We Have Always Lived in the Castle di Shirley Jackson

giugno 6, 2014 § 3 commenti

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My name is Mary Katherine Blackwood. I am eighteen years old, and I live with my sister Constance. I have often thought that with any luck at all I could have been born a werewolf, because the two middle fingers on both my hands are the same length, but I have had to be content with what I had. I dislike washing myself, and dogs, and noise. I like my sister Constance, and Richard Plantagenet, and Amanita phalloides, the death-cup mushroom. Everyone else in my family is dead.

Shirley Jackson è un’autrice che desideravo approfondire da tantissimo tempo, cioè da quando l’ho riscoperta grazie al racconto “La lotteria” e alla raccolta che la contiene. In realtà molti anni fa ho letto anche L’incubo di Hill House ma vergognosamente devo ammettere che non mi ricordo nulla di quel libro: prima o poi urgerà una rilettura.

We Have Always Lived in the Castle è un romanzo gotico, che parla di una famiglia che vive in una casa isolata (il castello del titolo, appunto). Questa famiglia è composta da due sorelle, Mary Katherine – Merricat – di 18 anni e Constance – Connie – di 28 anni, e da uno zio invalido, che vivono felici nella loro oasi (la casa e la terra circostante, accuratamente recintata a difesa da un mondo malevolo – gli abitanti del paese infatti sono profondamente ostili ai Blakwood). Fin dalle prime pagine siamo immersi in una narrativa che continua negarci delle certezze, prima di tutto grazie ad una narratrice poco affidabile, la stessa Merricat, una diciottenne che si comporta come una bambina, ma una bambina allucinata, neanche troppo velatamente minacciosa, capricciosa, dedita a mini rituali magici di protezione del suo piccolo mondo. Pian piano e in modo obliquo ci vengono elargiti particolari sulla vita passato della famiglia Blackwood che creano un’atmosfera di tensione, incertezza e anche la loro vita quotidiana, nella sua immobilità, è abbastanza surreale da non risultare propriamente rassicurante*.

La situazione viene sbloccata dall’arrivo di un cugino, Charles, con il decisamente malcelato intento di raggirare le cugine ed appropriarsi delle loro ricchezze. Il suo arrivo ovviamente scompiglia tutti ma in particolar modo Merricat, che è ostile al cambiamento e al mondo esterno ed è ostile anche a Charles che rappresenta entrambi, e per di più è un bifolco totale, che si stizzisce in modo esagerato degli inizialmente piccoli dispetti della cuginetta e delle sue manie, e del tempo e la pazienza che Connie dedica a lei e allo zio. I tentativi di Merricat di mandare via questo cugino invadente (anche lo zio lo mal tollera, anzi è divertentissimo il fatto che continui a dimenticarsi la sua identità e a notarlo solo come indistinta presenza molesta) tramite dispetti e rituali falliscono, per cui urge ricorrere a estremi rimedi. Solo che gli estremi rimedi come spesso accade sfuggono di mano, e culminano in una scena grottesca e allucinata di follia collettiva. Ho trovato il finale molto soddisfacente (anche se la morte dello zio mi è dispiaciuta molto, mi era simpatico) e trovo che funzioni, anche se la storia si ripiega su se stessa senza nessun colpo di scena finale. In generale il romanzo mi è piaciuto moltissimo, ma secondo me bisogna evitare di approcciarlo come se fosse un romanzo di tensione o addirittura un horror, perché sicuramente non regge da questo punto di vista. Il punto di forza della Jackson è proprio l’analisi psicologica del male e della follia e ciò che sconcerta di più è che riesca a far simpatizzare il lettore proprio con chi, razionalmente, non merita affatto simpatia.

* anche se, lo ammetto, l’idea di vivere in una grande casa immersa in un enorme giardino, libera dagli impegni sociali, con una cassaforte apparentemente zeppa di soldi, cucinando i prodotti del mio giardino e leggendo libri della biblioteca ha un fascino _enorme_ per me.

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Viviane Élisabeth Fauville di Julia Deck

maggio 6, 2014 § 2 commenti

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Non ne sei del tutto certa, ma hai l’impressione di aver fatto, quattro o cinque ore fa, qualcosa che non avresti dovuto fare. Cerchi di rammentare la concatenazione dei tuoi atti, di ricostruirne la sequenza, ma ogni volta che riesci a isolarne uno, questo, invece di far riemergere automaticamente il ricordo del successivo, ripiomba subito nel buco nero in cui si è trasformata la tua memoria. (9)

Viviane Élisabeth Fauville ha conquistato il web, dato che nei mesi scorsi lo vedevo consigliato ovunque. Romanzo d’esordio della francese Julia Deck, racconta in poche, pochissime, ma estremamente dense ed angoscianti pagine, la storia dell’eponima protagonista:

Ti chiami Viviane Élisabeth Fauville, in Hermant. Hai quarantadue anni e il 23 agosto hai dato alla luce la tua prima figlia, che molto probabilmente rimarrà anche l’unica. Sei la responsabile della comunicazione della Bétons Biron, un’azienda con un alto fatturato che ha sede in un edificio di otto piani in rue de Ponthieu, a due passi dagli Champs-Élisées. Nella hall alcune hostess, sottili e appiccicose come le strisce di plastica delle tende che un tempo si usava appendere in cucina, intrattengono i clienti con ammiccanti amenità. (14)

Se inizialmente il romanzo rispecchia la confusione di Viviane, che ha l’impressione di averla combinata grossa, ma nessun ricordo preciso a sostegno, ben presto la memoria ritorna e non lascia spazio ad interpretazioni: Viviane ha ucciso il suo analista, reo di non saperla aiutare (nonché di non considerarla una paziente interessante). Da questo punto non rimane che scoprire se la protagonista la scamperà o meno (ha buone prospettive, ma è anche maniacalmente desiderosa di attenzioni (Viviane si accorge che non fanno minimamente caso a lei – anche per loro è invisibile, come per tutti gli altri, lo psicoanalista, la polizia, e via dicendo. 36) nonché morbosamente interessata agli altri protagonisti della vicenda (la moglie e l’amante della vittima, gli altri sospettati), che inizia a pedinare e con cui addirittura attacca disinvoltamente bottone.

Posso dare un consiglio relativamente a questo romanzo? Abbassate le aspettative. Io credo che sia stato questo il mio problema: questo romanzo è stato vittima della sindrome del ‘libro più bello dell’anno’. Viviane Élisabeth Fauville è un romanzo molto bello: un noir angosciante, scritto benissimo, lungo il giusto, inquietante q.b.. Eppure io continuavo ad aspettarmi, pagina dopo pagina, chissà che cosa. Appunto: che cosa? La rivelazione del secolo? Ho inseguito una chimera per 129 pagine, perdendomi, temo, la realtà di un libro ben scritto.

C’è anche da dire che io a volte gestisco bene le ambiguità, ma questo non è stato proprio il caso: non ho ancora capito se la protagonista l’ha ucciso davvero questo benedetto psicoanalista (e l’omino grigio e gentile con tre vestiti è stato incastrato dalla casualità) oppure se è un parto della sua mente concepito per vendicarsi (?) di tutti coloro che la ritengono così noiosa e poco interessante da poterla trattare nel più bieco dei modi. E c’è anche un’altra cosa che mi ha lasciato perplessa: ma questa madre dove la mettiamo? La protagonista sembra sapere che è morta da anni, tuttavia allo stesso tempo sembra convinta che sia ancora viva. O è forse ancora viva?

In conclusione: non sono sicura di volerlo consigliare, se non agli amanti del genere. D’altra parte, forse è proprio il tipo di romanzo che soffre di troppe attenzioni, e che sarebbe bene riscoprire impolverato fra qualche anno.

 

Stoner di John Edward Williams

aprile 8, 2014 § 4 commenti

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Sometimes, immersed in his books, there would come to him the awareness of all that he did not know, of all that he had not read; and the serenity for which he labored was shattered as he realized the little time he had in life to read so much, to learn what he had to know.

Non posso certo pretendere di scrivere una recensione di Stoner: altri lo hanno già fatto, prima e – ancora più importante – meglio di me. Io posso solo dire che Stoner mi è piaciuto molto e che, nonostante la sua passività, io mi riconosco nel protagonista e anzi, credo che a volte essere passivi davanti certe provocazioni chieda più fatica che non reagire (non che questo la renda la scelta auspicabile, ovviamente).

Dalla casa paterna immersa nella solitudine e pregna di duro lavoro, il protagonista si trasferisce in un’università che arriva quasi subito a sentire casa sua più di qualsiasi altro posto. E non importa se passa attraverso un matrimonio, una guerra, il fallimento di un matrimonio, una faida universitaria, una storia d’amore. Nonostante tutto, la vera storia d’amore del protagonista è con i libri, con il sapere. Perché sono i libri, o meglio ciò che contengono, che lo hanno salvato da una vita ottusa, dalla morte dell’anima.

L’autore riesce perfettamente a dimostrare che qualsiasi vita, anche la più apparentemente banale, è in realtà tempestosa e passionale dietro l’imperturbabile superficie. A volte si può non essere d’accordo con le scelte (o forse non scelte) del protagonista eppure ai miei occhi egli rimarrà sempre l’esempio umanissimo di una vita che potrebbe essere la mia. O la vostra. E che ammiro, perché forse lui ha fallito, ma da un certo punto di vista è uscito dalla vita vincitore come nessun altro.

The Beacon di Susan Hill

marzo 28, 2014 § 4 commenti

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Purtroppo non ho trascritto nessuna citazione da questa novella, anche se ci sarebbero state molte occasioni (ma quando leggo lontana dal pc, di solito sono così concentrata che non mi scomodo nemmeno a tenere vicini gli amati segnapagina…)

The Beacon racconta la storia di una famiglia: quattro fratelli e sorelle (Colin, Frank, May, Berenice) crescono in una fattoria insieme ai genitori, John e Bertha. Colin e Berenice si sposano e rimangono in zona. Frank, da sempre solitario e misterioso, si trasferisce a Londra dove trova la sua strada come giornalista. May è la sorella zitella, che ha sempre vissuto con i genitori dopo un tentativo di un anno di studi a Londra. La morte di Bertha diventa un’occasione per tornare indietro nel tempo e riflettere sulle occasioni mancate, l’impossibilità di conoscere veramente qualcuno e un tradimento enorme.

Susan Hill è un genio. Non posso ancora dare un giudizio sui suoi romanzi gotici (ho letto solo, molti anni fa, La donna in neroma dopo A Kind Man Howards’ End is on the Landing, posso tranquillamente annoverarla tra le mie scrittrici preferite. The Beacon rende in modo preciso, poetico e conciso la dura bellezza della vita di fattoria e il fermento della grande città. In poche pagine crea un mondo, dei personaggi vivissimi e degli intrecci coinvolgenti. Fin da subito si capisce che Frank è stato escluso dalla famiglia molti anni prima ma ci vogliono molte pagine per arrivare alla spiegazione. Libro molto triste e toccante.

The Casual Vacancy di J. K. Rowling

marzo 24, 2014 § 5 commenti

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He tried to give his wife pleasure in little ways, because he had come to realize, after nearly two decades together, how often he disappointed her in the big things. It was never intentional. They simply had very different notions of what ought to take up most space in life.

E’ impossibile, direi, parlare di questo romanzo senza nominare la famosa saga di Harry Potter, quindi mi tolgo il pensiero subito: The Casual Vacancy non ha nulla in comune con i precedenti libri di J. K. Rowling. Si tratta infatti dell’impietosa rappresentazione di una cittadina inglese di provincia, un affresco corale alla Peyton Place (connessione non mia – anche se ho letto il libro – ma omaggio di Stephen King e della sua recensione su Goodreads!) che rivela le meschinità, i peccati e i segreti di una comunità come tante altre. Onestamente, credo che un romanzo con questa trama avrebbe attirato la mia attenzione anche se non fosse stato scritto dalla Rowling, dato che amo i romanzi ambientati in provincia e in cui magari non succede molto a livello di trama, perché sono focalizzati sulle relazioni tra le persone.

Quello che il romanzo ci propone è lo studio di una cittadina di provincia attraverso l’espediente di descrivere il vuoto lasciato da uno dei suoi abitanti, un consigliere, Barry Fairbrother, amato da molti e odiato da altrettanti. Le due fazioni politiche del paese (la politica locale si basa fondamentalmente sulla necessità di integrare o, al contrario, espellere dai confini cittadini una zona popolare, degradata e di recente costruzione, i Fields) si litigano disperatamente questo posto vacante, sfoderando tutte le armi possibili e rivelando la loro vera natura.

L’aspetto che mi è piaciuto di più del romanzo è stata proprio la scelta di far girare tutta l’azione intorno a una persona che non c’è più, e la cui assenza ha ribaltato tanti equilibri. I personaggi sono molti, ma perfettamente delineati e mai, in nessun momento, ho confuso qualcuno di loro o mi sono persa negli intrecci.

Quello che ho apprezzato di meno, credo, è l’atmosfera di disperazione che grava sul romanzo, nonostante in qualche caso le tragedie che si sviluppano causano uno sblocco e una sensibilizzazione nei personaggi coinvolti. Diciamo che forse sarebbe stato più facile simpatizzare con chi è riuscito a guardare un po’ più in là dei propri piedi se i personaggi fossero stati meno. L’impostazione corale è perfetta per gli scopi dell’autrice però ovviamente causa anche una certa distanza dai singoli personaggi. Inoltre l’autrice sembra aver voluto inserire nel romanzo tutte le problematiche del mondo, e a tratti suona un po’ inverosimile che in un centro di provincia si riuniscano tutte queste aberrazioni sociali e familiari (per esempio l’idea che tre ragazzi della stessa cittadina abbiano problemi familiari così pesanti da decidere di punire uno dei genitori rivelando online un loro ‘segreto’ mi sembra un po’ azzardata).

Nel complesso un bel romanzo, che forse non avrebbe sofferto di qualche sforbiciatina. La Rowling è un’attenta osservatrice dei comportamenti umani, ma forse in queste pagine non è stata così convincente come nei precedenti romanzi (Il dramma di Krystal, ragazza dei Fields afflitta da madre tossicodipendente, che alla fine del romanzo si suicida perché, nel tentativo di salvare il fratellino Robbie dalla vita che ha dovuto subire lei, ne provoca involontariamente la morte, mi ha colpito moltissimo – mi sono messa a piangere in pubblico a questo punto. Eppure continua a sembrarmi che manchi qualcosa.). Bravissima perché ha costruito un romanzo avvincente e per nulla pesante intorno a un episodio di politica di provincia (onestamente non il più esaltante degli argomenti) però devo dire che dello stesso genere ho preferito South Riding di Winifred Holtby. The Casual Vacancy non mi ha fatto innamorare, però mi ha convinta che la Rowling sa scrivere anche per adulti, funziona, e quindi ho già acquistato The Cuckoo’s Calling per continuare quest’avventura con lei.

Tutto può cambiare di Jonathan Tropper

febbraio 16, 2014 § 2 commenti

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Lavoro per la Spandler Corporation, un’azienda da trecento milioni di dollari, con uffici in dodici stati. Abbiamo più di cinquecento impiegati. Siamo noti in tutto il paese come una società leader nell’industria. I nostri clienti contano parecchio su di noi. Non produciamo niente. Non vendiamo niente. Non compriamo niente. Se non esistessimo, bisognerebbe farci inventare da Kafka.

Zach è un ragazzo trentaduenne dalla vita particolarmente felice: vive con il suo amico multimilionario Jed in un palazzo di arenaria di New York (quanto mi ha ricordato il film Spiderman questo particolare), lavora come mediatore per una grossa azienda e sta per sposare Hope, una ragazza bellissima, ricchissima e – incredibilmente – perdutamente innamorata di lui.

Un problema di salute (uno di quelli che ti fanno rimanere in sospensione totale fino a quando non scopri esattamente di cosa si tratta, per capirci) mette in discussione tutta la sua esistenza: improvvisamente Zach non è più sicuro di essere davvero innamorato di Hope, dato che potrebbe esserlo di Tamara, la vedova di Rael, carissimo amico d’infanzia morto in un incidente stradale. Altrettanto improvvisamente il padre di Zach ricompare alla sua porta dopo anni di latitanza, riportando a galla ferite mai guarite e rancori mai sopiti.

Anche se è difficile simpatizzare con le recriminazioni di Zach, il romanzo è molto coinvolgente: ha ritmo, il linguaggio è davvero ispirato (a parte qualche caduta di stile), divertente ed originale, molto cinematografico, e il narratore non si prende mai troppo sul serio – cosa necessaria dato che il protagonista è davvero uno squallidone lamentoso. Onestamente ho apprezzato molto di più le parti relative alla famiglia (soprattutto i due fratelli di Zach: Peter, affetto da disabilità mentale, e Matt, un musicista che mi ha ricordato incredibilmente Charlie Pace di Lost – la madre Lela l’ho trovata poco convincente come personaggio) rispetto a quelle amorose: che la storia con Hope non convincesse, era normale, ma nemmeno la storia con Tamara mi ha detto un granché.

Non so se leggerò altro di Tropper in futuro (onestamente mi aspettavo tutt’altro) ma questo è un romanzo carino, simpatico, una buona lettura d’evasione. Peccato per il finale zuccherosissimo, ma si può perdonare.

Ristorante nostalgia di Anne Tyler

febbraio 12, 2014 § 3 commenti

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Sarebbe dovuto esistere un linguaggio a parte, pensava, per le cose che sono più vere di altre, per la verità totale, assoluta. Questa era la cosa più autentica della sua vita: non riusciva a capirlo e non ci sarebbe riuscita mai.

Anne Tyler è una spettacolare pittrice della realtà umana. La amo da molto tempo, da quando sono incappata quasi per sbaglio in Un matrimonio da dilettanti. Non tutti i suoi romanzi mi sono sembrati così incisivi e appassionanti (Breathing Lessons e The Beginner’s Goodbye non mi hanno particolarmente entusiasmato) ma Ristorante nostalgia (Dinner at the Homesick Restaurant) è sicuramente bellissimo.

Ristorante Nostalgia è il ristorante gestito da Ezra, un uomo quasi troppo buono per essere vero (troppo passivo per il suo stesso bene, in effetti, dato che la sua bontà gli è costata la persona più importante della sua vita – Rut, la donna che avrebbe dovuto sposare, e che invece gli è stata letteralmente rubata dal fratello Cody, perennemente geloso), un ristorante in cui cerca di servire i piatti di cui tutti sentono nostalgia e che non si trovano più, creando un’atmosfera accogliente e casalinga. In questo ristorante tenta perennemente di organizzare le cene di famiglia, che però non riescono mai a concludersi poiché c’è sempre una lite che fa scappare qualcuno prima del dessert.

Perla, la madre, è probabilmente la persona più permalosa: abbandonata – senza apparente motivo – dal marito con i figli ancora piccoli, è troppo orgogliosa per chiedere aiuto e si arrangia da sola, preoccupandosi e arrabbiandosi e isolandosi dal resto del mondo, finendo con l’essere abbastanza irascibile con i figli da lasciare almeno in uno di loro (non Ezra, il preferito, ma Cody, che si sente perennemente non all’altezza, un perenne secondo) il ricordo di una donna violenta, una pazza (quando alla fine del romanzo, al funerale di Perla, riappare il marito scomparso, è questo che Cody gli chiede, come ha potuto lasciarli, ancora indifesi, con una donna del genere).

Jenny è la più piccola, incapace di mantenere in piedi un matrimonio, perennemente evasiva, fino a quando l’età o il marito giusto o il numero giusto di figli la trasformano, emancipandola dall’eredità della madre e rendendola capace di ridere della vita, senza prenderla troppo sul serio (quando in precedenza, dopo due matrimoni falliti, le era sembrato quasi inevitabile sfogarsi sulla figlia con la stessa violenza che la madre le aveva riservato – ironico che sia proprio la madre a salvarla dal suo abisso).

Cody è il primogenito, e sarebbe rimasto figlio unico se non avesse rischiato di morire per malattia, da bambino. E’ stato proprio questo evento a convincere la madre di dover fare altri figli, di scorta, salvo poi rendersi conto che avere tre figli significa solamente triplicare la potenziale perdita. Cody è costantemente geloso del fratello Ezra (che pure, in modo estremamente contorno, apprezza anche molto) e arriva al punto di rubargli la promessa sposa (anche se lei, Rut, non è decisamente il suo tipo, e anche se il loro non si rivelerà – prevedibilmente – un matrimonio felice e lui continuerà per tutta la vita ad essere geloso di Ezra, dubitando addirittura della paternità del suo unico figlio) quasi a voler ribaltare lo schema di una vita, in cui qualsiasi ragazza portasse a casa finiva, in maniera più o meno reale non è dato sapere, per innamorarsi dell’ignaro Ezra.

Il romanzo si articola in capitoli narrati ognuno da un figlio diverso (solo nel primo capitolo la narratrice è la madre, ed è il capitolo più bello, secondo me, il capitolo che, su consiglio di un altro recensore, ho riletto alla fine del romanzo, merita), rivelando prospettive profondamente diverse. Certo la storia di questa famiglia è molto triste, ma anche molto realistica e fa riflettere. Lettura consigliatissima, io continuerò sicuramente a leggere questa fantastica autrice.

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