown writer, possibly from the future. The YA novel A Wrinkle in Time apparently was one big source of inspiration for the writer and is also the favourite book of Miranda, who keeps rereading it in a loop. Other important themes in the book are redemption and death. It’s no surprise that so many themes in a 208-pages book for young adults are impossible to develop.

***spoiler alert***
There’s no way for me to review this book without giving the plot away, so be warned!
My first impression was that the novel is quite chaotic. Since the beginning, it is not clear what a quiz show, a friend stopping talking to the main character, a homeless guy and the mysterious notes could possibly have in common. In the end it becomes quite clear that, while on the background there was the family life of a young girl learning many things on friendship and love, the main storyline is that of Markus, who accidentally causes the death of another boy (Sal). As an adult, he builds a time machine and come back to the past where he succeeds in avoiding Sal’s death. In the meanwhile. he gets in touch with Miranda through the mysterious notes and persuades her to write to himself as a young boy a letter with instructions to do the above mentioned (time paradox).

Anyway, while I still don’t understand how to fit in the story the quiz or friendship with ill Annemarie and posh Julia, or the job at the sandwich shop, I do find all this subplot much more interesting than the main one. I don’t care about Markus, who punches another boy out of no reason and then do not realize that punched boy could be scared of him. I don’t care about time travel and I don’t care about an adult devising such an unreliable scheme to save a boy. On the other hand, I would have liked to read more about Miranda’s mom and her boyfriend, about Miranda’s friends and even about the sandwich shop’s owner, whose only reason for being seems to raise an issue on race. In conclusione, a nice read but don’t expect much more!

Rating: 3/5

Recensione 008 – Praticamente innocuo

gennaio 22, 2011 § Lascia un commento

Autore: Douglas Adams
Titolo: Praticamente innocuo (Tit. Or.: Mostly Harmless)
Ed. Urania, 1993 (Pan Books, 1992)
Pag. 150
ISBN: non presente

Douglas Adams è uno scrittore di fantascienza umoristica, famoso soprattutto per la serie della Guida Galattica. Praticamente innocuo è il quinto – e ultimo – romanzo della serie. Ecco tutti i romanzi in ordine di lettura:

1. Guida galattica per gli autostoppisti
2. Ristorante al termine dell’universo
3. La vita, l’universo e tutto quanto
4. Addio e grazie per tutto il pesce
5. Praticamente innocuo

Proprio facendo una ricerca per questa recensione ho scoperto che esiste quello che può essere considerato un sesto volume, E un’altra cosa…, scritto da Eoin Colfer, autore della fortunata serie di Artemis Fowl.

Il titolo Praticamente innocuo fa riferimento al pianeta Terra: all’inzio della serie Arthur Dent (l’umano che viene trascinato via dalla Terra giusto prima della sua demolizione dall’amico – rivelatosi alieno – Ford Prefect) scopre che nella Guida Galattica alla voce pianeta Terra corrisponde una sola parola: innocuo. Ford Prefect è uno dei redattori della Guida e assicura ad Arthur che nella successiva edizione la voce verrà arricchita con il suo articolo, scritto durante la sua permanenza sul pianeta. E in effetti quando la nuova Guida esce, alla voce pianeta Terra troviamo due parole: praticamente innocuo.

In questo romanzo la storia si sviluppa in due dimensioni diverse. In una dimensione, quella descritta dai romanzi precedenti, Ford Prefect torna alla sede della Guida solo per scoprire che è stata rilevata da un’azienda inquietante che gli ricorda qualcosa… Arthur Dent, invece, dopo aver perso la sua amata Fenchurch, si dedica alla ricerca del pianeta più simile possibile alla Terra, andando incontro ad enormi delusioni. Zaphod e Marvin risultano non pervenuti (e per questo si pensava che la serie potesse davvero essere ripresa in mano, ipotesi purtroppo annullata dalla morte dell’autore). Nell’altra dimensione, Tricia (Trillian) non è partita per lo spazio con Zaphod ed è diventata presentatrice televisiva.

Dei libri che compongono questa “trilogia in cinque volumi” Praticamente innocuo è sicuramente il più dismesso e malinconico. Le parti con Ford Prefect sono sempre piuttosto scoppiettanti, ma anche lui si lascia andare a nostalgiche fantasie sul periodo in cui la Guida era ancora in stadio embrionale, e sui suoi sogni perduti e mai realizzati. Arthur Dent vola di paese in paese cercando disperatamente qualcosa di familiare e quando gli pare di averlo trovato viene raggiunto da Trillian che mette in moto una serie di eventi inevitabili che infrangono la sua precaria serenità. Tricia (nella dimensione alternativa) rimpiange la sua occasione con Zaphod mentre Trillian (nella dimensione in cui accettò l’invito di Zaphod) è comunque insoddisfatta e malinconica. L’atmosfera nostalgica dona al romanzo, che ne guadagna in coerenza, finale incluso. Passate le mattane dei primi due volumi e le incertezze dei due successivi, mi sembra che questo sia quasi un romanzo maturo. E in ogni caso, “qualunque cosa che accade, accade”.

Votazione: 4/5

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